L’umiltà del terapeuta:echi dal convegno con Donna Orange


Milano 19-20 settembre 2014

Il 19 e il 20 settembre 2014 si è svolto, organizzato dall’Istituto di Gestalt HCC Italy, il convegno con Donna Orange dal titolo “L’umiltà del terapeuta. Psicoterapia della Gestalt e psicoanalisi relazionale in dialogo”.
Donna Orange, psicologa e psicoanalista con una formazione filosofica, è esponente della corrente psicoanalitica relazionale e contestuale.

Il tema del convegno rappresenta una terra di mezzo, un buon confine di incontro e riflessione per entrambi gli approcci che si trovano così a dialogare non su aspetti tecnici della clinica nella società post-moderna, ma su una dimensione trasversale squisitamente umana e antropologica. Lo sfondo filosofico di Donna Orange emerge fin dalle prime battute, dal personale modo di esporre il suo pensiero: pur essendo americana, ha preparato la lezione in italiano, portando in questo sforzo tutta la sua intenzionalità di incontrarci e di dialogare con noi intorno al tema del fallibilismo nella clinica e nella teoria.

Resto affascinato immediatamente dal suo discorso nel quale intravedo anche una parte della mia formazione fenomenologica, e questo stimola la mia attenzione e la mia voglia di entrare pienamente nel vivo del convegno.

Per Donna Orange, l’umiltà è una caratteristica sia della teoria, sia della clinica. Il nostro pensiero ha un grande effetto sulla clinica e si traduce in atteggiamenti di base che non sono né tecniche, né teoria, ma esprimono il nostro modo di esserci-per-e-con-l’altro-da-sé. Anche la clinica torna ad essere, sostanzialmente, non solo un luogo terapeutico, ma soprattutto un atteggiamento, una capacità di accompagnare e sostenere l’altro. Del resto l’etimo stesso della parola clinica ci riporta al klinein inteso come piegarsi, chinarsi su chi giace, un processo del “prendersi cura”, e su questo sentiero la psicoterapia si avvia verso orizzonti non sempre definiti e definibili. Questa visione della clinica porta ad una nuova ermeneutica del processo relazionale ed empatico: l’empatia diventa la strada per la comprensione e per la compassione, per un portare il dolore dell’altro senza far sentire la vergogna, ma dando dignità all’esperienza umana della sofferenza.

Un atteggiamento che diventa anche inclusivo, nel senso che terapeuta e paziente si collocano parimenti nell’ordine dell’umano, nei suoi plurimi “mondi della vita”, caratterizzati anche dalla fragilità che la sofferenza fa sperimentare.

Da questo ne discende anche la considerazione della “gettatezza”, con i relativi echi e rimandi al pensiero di Heidegger (1927), e della “situazionabilità” dell’esperienza umana: ci sono condizioni esistenziali che non possiamo scegliere, che ci definiscono a priori e che ci collocano indissolubilmente nell’esperienza umana, in quell’humus al quale, come terapeuta siamo obbligati a guardare prima di incontrare i nostri pazienti. L’umiltà non si può apprendere come un concetto, è intrinseca alla nostra esperienza in quanto umani. Accettiamo di far maturare nella nostra anima un sentimento per l’umano-che-è-in noi e per l’umano che-è-nell’altro-da-noi. Così l’umiltà si declina anche nei termini di egualitarismo, e racconta la comune appartenenza a questa esperienza umana.

Coltivare l’umiltà che è in noi passa da una visione dialogica della relazione (la luminosa lezione di Buber, 1993), in cui il terapeuta si concede di imparare anche dal paziente, dal suo mondo, dal suo linguaggio emotivo. Lo spazio tra l’io e il tu si rivitalizza in una comprensione fondata sulle possibilità di dialogo e non di applicazione di una comprensione estrinseca a quell’esperienza.

(…)

Luca Pino

Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVII, 2014-2, La psicopatologia in psicoterapia della Gestalt
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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Training Autogeno come strumento di contatto: un caso di dispareunia


– Giuseppe Sampognaro

Viene descritto il lavoro di coppia su un caso di dispareunia. Decisiva, in senso terapeutico, è stata l’applicazione del Training Autogeno, un metodo che – utilizzato in ottica gestaltica – facilita il contatto sia tra emozioni e sensazioni corporee, sia tra chi chiede e offre sostegno.

Una domanda che spesso mi viene rivolta è: «Ti occupi anche di terapia sessuale?».  Sono d’accordo con Nancy Amendt-Lyon quando afferma: «Non pratico la terapia sessuale come un metodo separato dalla terapia della Gestalt. Così come per tutti gli altri problemi relazionali, mi occupo di quelli sessuali nel loro contesto, con la convinzione che la sessualità passa attraverso pressoché ogni difficoltà o gioia che emerge in terapia» (2013, p. 587).  La psicoterapia della Gestalt è un modello olistico che propone un approccio trasversale a ogni situazione di disagio e «una mentalità terapeutica con cui essere presente al confine di contatto con il paziente (che) consente di evitare facili letture diagnostiche dell’altro» (Spagnuolo Lobb, 2011, 41).

Nel presente articolo riporto un caso di dispareunìa, trattato all’interno di un setting di coppia (cfr. Spagnuolo Lobb, 2008, 2011), il cui lavoro è stato orientato dai princìpi/guida gestaltici nella lettura del sintomo:
– attenzione al significato relazionale del sintomo;
– inquadramento del disturbo all’interno del momento esistenziale evolutivo della persona;

  • lettura del dinamismo figura/sfondo (ogni epifenomeno sottende una polarità complementare);
  • concezione estetica e processuale del fenomeno;
  • attenzione al campo situazionale all’interno del quale ogni accadere si manifesta. 


Inoltre, in questo specifico lavoro terapeutico ho proposto il Training Autogeno che, applicato con coerenza all’epistemologia e al metodo gestaltico, consente un’immediatezza di accesso all’esperienza corporea, o meglio all’esperienza del corpo-in-relazione (Borino, 2013, pp. 118-119).
Dal punto di vista dell’intervento terapeutico, l’obiettivo è stato sempre il medesimo, pur al variare delle circostanze e della forma che il disturbo assume, e cioè: ripristinare la spontaneità organismica al confine di contatto con l’ambiente (cfr. Spagnuolo Lobb, 2011).

 

Training Autogeno: co-creare il confine

Il senso di complicità e sicurezza reciproca che i partner sperimentano quando lavorano uno di fianco all’altra, non riescono a sentirlo nei momenti di intimità ritenuti “pericolosi”: rimangono polarizzati su “quanto siamo diversi”. Mi chiedo come posso facilitare in questa coppia l’integrazione tra desiderio e possibilità. Premessa alla possibilità di tentare il “salto nel vuoto relazionale” di cui parla Spagnuolo Lobb (cfr. 2011, cap. 7) è quel che c’è nel campo situazionale: il loro piacere per la dimensione salutista applicata al corpo la condivisione di competenze e abilità in relazione al fitness, loro territorio comune.

Penso all’opportunità di proporre il Training Autogeno (TA), che utilizzato in ottica gestaltica assume la valenza di un medium facilitatore del contatto e della consapevolezza corporea (cfr. Borino, 2013).  «Dato che entrambi siete consapevoli di vivere con un elevato livello di stress, che si ripercuote sui vostri momenti di intimità e lavorate con il corpo in palestra, ho pensato che potrebbe essere utile dedicare uno spazio della terapia all’apprendimento del TA. Si tratta di un metodo tra i più diffusi, anche in campo sportivo. Si basa sul principio per cui esiste un legame tra distensione muscolare e distensione psicologica» (e continuo a esporre i princìpi base del TA).

Serena e Bruno sembrano sinceramente interessati e incuriositi.

Dopo aver ricevuto il loro assenso, e aver spiegato i passaggi fondamentali di ciò che avverrà, li invito a posizionarsi comodamente sulle poltrone e inizio con l’induzione dello stato di calma per poi passare al primo esercizio: la pesantezza.

Dopo la fase della ripresa, li invito a scambiarsi le loro impressioni sull’esperienza appena vissuta. Serena: «Sono passata da una fase in cui ero agitata per la stranezza della situazione, a una in cui mi sono progressivamente rilassata. A un certo punto mi sembrava di galleggiare e ho sentito un formicolio al braccio destro». Bruno: «Io ho avuto difficoltà, non riuscivo a lasciarmi andare all’esercizio. Però la respirazione profonda e il ritmo della voce/guida mi hanno come ipnotizzato. No, non ho sentito pesantezza né formicolio alle braccia, però mi sono rilassato».

Si ritrovano uniti nel desiderio di apprendere la tecnica e nelle sedute successive insegno loro gli esercizi del ciclo inferiore del metodo di Schultz (1993). Sin dalla volta successiva, noto che qualcosa è accaduto. Riportano che hanno fatto gli esercizi in coppia, alternandosi alla guida delle formule.  Bruno (ha un viso più disteso del solito): «È stata una piacevole sorpresa. È la prima volta che tu segui quello che io ti dico senza ribattere e senza dirmi che ti do fastidio!» (ride, giocando sul doppio senso).  Serena: «Ed è la prima volta che non ti arrabbi e che rispetti i miei tempi senza fare l’offeso o la vittima» (ride).

Aggiungo: «È come se aveste scoperto un nuovo gioco che potete fare insieme».  Accolgono con entusiasmo la metafora del gioco che sembra coinvolgerli ed eccitarli sul doppio registro del prendersi cura di sé e del partner e del giocare a esplorare una dimensione nuova del loro stare assieme corporeo. Uno degli obiettivi fondamentali della psicoterapia della Gestalt nel lavoro con le coppie è ripristinare la capacità ludica come modalità di contatto fuori dai soliti schemi delle reciproche, drammatiche aspettative. «(…) il salto illogico del gioco, il lasciare momentaneamente irrisolto il problema per fare altro (…) ridendo perché così si guarda al futuro che può iniziare adesso» (Spagnuolo Lobb, 2011, p. 173).

Chiedo: «Ci sono margini di miglioramento nel vostro modo di eseguire insieme il TA?».

(…)

Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVII, 2014-1, I vissuti sessuali in psicoterapia
Rivista semestrale di Psicoterapia della Gestalt, edita da FrancoAngeli, pag. 74

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La Relazione secondo la PdG


Noi, l’altro e l’ambiente. Gli psicoterapeuti rispondono..

La psicoterapia della Gestalt (PdG) studia il qui e ora della relazione, definito come l’accadere, il rivelarsi dell’esperienza co-creata da organismo-e-ambiente-in-contatto. In PdG la relazione è definita come l’evolversi dei contatti tra un dato “organismo-animale-umano” e una parte del suo ambiente (umano o non umano).
Il termine “contatto” implica l’interesse per l’esperienza generata dalla concretezza dei sensi, e dunque per i valori estetici e processuali della relazione. Il confine di contatto è il luogo in cui si dispiega il sé e la fenomenologia dell’incontro, con le fasi del pre-contatto, contatto, contatto pieno e post-contatto, include sfondi (acquisizioni passate) e figure (determinazioni attuali protese al futuro).
L’aggressività, in quanto forza spontanea destrutturante di sopravvivenza, sostiene l’esperienza di andare verso l’altro, e l’adattamento creativo consente all’individuo di differenziarsi dal contesto sociale, ma anche di esserne pienamente e significativamente parte.

La relazione terapeutica: l’esserci-con del terapeuta e del paziente creano un campo esperienziale in cui l’evolversi spontaneo (non ansioso) del sé al confine di contatto è possibile e l’intenzionalità insita nella richiesta di cura del paziente può attuarsi.

M. Spagnuolo Lobb e P.A. Cavaleri

Definizione tratta da GestaltPedia, l’enciclopedia della Gestalt

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EAGT meeting – Bucarest (Romania)


Nel week end del 15-17 Settembre 2017 si è svolto a Bucarest l’incontro della European Association for Gestalt Therapy (EAGT).
Silvia Tosi è andata in rappresentanza della Società Italiana Psicoterapia Gestalt, essendo Rosanna Biasi, attuale presidente della Società, impegnata in un corso di formazione. Gli incontri delle varie commissioni e dell’Extended Board si sono svolti sotto la presidenza di Beatrix Wimmer.

Venerdi 15 si è svolto l’informal meeting tra i rappresentanti delle NOGT (Associazioni Nazionali), presieduto da Renata Mizerska (NOGTs officer). Per i partecipanti è stata un’occasione di scambio sullo stato delle cose nei diversi paesi. Silvia Tosi ha esposto il lavoro che la SIPG porta avanti per includere e collaborare con le altre due associazioni di Gestalt presenti in Italia. Le ore dedicate al confronto durante il meeting non sono bastate: i partecipanti hanno approfondito alcuni temi in maniera informale durante la cena al Centro Storico di Bucarest.

La mattina di Sabato 16 Settembre ha ospitato il General Board Meeting, presieduto da Beatrix Wimmer (presidente) e Renata Mizerska.
I temi trattati sono stati principalmente: “la comunicazione” (soprattutto rivolta all’esterno), la prossima EAGT conference nel 2019 in Bulgaria,  i progetti della commissione Diritti Umani e i progetti della commissione sulle Competenze.
Durante il pomeriggio, l’Annual General Meeting è stato presieduto da Beatrix Wimmer: sono stati presentati i report del tesoriere e dei coordinatori delle commissioni. In un secondo momento si è proceduto alla votazione delle revisioni del documento sui Training Standards e di una parte del GPO, per terminare con la rielezione di un membro del comitato etico e di uno del Training Standard Commitee.

Tutte le riunioni e gli incontri informali si sono svolti in un clima piacevole e collaborativo. I colleghi rumeni sono stati molto accoglienti e ospitali.

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La Figura come adattamento creativo


Il termine figura, così come quello di sfondo, fa parte integrante della dinamica percettiva studiata negli anni venti dalla psicologia della Gestalt e poi applicata negli anni cinquanta alla dinamica relazionale tra organismo e ambiente dalla psicoterapia della Gestalt (PdG).

Così come la psicologia della Gestalt introdusse una concezione rivoluzionaria della percezione, che da passiva acquisizione di stimoli slegati divenne processo attivo e creativo operato dal soggetto, la PdG introdusse una prospettiva rivoluzionaria sulla dinamica delle relazioni umane, non più determinata da fattori inconsci, ma considerata come realtà fenomenica esperita nel qui e ora del contatto organismo/ambiente, regolata dalla dinamica figura/sfondo.

Per gli psicologi della Gestalt la figura organizzata, significativa, è l’unità di misura della percezione, che risponde ad una serie di leggi, la più importante delle quali è la legge della pregnanza.

In PdG la formazione di figura è un adattamento creativo, basato sul principio dell’autoregolazione della relazione: la figura, che chiamiamo “Gestalt”, emerge dallo sfondo esperienziale come migliore organizzazione possibile di energie percepite in sé e nell’ambiente e delle intenzionalità di contatto; la figura è la co-creazione del confine di contatto, luogo dell’esperienza condivisa in cui il sé dei soggetti coinvolti prende forma differenziandosi e acquisendo la novità.

La formazione di figura è sostenuta da una forza vitale (aggressione dentale) che consente di destrutturare e ristrutturare la realtà in modo assolutamente creativo e unico.

M. Spagnuolo Lobb e P. A. Cavaleri

Definizione tratta da GestaltPedia, l’enciclopedia della Gestalt!

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LA CONOSCENZA INCARNATA


La prospettiva fenomenologica, pur nel dilemma tra soggettività ed oggettività che costituisce un nodo centrale del pensiero di molti filosofi, considera l’esperienza come ciò che dà la conoscenza, e che non è in alcun modo sostituibile con l’analisi concettuale. Occorre allora considerare l’intenzionalità di un comportamento, ossia il contatto che lo anima e lo motiva. La conoscenza incarnata, intenzionata-al-contatto ed estetica, radicata nell’unitarietà organismo/ambiente, è ciò che rende giustizia al nostro approccio.

Margherita Spagnuolo Lobb

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LE ESPERIENZE DISSOCIATIVE


Nell’approccio gestaltico oltre a vedere le forme dissociative in un’ottica dimensionale, aggiungiamo una lettura relazionale che le colloca lungo un continuum che va dalla spontaneità del contatto (capacità di adattarsi nel contatto con l’ambiente senza perdere la flessibilità e la presenza, la consapevolezza) all’assenza di consapevolezza al confine, alla desensibilizzazione del sé-in-contatto provocata da processi ansiogeni.

Una peculiarità dell’ottica dimensionale della psicoterapia della Gestalt è lo sguardo alle dissociazioni come adattamento creativo del processo di contatto con l’ambiente. Esso consente di leggere l’esperienza dissociativa all’interno di un accadimento relazionale: “Mi dissocio con te”. Questa peculiare ottica colloca l’intervento gestaltico nella cornice di una necessaria relazionalità: il terapeuta deve innanzitutto fornire quel ground relazionale che consente al paziente di recuperare la spontaneità del processo di contatto rimasto per così dire “sospeso”.

Margherita Spagnuolo Lobb, Valeria Rubino

(da: QdG 2015/1 – La psicopatologia in psicoterapia della Gestalt II parte)

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LA SPONTANEITÁ DELL’INCONTRO TERAPEUTICO


La condizione di base della spontaneità del terapeuta consiste essenzialmente nell’essere pienamente sintonizzato sul paziente, nell’essere partecipe della sua esperienza, non avendo altro obiettivo in mente che questo, e nell’assumersi il rischio di lasciar percepire al paziente di essere coinvolto emotivamente. Credo che questo sia il più importante fattore di cambiamento terapeutico.

Albino Mercurio Macaluso

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IL SÉ COME ESPERIENZA DEL MONDO


La teoria del sé della psicoterapia della Gestalt ancora oggi esprime una novità clinica importante, che le ha consentito di non essere inglobata in altre nuove correnti che negli anni si sono formate (dalla Mindfulness alle correnti intersoggettive e relazionali della psicoanalisi contemporanea, al costruttivismo), che, pur ispirandosi a principi per noi familiari, presentano il vantaggio di rivolgersi ai nuovi bisogni clinici e alle mutate condizioni sociali. La teoria gestaltica del sé, ossia la definizione di come si costruisce il senso di sé, il processo di individuazione, è ancora nuova e radicale, dopo 60 anni, e resiste alle evoluzioni del mondo della psicoterapia. Occorre declinarla nel tempo che viviamo, molto diverso da quello in cui vissero i fondatori.

In linea con la sua matrice fenomenologica, il senso di sé in psicoterapia della Gestalt è definito come l’esperienza del mondo. Noi ci individuiamo nel momento in cui facciamo esperienza del mondo, intendendo per esperienza il processo attivo e passivo insieme (il modo medio) di adattamento creativo (il contatto appunto). Ai fondatori non interessava capire l’esistenza di un senso di sé fuori dal contatto con il mondo. L’ottica è quella del “tra-in-azione”.

Margherita Spagnuolo Lobb

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LA RELAZIONE TERAPEUTICA COME “FATTO” REALE


La relazione terapeutica non è considerata né come il risultato di proiezioni di schemi relazionali appartenenti al passato, né soltanto come un laboratorio in cui si “provano” schemi relazionali più efficaci per il mondo esterno, per la vita reale. Tra paziente e terapeuta avviene una relazione unica ed irripetibile, in cui le percezioni reciproche si modificano, in cui gli schemi del passato si elaborano allo scopo di migliorare questa specifica relazione, non quelle del passato. È ciò che accade tra questo specifico terapeuta e questo specifico paziente che costituisce la cura, una delle tante possibili esperienze di cura.

Margherita Spagnuolo Lobb

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