Seminari di supervisione con Margherita Spagnuolo Lobb


Il confine in evoluzione della psicoterapia
Siracusa, Palermo, Milano 2018 

I seminari di supervisione sono un’occasione di scambio tra psicoterapeuti e di aggiornamento sulle nuove competenze oggi richieste. Come sappiamo il ruolo dello psicoterapeuta è fondamentale nella società contemporanea. Infatti vari traumi sconvolgono ormai la nostra vita: dagli atti terroristici, ai delitti cruenti che si consumano all’interno di relazioni intime, a uragani e terremoti sempre più frequenti e distruttivi, alla povertà che travolge e riduce sul lastrico individui e famiglie che si ritrovano senza casa, senza lavoro e senza la speranza di una vita dignitosa.

Queste condizioni difficili minano il senso di sicurezza e condizionano in modo particolare i giovani, sia nella loro fisiologia in evoluzione (è impossibile rilassarsi, respirare e sentire un senso di sé che si sviluppi armoniosamente); che nella loro anima, orientata a risolvere il problema immediato di sopravvivere più che ad alimentare un sogno proiettato nel futuro.

Le sofferenze cliniche che riguardano i giovani ci invitano a riflettere su nuove prassi psicoterapiche, così come sul nostro vissuto personale davanti a gesti e situazioni una volta impensabili. Una lettura gestaltica del disagio giovanile ci consente di soffermarci su quell’attimo in cui l’eccitazione può trasformarsi in coraggio, in azione di contatto verso l’altro o, al contrario, in varie forme di sofferenza relazionale.
Il corso di supervisione è articolato in tre incontri. Ogni incontro sarà dedicato ad un tema clinico emergente e includerà momenti teorici ed esperienze personali.

1. Le dipendenze
Le dipendenze diventano sempre più diffuse e variegate tra i giovani. In linea generale, l’eccitazione per il contatto si trasforma in attaccamento a una sostanza o ad una abitudine capace di sedare momentaneamente l’ansia provocata dall’energia di contatto non sostenuta.

Il seminario esplorerà chiavi di lettura per comprendere in che modo il paziente blocca quell’eccitazione e come può superare questo impasse nella relazione terapeutica.

2. I Disturbi alimentari
I disturbi della condotta alimentare oggi sembrano basarsi su vissuti relazionali più primitivi e meno differenziati. La classica anoressia reattiva dell’adolescente che non si identifica con la madre, o l’iperfagia “da manuale” della ragazza arrabbiata con gli uomini che vuole distruggere la propria femminilità, sembrano cedere il passo ad anoressie depressive e iperfagie desensibilizzate, o ad abitudini alimentari monotematiche.

Il seminario affronterà l’evoluzione del vissuto corporeo dei giovani, quando sono incapaci di identificare e accettare il cibo giusto per sé.

3. Le condotte suicidarie
Una delle conseguenze della scarsa e poco articolata percezione corporea è la difficoltà di instaurare un attaccamento emozionalmente chiaro con le figure di riferimento, e dunque un chiaro senso di sé e del proprio orientamento nel mondo. Molte condotte suicidarie degli adolescenti ci sorprendono per la precocità di tale atteggiamento depressivo, in un’età in cui la spinta naturale è verso la vita. Le azioni suicidarie giovanili sono reazioni a frustrazioni percepite come intollerabili, o alla mancanza di consapevolezza del rischio inteso come senso del limite.

Il seminario affronterà le condotte suicidarie nei diversi setting adolescenziali (familiare, genitoriale e individuale), per identificare strumenti e prospettive capaci di favorire la nascita di un senso di sé adulto capace di mantenere l’integrità, nonostante le asperità della vita.

 

Il corso è attivo in tutte le sedi dell’Istituto di Gestalt HCC Italy
Siracusa, Palermo, Milano

 

Per tutte le informazioni sul corso di supervisione clicca qui

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Co-creare una psicopatologia gestaltica


– Giuseppe Sampognaro

L’autore rivolge ai docenti internazionali dei corsi di psicopatologia gestaltica dell’Istituto di Gestalt HCC Italy alcune domande, allo scopo di rivisitare e definire il concetto di psicopatologia nel nostro modello. Le loro risposte convergono sul valore intrinseco della diagnosi estetica e sul concetto di campo relazionale sofferente. Allo stesso modo, sottolineano l’importanza della svolta teorica dello “sviluppo polifonico dei domini” come chiave di lettura diagnostica e traccia terapeutica da seguire nel contatto col paziente. A conclusione, un commento del fenomenologo Gilberto Di Petta e il suo auspicio di una psicopatologia sempre più aderente all’atteggiamento fenomenologico oscillante tra oggettivo e intersoggettivo.

Da tempo la psicoterapia della Gestalt sembra essersi “riconciliata” con il concetto di psicopatologia. Dopo l’iniziale periodo di insofferenza e il tentativo di rifiutare la dipendenza da ogni inquadramento nosologico anche la psicoterapia della Gestalt ha accolto la necessità di “leggere” la patologia e di individuarne la forma e l’origine. Sappiamo infatti che, negli anni, la diffusione del nostro modello anche all’interno delle istituzioni pubbliche relative alla salute mentale ha determinato la necessità di dialogare sia con psichiatri (legati a un’impostazione medica) sia con colleghi di altre Scuole, formati a una mentalità nosografica tradizionale.

L’Istituto di Gestalt HCC Italy è stato dagli anni ’80 ed è tutt’ora leader internazionale in questo processo di integrazione della psicopatologia e della clinica contemporanea nella prassi e nella teoria del nostro approccio. Organizza dal 2012 l’International Training in Psychopathology and Contemporary Disturbances, rivolto a psicoterapeuti della Gestalt di tutta Europa, Russia e Paesi dell’Est. Il riscontro positivo di questa formazione è tale da creare un vero e proprio movimento nella comunità gestaltica internazionale. Abbiamo intervistato i quattro docenti di questo Training, Margherita Spagnuolo Lobb, Gianni Francesetti, Carmen Vázquez Bandín, Jean-Marie Robine. Dalla loro voce possiamo intuire i concetti fondamentali su cui si basa questo modello psicodiagnostico gestaltico.

Abbiamo poi chiesto a Gilberto Di Petta, psichiatra fenomenologo, Vice presidente della Società Italiana per la Psicopatologia Fenomenologica e Socio fondatore della Società Italiana di Fenomenologia Clinica e di Psicoterapia, di commentare tali risposte, al fine di mantenere il modello dell’Istituto in dialogo con la corrente della psichiatria fenomenologica e con la sua tradizionale pro- spettiva sulla sofferenza della relazione.

Margherita Spagnuolo Lobb
Parlare di psicopatologia, e ancor più di diagnosi, è stato certamente un grande passaggio per il nostro approccio che, come tutti gli approcci umanistici, rifiutava, fino agli anni ’80, di occuparsi delle psicosi e dei disturbi gravi. Ricordo un seminario di scambio tra il nostro Istituto e il New York Institute for Gestalt Therapy (l’Istituto in cui la psicoterapia della Gestalt è stata fondata, quello che più di tutti dà valore alla ricerca e allo sviluppo teorico), in cui parlammo di psicopatologia e di sviluppo infantile, suscitando curiosità e conflitti.

La fedeltà al qui e ora era diventata negli anni un ostacolo a parlare di tutto ciò che potesse portare fuori dalla freschezza del momento. Il passaggio alla considerazione del mondo della patologia si rese necessario dopo gli anni ’80, quando i disturbi gravi aumentarono e ci fu bisogno di capire come la percezione psicotica sia diversa da quella nevrotica, insomma di avere strumenti per fare una diagnosi differenziale. Le tecniche gestaltiche, come per esempio chiedere di amplificare un sintomo, risultavano rischiose in alcuni casi (fino a provocare un esordio psicotico) e utili in altri (tanto da fare sentire le persone libere di essere se stesse). La psicoterapia della Gestalt era nata per sostenere le risorse, per apprezzare la bellezza. Il rifiuto di Perls stesso a trattare pazienti gravi, quando era a Esalen, rispecchiava l’interesse della società e della psicoterapia di sostenere la potenzialità umana celata da una società massificante, impositiva, cieca alla creatività individuale.

I cambiamenti sociali degli anni ’80 avevano dunque registrato un aumento dei disturbi gravi. Il bisogno di liberare il potenziale umano creativo e autonomo lasciava il posto ad un bisogno di definirsi. Lo sfondo relazionale sicuro, fatto di ruoli chiari e certezze affettive, lasciava il posto a “intermittenze” relazionali che generavano il senso di inaffidabilità dell’altro, e ad una ricerca di sé attraverso provocazioni (penso ai disturbi alimentari, alle tossicodipendenze, per esempio). Occorreva tradurre i principi gestaltici, nati in una società più solida, nel linguaggio di queste nuove sofferenze. Non ci si poteva più esimere dal trattare i pazienti gravi.


Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVII, 2014-2, La psicopatologia in psicoterapia della Gestalt
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli, pag. 9

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Il trauma dell’abuso e il delicato processo della riparazione


:come ridare voce e corpo al bambino violato

-Rosanna Militello ntervista a Marinella Malacrea (Parte II)

 

Marinella Malacrea, in questa intervista risponde con ampiezza ed accuratezza a precise domande su un tema delicato, complesso e drammatico, che seppur “vecchio come il mondo”, continua a sconcertare, a stimolare e ad affascinare il lavoro di ricerca e clinico, di chi si occupa di bambini violati. Il lavoro sul trauma dell’abuso all’infanzia, oggi in continua evoluzione, richiede la necessità di modelli terapeutici efficaci per poter rielaborare e riparare quei blocchi evolutivi e quelle pesanti cicatrici che hanno arrestato in modo dirompente la normale spontaneità che è insita nel cuore di ogni bambino.

(…)

Rosanna Militello: Nella psicoterapia della Gestalt l’incontro terapeutico viene visto come una co-creazione, una danza in cui il bambino corre il rischio di potersi esprimere mentre il terapeuta si prende il rischio di accompagnarlo in un viaggio verso terre sconosciute, aprendo spazi nuovi di immaginazione (Spagnuolo Lobb, 2007). Potrebbe descriverci le fasi del processo terapeutico che segue nel lavoro clinico con il bambino vittima di Esperienze Sfavorevoli Infantili?

Marinella Malacrea: Come già detto, la psicoterapia nell’abuso all’infanzia è finalizzata in primo luogo ad agire sul sistema di significati del soggetto, cambiando le “lenti” con cui viene letta l’esperienza, diminuendo il cortocircuito tipico dei processi post traumatici e ripristinando la capacità di integrazione, archiviazione e controllo su pensieri, ricordi, comportamenti, stati psicofisici. Fondamentale è l’idea che il trattamento è un processo, che, in modo non lineare, attraversa tuttavia fasi obbligatorie. Imprescindibile diventa la progettazione dell’intervento in ogni sua fase.

Tale progettazione sarà guidata da due considerazioni: la prima attiene alla necessità di governare il processo terapeutico garantendo sicurezza, gradualità, sintonizzazione con la piccola vittima ed evitando per quanto possibile, riattivazioni traumatiche; la seconda discenderà dalla consapevolezza che non ci si può attendere che i modelli operativi post traumatici vengano attaccati spontaneamente dal piccolo paziente. Quindi, spetta a chi cura guidare con mano ferma la rivisitazione dei processi psichici disfunzionali, portando per così dire per mano il bambino.

I presupposti del contratto terapeutico, costituiti da motivazione e stabilizzazione (controllo sufficiente della sofferenza), devono trovare un equilibrio accettabile. Il trattamento è, infatti, a rischio di “implosione” se c’è insufficiente spinta al cambiamento o al contrario di “esplosione” se pesa una eccessiva labilità e criticità personale. Si può affermare che l’attenzione a queste premesse costituisce il focus trasversale all’intero processo terapeutico. Va notata ancora la precocità con cui nel trattamento viene affrontata la necessità di “guardare da vicino” l’esperienza traumatica più grave, recuperando progressivamente, a cerchi concentrici, premesse e conseguenze, nonché esperienze traumatiche secondarie.

L’obiettivo trasversale della cura, che affonda le sue radici in un humus empatico, è collaborare attivamente a produrre “finestre di plasticità”, di cui ho parlato in precedenza. Lavorando con il bambino appare importante accordarsi sul fatto che lui stesso che è il vero protagonista, affronterà la sua sofferenza in un lavoro di “squadra” con il terapeuta.

La metafora della “squadra” si rivela densa di valore e immediatamente esplicativa. Una squadra si fonda su un libero contratto, è formata per mettere insieme le forze per vincere, è sintonizzata sul raggiungimento di un comune obiettivo, ognuno deve fare la sua parte, nella squadra non ci sono segreti. “Essere in squadra” consente fin dal primo incontro di parlarsi chiaro, di esplicitare le informazioni pregresse comunque raccolte e che a volte neppure il bambino conosce nella sua interezza, di definire gli obiettivi, di fare l’elenco dei problemi da risolvere, di chiarire i metodi che verranno adottati e molto altro: in una parola, consente di responsabilizzare il bambino nel suo percorso terapeutico. In quest’ottica di cooperazione un passaggio fondamentale è la fase della restituzione al piccolo paziente, che deve contenere, pur nel dettaglio unico e specifico del singolo individuo, alcuni “messaggi forti e chiari”.

(…)

Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXIV,  2011 – 1, Concentrazione, emergenza e trauma
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt, edita da FrancoAngeli, pag. 13

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Autismo e psicoterapia della Gestalt: un ponte dialogico possibile


-Antonio Narzisi e Rosy Muccio

Gli obiettivi principali di questo studio sono: descrivere le caratteristiche cliniche di disturbi dello spettro autistico cercando di costruire un ponte dialogico con la psicoterapia della Gestalt e iniziare a sviluppare una lettura ermeneutica dei disturbi dello spettro autistico secondo la teoria della psicoterapia della Gestalt.

Autismo: caratteristiche generali ed espressività del disturbo sociale

L’individuazione dell’autismo come sindrome clinica precocissima si può far risalire a due pubblicazioni quasi contemporanee. La prima, ad opera di Kanner (1943), descriveva bambini caratterizzati dall’assenza di interessi sociali, tendenza a stare da soli, intolleranza ai cambiamenti, interessi ristretti e stereotipati, disturbi del linguaggio e riduzione delle capacità cognitive; la seconda, del 1944, ad opera di Asperger, descriveva soggetti ugualmente solitari e dagli interessi ristretti ma senza deficit cognitivo e linguistico.

L’autismo di Kanner e la sindrome di Asperger sono diventati i due quadri clinici estremi di quelli che attualmente sono definiti Disturbi dello Spettro Autistico (DSA, o Autism Spectrum Disorders, ASD) e che sono caratterizzati da due elementi: 1) deficit socio-comunicativo; e 2) presenza di interessi ristretti. Secondo le stime del CDC (Center for Disease Control and Prevention), l’incidenza dei DSA è di circa 1 bambino su 68. Tale incidenza pone i DSA come malattie non rare e di grande rilevanza sociale e sanitaria. Per molti anni l’ipotesi eziologica dell’autismo è stata basata sull’idea che il bambino affetto da autismo fosse neurologicamente sano, e che la causa dell’autismo fosse individuabile solo nel rapporto inadeguato con una madre “frigorifero” (Bettelheim, 1967).

Per molti anni questa ipotesi eziologica, oggi ritenuta scorretta, ha dominato il panorama clinico internazionale. Attualmente i DSA sono considerati come l’espressione di uno specifico processo patologico che, a partire da fattori poligenetici (sicuramente presenti, ma solo in piccola parte identificati), comporta uno sviluppo anormale della architettura cerebrale che è la responsabile della sindrome clinica comportamentale. Il fatto che l’autismo possa essere meglio compreso nella sua natura di disfunzione genetica e neurobiologica ha portato progressivamente a sviluppare metodi terapeutici più congruenti con la specificità dei deficit neurocognitivi e psicopatologici. In particolare la ricerca sul ruolo che l’esperienza svolge nell’espressione dei geni e nella costruzione dell’anatomia cerebrale sta ponendo le basi per trattamenti in grado di modificare le funzioni e le strutture cerebrali e non come semplici e forzose modificazioni comportamentali.

L’intervento precoce è maggiormente efficace poiché si appoggia sulla plasticità cerebrale, connessa al ruolo che l’esperienza svolge nell’espressione genica e nella costruzione dell’anatomia cerebrale. Attualmente gli interventi precoci per l’autismo sono collocabili lungo un continuum che vede ad una estremità gli interventi fondati sulla teoria comportamentale (behavioral approaches) e dall’altra quelli basati sullo sviluppo (developmental approaches).

Secondo questa proposta tutti gli interventi possono essere collocati all’interno di un continuum che va da approcci comportamentali altamente strutturati e guidati da un terapista, ad approcci meno strutturati che seguono gli interessi del bambino basandosi su un programma teso a facilitare il suo progredire sulla scala dello sviluppo (Narzisi et al., 2014; Ospina et al., 2008). Kanner (1943, p. 1) aveva descritto i bambini con autismo come «bambini che vengono al mondo con un disturbo innato nel formare l’usuale contatto affettivo con le persone, proprio come altri bambini vengono al mondo con un handicap fisico o intellettivo».

Questa intuizione di Kanner è oggi ampiamente confermata sia dagli studi clinici, che segnalano come indici precoci di rischio di autismo il difetto dell’attenzione condivisa e della reciprocità sociale (Mundy, Crowson, 1997), sia dagli studi di imaging (Kennedy et al., 2006) che segnalano disfunzioni a livello di un complesso network di aree cerebrali deputate alla regolazione sociale delle azioni umane (amigdala, corteccia orbito-frontale, giro temporale superiore e inferiore, giro fusiforme, corteccia temporo-polare). L’abbattimento dell’età del bambino al momento della diagnosi dai sei anni ai tre/quattro anni ha notevolmente migliorato la prognosi dei DSA (Vismara, Rogers, 2010). La sfida attuale è quella di porre diagnosi di autismo prima dei trentasei mesi di vita in modo da poter intervenire in una fase dello sviluppo in cui il disturbo non si è ancora stabilizzato e quindi di modificare realmente la qualità della reciprocità sociale in questi bambini.

(…)

Quaderni di Gestalt, volume XXVIII, 2015-1, Il sé e il campo in psicoterapia della Gestalt
Rivista Semestrale di Psicoterapia della Gestalt, edita da FrancoAngeli

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Il Training Autogeno in psicoterapia della Gestalt. Rilassamento, consapevolezza, vitalità


– Teresa Borino

 

Il corpo e l’anima sono identici “in re” anche se non “in verbo”,
le parole corpo e anima denotano due aspetti della stessa cosa.

F. Perls (1995)

Il presente articolo propone una contestualizzazione dell’apprendimento e dell’utilizzo del Training Autogeno entro la cornice teorico-metodologica della psicoterapia della Gestalt. Dimostra come questa “adozione” può dare benefici non solo sul versante dell’acquisizione di una maggiore consapevolezza corporea, e dunque di un rilassamento psico-fisico, ma anche a sostegno di un percorso di apertura di sé al cambiamento nel contatto organismo/ambiente, ai fini del cambiamento terapeutico. L’uso del Training  Autogeno è anche utile al terapeuta per tenere la propria capacità di sentire il proprio corpo in allenamento.

Il Training Autogeno, che letteralmente significa “allenamento che si genera da sé”, è considerato una delle tecniche di rilassamento più efficaci. La distensione psichica e l’autoregolazione di funzioni normalmente involontarie, regolate dal sistema nervoso autonomo, sono tra gli obiettivi più conosciuti della tecnica.

La pratica del Training Autogeno consiste in un graduale e sistematico apprendimento di una serie di esercizi di concentrazione psichica passiva, particolarmente studiati e concatenati allo scopo di portare progressivamente al realizzarsi di spontanee modificazioni del tono muscolare, della funzionalità vascolare, dell’attività cardiaca e polmonare, dell’equilibrio neurovegetativo e dello stato di coscienza (Crosa, 1993, p. XI).

Il Training Autogeno è uno strumento poliedrico ideato da J.H.Schultz all’interno di una complessa concezione della vita, la bionomia, e di una teoria del metodo, l’autogenia, in cui il rilassamento è conseguenza del recupero del proprio equilibrio e della riarmonizzazione dei circoli vitali. La duttilità e la flessibilità della tecnica ne consentono l’impiego anche all’interno di modelli clinici diversi, ove è possibile recuperare le valenze psicoterapiche prospettate da Schultz nell’ambito della psicoterapia bionomica.

Psicoterapia della Gestalt e Training Autogeno sono accomunati da una visione olistica e integrativa dell’esperienza e si basano su alcuni principi teorici comuni: la focalizzazione sui processi di concentrazione e consapevolezza nel qui ed ora, l’accettazione passiva di quanto emerge spontaneamente, e la capacità di autoregolazione organismica.

L’ipotesi prospettata nel presente articolo è che contestualizzare l’apprendimento e l’utilizzo del Training Autogeno entro la cornice teorico-metodologica del modello della psicoterapia della Gestalt offre strumenti utili agli allievi che apprendono il metodo gestaltico, ai terapeuti che con esso si identificano nella pratica clinica, e ai loro pazienti. La tecnica del Training Autogeno, declinata secondo l’ermeneutica gestaltica, infatti, non solo addestra al rilassamento psico- fisico, ma sostiene anche un percorso di conoscenza e di consapevolezza di sé e dunque di cambiamento.

Vorrei, in ultimo, sottolineare che è consigliabile, a garanzia e tutela per i pazienti, che il terapeuta che voglia inserire nella propria pratica clinica il Training Autogeno, possieda delle nozioni (almeno di base) sulla fisiologia dei vari apparati e sistemi coinvolti.

(…)

L’articolo tratta i seguenti temi:

1. Stress e eccitazione

2. La respirazione e l’ansia

3. Il Training Autogeno nel trattamento dello stress e dell’ansia

4. Livelli di manifestazione dell’ansia e indicazione per il Training Autogeno

5. Il Training Autogeno in psicoterapia della Gestalt

Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVI, 2013/1, L’emergere dell’esperienza somatica nel campo fenomenologico
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da FrancoAngeli, pag. 109

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Supervisioni per psicoterapeuti con crediti ECM – Edizione 2017 La “danza” tra psicoterapeuta e paziente: una nuova lettura estetica e fenomenologica


Si è concluso il ciclo primaverile dei seminari di supervisione per psicoterapeuti, condotto da Margherita Spagnuolo Lobb nelle tre sedi di Milano, Palermo e Siracusa. I tre incontri sono stati occasione, nelle tre sedi, di riflessioni cliniche per psicoterapeuti della Gestalt e di altri approcci.

Sono stati seminari pieni di umanità e sostegno, che hanno offerto riletture teoriche e nuove prassi psicoterapiche ai tre gruppi di psicoterapeuti formatisi nelle tre sedi dell’Istituto, Siracusa, Palermo e Milano.

I vissuti clinici dei nostri pazienti sono in continua evoluzione e fanno eco ai cambiamenti profondi della società contemporanea. L’incertezza e l’ansia si trasformano oggi in depressione, dissociazione, mancanza di radicamento nel senso di sé. Questa liquidità e perfino inafferrabilità del vissuto sociale richiede nuove competenze terapeutiche.

Le scienze umane, dalle neuroscienze all’epigenetica alle psicoterapie, oggi si rivolgono a ciò che accade nell’interazione umana, nell’atto della co-creazione del confine di contatto. Una competenza terapeutica oggi richiesta, per esempio, è una lettura dell’esperienza del paziente e della risposta del terapeuta più dinamica e flessibile, capace di cogliere nel campo fenomenologico l’attimo fuggente della danza tra terapeuta e paziente.

Grazie di cuore ai colleghi che hanno partecipato alle supervisioni e che ogni giorno mettono se stessi a servizio della sofferenza umana, attraversando vissuti non facili con determinazione, curiosità e coraggio, per aiutare coloro che si affidano alle loro cure.

L’appuntamento è a ottobre e novembre 2017, per il ciclo autunnale.

Guarda nel sito www.gestalt.it o scrivi a info@gestalt.it

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Corso base di Training Autogeno in Psicoterapia della Gestalt rilassamento, concentrazione, consapevolezza e vitalità con Teresa Borino 06/10/2016 – 01/12/2016, Palermo


 

Scade il 15 Luglio 2016 la tariffa agevolata per iscriversi al corso.

Il corso intende contestualizzare l’apprendimento della tecnica del T.A. entro la cornice teorico-epistemologica del modello della psicoterapia della Gestalt avvalendosi dall’esperienza trentennale maturata dall’Istituto in ambito formativo e clinico. In tal modo il T.A. oltre che una tecnica di auto distensione può contribuire ad un percorso di conoscenza e di consapevolezza di Sé.

Il vuoto privo di contenuto diventa vivo, viene riempito. L’esperienza del vuoto fertile non è né oggettiva né soggettiva. Non è neanche l’introspezione. Semplicemente è. E’ la consapevolezza senza la speculazione sulle cose su cui si è consapevole”.

F.Perls

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NUOVI SVILUPPI DELLA TEORIA DEL SÉ E RISVOLTI CLINICI Riflessioni cliniche per psicoterapeuti con Margherita Spagnuolo Lobb


Siracusa, 13 aprile 2016

Avrà luogo il prossimo 13 aprile il secondo seminario di supervisione condotto dal direttore del nostro Istituto a Siracusa. L’incontro verterà sul tema: “Gli sfondi esperienziali del sé e le sofferenze al confine di contatto”

La qualità percettiva dello sfondo costituisce la base da cui emergono le figure cliniche contemporanee. Verranno individuati quattro tipi di sfondi percettivi da cui, con una logica dimensionale e non categoriale, emergono diverse sofferenze del “tra”. Sarà presentato uno strumento clinico per l’individuazione e il sostegno specifico nelle varie configurazioni figura/sfondo. La supervisione dei casi portati dai partecipanti consentirà di esercitarsi su questa competenza terapeutica.

Per info e iscrizioni clicca qui

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IL SÉ COME ATTUALIZZARSI DELLA DINAMICA FIGURA/SFONDO Gli sfondi esperienziali del sé con Margherita Spagnuolo Lobb


 

 

L’edizione dei seminari di supervisione 2016 dal titolo “Nuovi sviluppi della teoria del sé e risvolti clinici. Riflessioni cliniche per psicoterapeuti” sarà occasione di approfondimento e aggiornamento su alcuni concetti fondamentali del modello gestaltico.

Questo primo seminario, a partire dal tema classico della dinamica figura/sfondo, si focalizzerà sulle nuove evidenze cliniche attraverso uno sguardo più attento agli sfondi esperienziali dei pazienti. Il sentimento di incertezza, vissuto sia a livello sociale che intimo, è ormai epidemiologicamente diffuso e genera nuove sofferenze relazionali. Si impone allora al clinico l’esigenza di volgere la propria attenzione allo sfondo esperienziale dei pazienti, dando profondità al qui-e-ora. Il seminario, attraverso la supervisione dei casi clinici portati dai partecipanti – gestaltisti e non -, offrirà nuovi strumenti di intervento clinico gestaltico, tradizionalmente incentrato sulle figure.

 

Per info e iscrizioni clicca qui

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