Simona e il panico


– Giuseppe Sampognaro.

Simona entra nell’ambulatorio di psicoterapia come se si sentisse un’ospite indesiderata: si scusa per il ritardo (è puntualissima), tiene la testa bassa, si rannicchia in pizzo alla poltrona. È appena arrivata e sembra già pentita di avere fissato l’appuntamento e di essere qui, minuta e indifesa. Mi trasmette il suo disagio, mi sento combattuto tra la voglia di accoglierla con calore e il dovere di rispettare la sua fragilità. Dopo le solite domande rompi-ghiaccio, alle quali risponde in modo laconico («Sì…No…Ne ho qua- rantadue»), le chiedo qual è il problema.

«La mia paura» dice. «Sono perseguitata dalla paura, soprattutto di notte. Veda, io vivo sola. Di giorno stringo i denti, mi distraggo. Ma di notte…».

Mi racconta di sé: del suo matrimonio ventennale naufragato due anni fa (lui aveva diverse storie parallele a cui non aveva alcuna intenzione di rinunciare); del figlio – per lei, l’unica fonte di autocompiacimento – che studia all’estero; del lavoro che la soddisfa poco nonostante il suo impegno appassionato (insegna Lettere presso un liceo); della pochezza di rapporti interpersonali di cui è fatta la sua esistenza. Parla con voce bassa, emozionata, torcendosi le mani e sfuggendo il mio sguardo se non per intermittenti flash.

Le chiedo quando è iniziata la sua paura.

«Un anno fa. Alla fine di una giornata come tante altre, ero andata a letto. Saranno state le due di notte. Ero finalmente riuscita a farmi venir sonno, a forza di leggere e leggere. Subito dopo aver spento la luce e aver chiuso gli occhi, percepisco che qualcosa non va. Un senso di inquietudine crescente, non so… Poi avverto dei dolori al petto, come trafitture. E mi accorgo che respiro con affanno. Accendo la luce, mi tiro su, ma la situazione non cambia. Sono presa dal terrore, mi sento come precipitata in un pozzo, sto per svenire ma non perdo i sensi. Piango, mi dispero, ma sono sola, e non so a chi chiedere aiuto. Cerco di uscire di casa ma le gambe non mi reggono, tremo troppo, e mi ritrovo sul pavimento a singhiozzare. Sono sicura di stare per morire. Non so quanto tempo è passato così. Poi, piano piano, questa cosa tremenda si affievolisce, il cuore smette di sbattermi in petto, il respiro ritorna normale. Ma ho paura che tutto ricominci, e rimango sveglia sino all’alba».

Piange («mi scusi…»), mentre rievoca il primo attacco di panico. Da allora, dice, la vita è un calvario. I controlli medici non evidenziano nessun disturbo organico. Come in un film dell’orrore, dopo aver ascoltato i consigli rassicuranti degli amici e del suo medico di famiglia («Stai serena, è che sei un po’ stressata, è stato un incidente di percorso…»), ecco un’altra violenta crisi coglierla, come la precedente, mentre è sola in casa.

(…)

Tratto da Quaderni di Gestalt, vol. XXII, 2009-2, Psicoterapia della Gestalt e psicoanalisi
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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Esperienza addictive: processi neurobiologici e riconoscimento terapeutico


-Giancarlo Pintus

Nel solco del rapporto tra teoria e pratica della psicoterapia della Gestalt e sapere neuro- scientifico, l’autore delinea le connessioni tra i processi neurobiologici nell’addiction e i vissuti traumatici di questa esperienza. Le aree corticali e subcorticali implicate nei processi dell’addiction risultano profondamente interconnesse con quelle deputate alle funzioni cognitive. Si tratta delle stesse aree che si attivano nelle primarie relazioni di attaccamento e che nell’addiction vengono traumatizzate dalla potenza dell’esperienza addictive. Esiste un nesso funzionale tra bisogno di appartenenza, sostegno e vulnerabilità all’addiction. La terapia dell’addiction diventa trasformativa nella misura in cui sa accogliere e coronare questa intenzionalità di appartenenza del campo organismo-ambiente.

Desiderio, piacere, addiction

Non si può comprendere l’esperienza addictive senza una riflessione sul piacere quale quota esistenziale determinante nella vita umana, ed è necessario guardare all’addiction come una disfunzione del piacere e dell’attaccamento. Cuore dell’esperienza addictive è la ricerca del piacere assoluto (Pintus e Crolle Santi, 2014); le aree corticali e subcorticali implicate nei processi percettivi del piacere risultano profondamente interconnesse e interdipendenti con le aree deputate alla memoria, l’apprendimento e il comportamento volontario. Stimoli particolarmente piacevoli attivano questi circuiti inviando all’organismo, tramite la cosiddetta cascata dopaminergica, il segnale biochimico che l’esperienza in atto è la cosa giusta in quel momento, una sensazione di allentamento della tensione paragonabile al sentirsi a casa propria.

È l’intensità della percezione che facilita l’apprendimento: più è forte il vissuto associato all’esperienza più l’apprendimento si integra stabilmente nello sfondo esistenziale modificando le strutture e le funzioni cerebrali. Un ruolo centrale è svolto, come detto, dai neuroni dopaminergici del sistema mesolimbico particolarmente impegnati nella modulazione dei processi di aspettativa del piacere (desiderio), mentre la componente consumatoria che genera appagamento sembra da attribuirsi all’endorfina (Guerrini, Marraffa, 2012). La distinzione tra desiderio e piacere è fondamentale nell’instaurarsi di un’esperienza di addiction poiché è l’aspettativa della ricompensa già sperimentata in precedenza a muovere la ricerca compulsiva dell’oggetto gratificante anche quando, per l’azione omeostatica dell’organismo, gli effetti sperimentati sono di potenza sempre inferiore.

2. Addiction come esperienza traumatica

3. Neuroplasticità e competenze relazionali nell’esperienza addictive

4. La terapia: tra biochimica ed esperienza di buon contatto

Tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVIII, 2015-1, La psicopatologia in psicoterapia della gestalt II Parte
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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La psicoterapia del trauma ad orientamento gestaltico


-Willi Butollo e Regina Karl.

Le esperienze traumatiche non solo provocano i noti sintomi legati al trauma, ma modificano altresì il sé ed i processi del sé della persona. Per il trattamento dei disturbi post-traumatici abbiamo a disposizione molteplici concetti terapeutici alternativi, che si basano su diversi modelli patogenetici. L’importanza della capacità dialogica intrapsichica, necessaria all’elaborazione del disturbo relazionale e delle interruzioni di contatto conseguenti al trauma, viene in genere trascurata.

La psicoterapia del trauma ad orientamento processuale, qui presentata, inserisce alcuni elementi della psicoterapia comportamentale all’interno della cornice della psicoterapia della Gestalt e si fonda su un concetto relazionale, con l’obiettivo di identificare e di sciogliere le interruzioni di contatto del soggetto. In questo modo si rendono nuovamente possibili il vissuto di continuità del soggetto e la capacità di risposta del sé. Utilizzando l’“esposizione dialogica” si fa riferimento alla natura dialogica dei processi del sé in ogni fase della terapia e si permette in questo modo alla persona di entrare in contatto e di confrontarsi con diverse parti di sé (traumatiche, non-traumatiche, pre-traumatiche).

1. Principi della psicoterapia del trauma ad orientamento gestaltico

La psicoterapia del trauma presentata di seguito coniuga dei metodi comportamentali con una cornice gestaltica. I metodi comportamentali, vengono utilizzati specialmente per ridurre i sintomi. I metodi gestaltici affrontano invece l’aspetto relazionale del trauma. Obiettivo della terapia, è sia la riduzione della sintomatologia, sia l’integrazione dell’esperienza traumatica e delle sue conseguenze nell’attuale contesto di vita.

La nostra psicoterapia del trauma comprende quindi due livelli. Il livello del trattamento dei sintomi, è molto specifico ed i relativi metodi si orientano verso una modalità terapeutica comportamentale. Il livello dell’interazione è invece piuttosto a-specifico, perché pone al centro l’elaborazione soggettiva del trauma. L’orientamento relazionale – cioè il contatto e la capacità di entrare in contatto – rappresentano il focus della terapia, dove per contatto si intende la modalità di attuare relazioni sia verso l’esterno (rete sociale), sia verso l’interno (capacità di dialogo tra le rappresentazioni delle parti di sé) (Butollo, 1997; Butollo, Krüsmann e Hagl, 1998).

L’articolo tratta i seguenti temi:

2. Il modello della psicoterapia del trauma ad orientamento gestaltico
3. Processo terapeutico
4. Esposizione dialogica

Tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXIIV, 2011-1, Concentrazione, emergenza e trauma
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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Trauma e Gestalt


Rinarrare una storia indicibile

– Lucia Guarnaccia e Jlenia Baldacchino.

L’articolo offre uno spunto per affrontare il trauma secondo la psicoterapia della Gestalt. Oltre alla lettura gestaltica del fenomeno, viene presentato il Protocollo Nova, in cui sono state previste delle domande il cui obiettivo è quello di fornire un primo sostegno al ciclo di contatto interrotto. L’aspetto originale consiste nell’integrazione del protocollo all’uso delle foto nella ricostruzione autobiografica dell’esperienza traumatica e il superamento di essa. L’articolo, inoltre, descrive una seduta terapeutica in cui L., paziente con diverse esperienze traumatiche alla spalle, sperimenta un nuovo modo di raccontarsi, condividendo con il terapeuta un nuovo modo di esserci nella relazione che le consente di sperimentare la spontaneità del contatto.

La trattazione del tema “Trauma e Gestalt” nasce dall’idea di voler approfondire un concetto che molti terapeuti si trovano ad affrontare tentando di fornire il giusto sostegno per quei pazienti, la cui vita è spesso segnata dalla ricerca di una verità, che però non li convince in pieno, o da cui forse si tengono sempre a debita distanza. Infatti, la nostra vita è regolata da attribuzioni di significato che costituiscono vere e proprie griglie per decodificare il mondo in cui viviamo e come ci muoviamo in esso.

Il trauma è un evento che rompe inaspettatamente questo senso che ognuno traccia nella propria vita, e che lascia impotenti di difendersi e di essere difesi.
Quando si è vittima di un’esperienza di sopraffazione inaspettata, violenta, travolgente e inconcepibile, come nel caso di abusi sessuali, di incidenti automobilistici o di disastri naturali, crollano anche numerose funzioni fondamentali della vita psichica, come il senso dell’identità, il senso della temporalità, la possibilità di dare un significato all’evento. Ciò rende l’evento non solo doloroso ma anche traumatico.

La trattazione dell’argomento, sviluppa il concetto di trauma secondo la psicoterapia della Gestalt e fornisce un esempio clinico, partendo da un forte interesse nei confronti dell’autobiografia come strumento valido per costruire l’identità della persona traumatizzata, utilizzando l’approccio della “foto-terapia” di Oliviero Rossi.

Trauma e Gestalt

Secondo la psicoterapia della Gestalt, la persona traumatizzata riesce a proteggere in qualche modo la sua vita psichica dal crollo della propria identità. In particolare, ciò che essa fa è aggirare la consapevolezza del terribile evento e dei bisogni che sono stati frustrati, effettuando come un salto da questa sensazione difficile da assimilare all’azione, che viene compiuta senza alcun significato (Cohen, 2002).

Ne consegue un’energia che rimane bloccata, una figura incompleta e un disorientato muoversi nell’ambiente disgiunto dalla sua eccitazione. L’organismo, così come si evidenzia nel disturbo post-traumatico da stress, proverà ogni tanto ad avvicendare a questa desensibilizzazione dei tentativi di rivivere pienamente le sensazioni di quell’esperienza attraverso vie alternative (flashback, sogni, ricordi), ma esse saranno solo prove iniziali di assimilare un’esperienza che risulterà ripetutamente inassimilabile.

Nell’attività di psicoterapeuta, lavorando con pazienti oncologici e con ragazzi vittime di incidenti stradali, ci si trova ad ascoltare più volte vissuti e storie interrotte e, con esse, tentativi sia di dare senso al dolore sia, successivamente, di voler dimenticare momenti insopportabili. La psicoterapia della Gestalt permette non solo di leggere queste dolorose esperienze, ma soprattutto di offrire ai pazienti un adeguato sostegno. (…)

Tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXIIV, 2011-1, Concentrazione, emergenza e trauma
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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Il trauma dell’abuso e il delicato processo della riparazione


come ridare voce e corpo al bambino violato

-Rosanna Militello intervista Marinella Malacrea.

Marinella Malacrea, in questa intervista risponde con ampiezza ed accuratezza a precise domande su un tema delicato, complesso e drammatico, che seppur “vecchio come il mondo”, continua a sconcertare, a stimolare e ad affascinare il lavoro di ricerca e clinico, di chi si occupa di bambini violati. Il lavoro sul trauma sessuale all’infanzia, oggi in continua evoluzione, richiede la necessità di modelli terapeutici efficaci per poter rielaborare e riparare quei blocchi evolutivi e quelle pesanti cicatrici che hanno arrestato in modo dirompente la normale spontaneità che è insita nel cuore di ogni bambino.

(…)

Rosanna Militello: (…) 

I nostri piccoli pazienti ci insegnano grandi verità su noi stessi e sul mondo. Cosa le ha insegnato lo stare in contatto con il dolore dei tanti bambini che ha incontrato in questi anni?

Marinella Malacrea.

Sperimento una grande sintonia tra la mia vita personale e quella professionale, quello che attraverso nella prima, anche doloroso, mi aiuta per la seconda e viceversa. Faccio cose che riescono ancora ad appassionarmi e trovo appassionati compagni di strada. I bambini sanno essere profondi e divertenti allo stesso tempo: mi ricordano che noi esseri umani siamo sorprendenti “gioielli”, che Dio si oppone a che l’orrore di cui siamo anche capaci vinca, dotandoci di infinite risorse vitali. Vorrei citare, per la sua capacità di commuovermi e di farmi pensare “è proprio così!”, l’ultima frase del capitolo 7 del libro di Judith Herman “Trauma and recovery”. Parlando della relazione terapeutica, dice: “Promuovendo costantemente la capacità di integrazione, in se stessi e nei loro pazienti, i terapeuti appassionati approfondiscono la propria integrità. Come la fiducia di base è il risultato dei primi stadi di sviluppo, l’integrità è il risultato evolutivo della maturità. …L’integrità è la capacità di affermare il valore della vita in faccia alla morte, di essere riconciliati con la finitezza della propria vita e con i tragici limiti della condizione umana, e di accettare queste realtà senza disperazione”.

Tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXIIV, 2011-1, Concentrazione, emergenza e trauma
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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Il ri-emergere del sé


La storia della relazione terapeutica con un paziente con grave cerebrolesione acquisita.

-Rosanna Biasi

In questo lavoro viene presentato un intervento riabilitativo multidisciplinare, quale sostegno relazionale e ambientale all’emergere del sé, con un paziente che ha subito una grave cerebrolesione in seguito ad incidente stradale. Intervento psicoterapico, contenimento ambientale e ritmo della stimolazione sono stati i facilitatori di una nuova organizzazione, che ha aumentato progressivamente la permanenza del sé, rendendo prevalenti i momenti in cui, da frantumato, si disvelava e si componeva in unità in grado di entrare in contatto con l’ambiente.

La relazione psicoterapeutica di cui voglio dare testimonianza fa parte di un intervento riabilitativo, che ha coinvolto un’équipe multiprofessionale, nel trattamento di un paziente con grave cerebrolesione acquisita, a pochi mesi dall’evento traumatico. Sin dai primi momenti è stato proposto un sostegno al ri-emergere del Sé autobiografico (Damasio, 2012), ponendo attenzione non solo agli aspetti comportamentali e funzionali, ma anche a quelli di natura affettivo-emotiva: ascoltare il paziente, al di là dei suoi messaggi frammentari, coglierne i bisogni e assumersi il carico del suo dolore, ha consentito, sin da subito, di introdurre nella relazione terapeutica anche l’elemento della cura di queste dimensioni (Chinosi, 2010).

I riferimenti teorici, nell’applicazione clinica, sono stati i lavori di Goldstein (2010) e la sua teoria “olistica” dell’organismo umano che attinge ad alcune intuizioni della psicologia della Gestalt per una comprensione del funzionamento del cervello. Fondamentali per la progettazione dell’intervento sono stati anche gli studi sulla coscienza di Damasio (2012) che ha affrontato, da una prospettiva antidualistica, il discorso sul Sé, inteso come processo che emerge, in un flusso incessante, dalla corteccia cerebrale e dalle strutture sottocorticali, ma a cui concorre il tronco encefalico che è profondamente legato al corpo. Infine, il progetto si è fondato sull’epistemologia della psicoterapia della Gestalt e in particolare sulla dinamica figura/sfondo e sulla teoria del Sé come funzione emergente nel farsi dell’esperienza.

L’articolo si compone di tre parti: nella prima viene descritto il progetto riabilitativo (e lo sfondo da cui emerge) che costituisce l’elemento organizzante dei vari interventi specialistici; nella parte centrale dell’esposizione viene narrata la relazione psicoterapica; infine, prima delle conclusioni, viene data voce ai vissuti dell’équipe. Attenzionare i vari attori dell’intervento (terapeuta, équipe, struttura, ambiente), in questa sede, è un modo per ricomporre ad unità anche la riflessione sulla cura dei pazienti con grave cerebrolesione acquisita.

  • Gli antefatti

Mario, un uomo di 50 anni, è arrivato nella nostra comunità nel giugno del 20133. Nella notte tra il 24 e il 25 dicembre 2012 era stato vittima di un grave incidente stradale. La relazione di dimissione della struttura riabilitativa da cui proveniva presentava un paziente vigile, incapace di eseguire ordini semplici a causa di una elevata distraibilità, deterioramento cognitivo persistente, con globale deficit di memoria a breve e lungo termine, disorientamento nel tempo e nello spazio, mancanza di consapevolezza, deficit di attenzione. Dal punto di vista emotivo venivano descritti repentini sbalzi d’umore (da euforico a sereno, a ostile e aggressivo, indipendentemente dall’ambiente circostante) e reazioni emozionali sproporzionate rispetto agli stimoli. Nella prognosi veniva riportato un quadro di grave disabilità da sindrome psico-organica post-traumatica in via di stabilizzazione.

Come équipe non potevamo accettare che la storia di Mario si concludesse così.

(…)

Quaderni di Gestalt, Vol XXVIII, 2015-2, Il sè e il campo in psicoterapia della Gestalt
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt, edita da Franco Angeli

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L’utilizzo dell’approccio sensomotorio nel lavoro con il trauma


-Miriam Taylor

Ispirandosi alle intuizioni legate alla ricerca neuroscientifica – nello specifico sull’eccitazione autonomica, sulla struttura cerebrale e la plasticità neuronale – l’articolo prende in esame i recenti sviluppi in materia di trattamento del trauma e le modalità d’integrazione delle nuove conoscenze con la metodologia gestaltica. 

La terapia sensomotoria del trauma offre alcuni nuovi concetti attraverso i quali è possibile riconsiderare il trattamento in una modalità che lo renda più sicuro ed efficace. Attraverso l’uso di esempi clinici, l’articolo illustra l’applicazione di tre concetti sensomotori, integrandoli con la pratica gestaltica. Descrive inoltre brevemente il ruolo del sistema difensivo nel trattamento del trauma in una prospettiva sensomotoria. In tutto il testo vengono considerati gli aspetti relazionali di questa tipologia di lavoro.

La terapia sensomotoria per il trattamento del trauma è nata sulla scia dei principi della Hakomi Therapy (Kurtz, 1990; 2007), a sua volta influenzata da Fritz Perls e Wilhelm Reich. Sebbene le sue basi teoriche, ispirate alle ricerche sul trauma, siano diverse da quelle della terapia della Gestalt, molti sono gli aspetti condivisi. La terapia sensomotoria ricava alcuni elementi dalle neuro- scienze e li elabora al fine di formulare una metodologia coerente per il trattamento del trauma (Odgen, Minton, Pain, 2006). Essa ci consente di attingere ad alcuni concetti teorici, diagnostici e metodologici interconnessi fra loro, quattro dei quali saranno discussi in questo articolo.

La psicoterapia sensomotoria enfatizza il ruolo del corpo nella cura finalizzata al superamento del trauma (vedi anche van der Kolk, 1994) e considera il fatto che il fallimento nell’integrazione dell’esperienza fa parte del lavoro con il trauma (Janet, in Ogden, Minton, Pain, 2006, p. 36). Personalmente ho trovato il metodo sensomotorio prezioso ed efficace quando l’ho integrato nella mia pratica gestaltica, per quanto esso presenti alcune “sfide” per gli psicoterapeuti della Gestalt e malgrado, ad una prima impressione, la psicoterapia sensomotoria sembri avere poco da offrire ai terapeuti della Gestalt, per la presenza di numerosi aspetti comuni.

La psicoterapia sensomotoria si esprime in termini di monitoraggio, speri- mentazione, contatto e mindfulness. Descrive con chiarezza e precisione per- ché questi atteggiamenti supportano la terapia del trauma, cosa che invece non è esplicitata nella letteratura della Gestalt. Il terapeuta sensomotorio è più selettivo nello scegliere le figure da trattare, più ripetitivo nell’applicare le tecniche e ha uno scopo ben preciso quando lavora con il trauma.

Ciò può essere applicato anche alla pratica gestaltica, ma è nell’attenzione a certi dettagli dell’esperienza che sta la differenza. La psicoterapia sensomotoria potrebbe essere criticata in quanto eccessivamente tecnica e stereotipata, troppo “io-esso”, ma in realtà richiede una grande maestria perché le sue competenze siano usate in modo fluido e «incorporate nella spontaneità relazionale» (Bromberg, 2011, p. 123). Nelle mani di un terapeuta relazionale esperto diventa un approccio altamente flessibile, efficace e singolare.

(…)

L’articolo affronta i seguenti temi:

2. La finestra di tolleranza

3. Risorse somatiche

4. La risposta orientativa

5. I sistemi difensivi

Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVIII, 2015-1, La psicopatologia in psicoterapia della Gestalt parte II
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli, pag. 9

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Il trauma dell’abuso e il delicato processo della riparazione


:come ridare voce e corpo al bambino violato

-Rosanna Militello ntervista a Marinella Malacrea (Parte II)

 

Marinella Malacrea, in questa intervista risponde con ampiezza ed accuratezza a precise domande su un tema delicato, complesso e drammatico, che seppur “vecchio come il mondo”, continua a sconcertare, a stimolare e ad affascinare il lavoro di ricerca e clinico, di chi si occupa di bambini violati. Il lavoro sul trauma dell’abuso all’infanzia, oggi in continua evoluzione, richiede la necessità di modelli terapeutici efficaci per poter rielaborare e riparare quei blocchi evolutivi e quelle pesanti cicatrici che hanno arrestato in modo dirompente la normale spontaneità che è insita nel cuore di ogni bambino.

(…)

Rosanna Militello: Nella psicoterapia della Gestalt l’incontro terapeutico viene visto come una co-creazione, una danza in cui il bambino corre il rischio di potersi esprimere mentre il terapeuta si prende il rischio di accompagnarlo in un viaggio verso terre sconosciute, aprendo spazi nuovi di immaginazione (Spagnuolo Lobb, 2007). Potrebbe descriverci le fasi del processo terapeutico che segue nel lavoro clinico con il bambino vittima di Esperienze Sfavorevoli Infantili?

Marinella Malacrea: Come già detto, la psicoterapia nell’abuso all’infanzia è finalizzata in primo luogo ad agire sul sistema di significati del soggetto, cambiando le “lenti” con cui viene letta l’esperienza, diminuendo il cortocircuito tipico dei processi post traumatici e ripristinando la capacità di integrazione, archiviazione e controllo su pensieri, ricordi, comportamenti, stati psicofisici. Fondamentale è l’idea che il trattamento è un processo, che, in modo non lineare, attraversa tuttavia fasi obbligatorie. Imprescindibile diventa la progettazione dell’intervento in ogni sua fase.

Tale progettazione sarà guidata da due considerazioni: la prima attiene alla necessità di governare il processo terapeutico garantendo sicurezza, gradualità, sintonizzazione con la piccola vittima ed evitando per quanto possibile, riattivazioni traumatiche; la seconda discenderà dalla consapevolezza che non ci si può attendere che i modelli operativi post traumatici vengano attaccati spontaneamente dal piccolo paziente. Quindi, spetta a chi cura guidare con mano ferma la rivisitazione dei processi psichici disfunzionali, portando per così dire per mano il bambino.

I presupposti del contratto terapeutico, costituiti da motivazione e stabilizzazione (controllo sufficiente della sofferenza), devono trovare un equilibrio accettabile. Il trattamento è, infatti, a rischio di “implosione” se c’è insufficiente spinta al cambiamento o al contrario di “esplosione” se pesa una eccessiva labilità e criticità personale. Si può affermare che l’attenzione a queste premesse costituisce il focus trasversale all’intero processo terapeutico. Va notata ancora la precocità con cui nel trattamento viene affrontata la necessità di “guardare da vicino” l’esperienza traumatica più grave, recuperando progressivamente, a cerchi concentrici, premesse e conseguenze, nonché esperienze traumatiche secondarie.

L’obiettivo trasversale della cura, che affonda le sue radici in un humus empatico, è collaborare attivamente a produrre “finestre di plasticità”, di cui ho parlato in precedenza. Lavorando con il bambino appare importante accordarsi sul fatto che lui stesso che è il vero protagonista, affronterà la sua sofferenza in un lavoro di “squadra” con il terapeuta.

La metafora della “squadra” si rivela densa di valore e immediatamente esplicativa. Una squadra si fonda su un libero contratto, è formata per mettere insieme le forze per vincere, è sintonizzata sul raggiungimento di un comune obiettivo, ognuno deve fare la sua parte, nella squadra non ci sono segreti. “Essere in squadra” consente fin dal primo incontro di parlarsi chiaro, di esplicitare le informazioni pregresse comunque raccolte e che a volte neppure il bambino conosce nella sua interezza, di definire gli obiettivi, di fare l’elenco dei problemi da risolvere, di chiarire i metodi che verranno adottati e molto altro: in una parola, consente di responsabilizzare il bambino nel suo percorso terapeutico. In quest’ottica di cooperazione un passaggio fondamentale è la fase della restituzione al piccolo paziente, che deve contenere, pur nel dettaglio unico e specifico del singolo individuo, alcuni “messaggi forti e chiari”.

(…)

Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXIV,  2011 – 1, Concentrazione, emergenza e trauma
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt, edita da FrancoAngeli, pag. 13

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come ridare voce e corpo al bambino violato


Rosanna Militello intervista Marinella Malacrea (Parte II)

Marinella Malacrea, in questa intervista risponde con ampiezza ed accuratezza a precise domande su un tema delicato, complesso e drammatico, che seppur “vecchio come il mondo”, continua a sconcertare, a stimolare e ad affascinare il lavoro di ricerca e clinico, di chi si occupa di bambini violati. Il lavoro sul trauma sessuale all’infanzia, oggi in continua evoluzione, richiede la necessità di modelli terapeutici efficaci per poter rielaborare e riparare quei blocchi evolutivi e quelle pesanti cicatrici che hanno arrestato in modo dirompente la normale spontaneità che è insita nel cuore di ogni bambino.

(…)

Rosanna Militello: Quanto incide l’ambiente non accudente, non terapeutico durante il trattamento?

Marinella Malacrea: Pur non sottovalutando un’ottica preventiva, è saggio ammettere non solo che la maggior parte delle evenienze ambientali fattuali non è controllabile ed evitabile, ma che comunque parte di esse contengono anche un potenziale positivo. Occorre quindi “cavalcare la tigre”, cercando nelle varie vicende una prospettiva che le renda occasione, sia pur sofferta, di promozione personale.

A tal proposito, i concetti chiave che abbiamo individuato sono due: quello di “riattivatore traumatico” e quello di “finestra di plasticità”, che possono ben essere considerati come due facce della stessa medaglia. Il primo passo è il riconoscimento dei riattivatori traumatici: è noto che i soggetti traumatizzati nell’infanzia acquisiscono una maggiore vulnerabilità al ripetersi di evenienze analoghe a quelle che li hanno danneggiati. Tendono anche a interpretare in modo allarmato circostanze di per sé non minacciose, attraverso la costruzione permanente della convinzione di avere a che fare con un “mondo malevolo”. Tutto ciò che comporta un’alta tonalità emotiva, anche di segno positivo, e un significativo coinvolgimento relazionale può destabilizzare il soggetto dando luogo al ripristino automatico degli schemi di funzionamento post traumatico. Le piccole vittime tendono dunque a reagire con modalità post traumatiche specialmente alle esperienze che comportano intensità e prossimità dei legami, cioè circostanze in cui il soggetto traumatizzato sente aumentare la propria vulnerabilità. Sul piano operativo, quanto sopra impone l’esigenza di concepire la presa in carico come marcata dalla probabilità di ricadute, che vanno riconosciute e che richiedono la ripresa di cure intensive.

Ma si può fare di più in tutte quelle circostanze che potenzialmente re-innescano le reazioni post traumatiche, ma che possono essere considerate evenienze addirittura desiderabili? Pensiamo agli esiti giudiziari che comportano protezione e migliori prospettive future nella vita del bambino; o a nuove relazioni familiari importanti (affidamento, adozione); o a fasi di sviluppo personale fisiologici e cruciali, come la pubertà e il passaggio all’adolescenza; o alle prime prove di coinvolgimento in relazioni affettive e sessuali con pari. Come detto sopra, ogni occasione con queste caratteristiche di pregnanza può dare riattivazione. Ci viene in soccorso a questo punto l’altro concetto chiave, quello di “finestra di plasticità”.Ciò di cui può essere temuta la forza destabilizzante è anche una possibilità unica di riordino mentale. In questi momenti le strutture cerebrali ritrovano in parte la flessibilità perduta. È quindi il momento propizio: la tempestiva messa in campo di un intervento terapeutico mirato, facendo leva proprio sulla momentanea destabilizzazione e sul momentaneo innalzamento della temperatura emotiva, può essere occasione privilegiata per lavorare sulla scelta di diverse abilità di coping, per l’elaborazione di nuovi significati, per il contenimento emotivo, per il progresso nei processi di lutto, in definitiva per il raggiungimento di un assetto di funzionamento più sano.

Rosanna Militello: Secondo la mia esperienza clinica, all’interno della stanza della terapia, il bisogno di raccontare e raccontarsi del bambino violato, di buttare fuori lo sporco, di conoscere e sentire le emozioni, si chiarifica sempre di più. Attraverso l’utilizzo di modalità creative non invadenti e più vicine al linguaggio infantile diventa più facile contattare il dolore e la vergogna. Quando gli si dà la possibilità di creare, il bambino lascia emergere nuove figure, anche se lo sfondo è caratterizzato da quella confusione di cui l’abuso è assoluto portatore. Cosa ne pensa?

Marinella Malacrea: Lo scarico motorio, il non pensiero, la televisione o i videogiochi, il dormire, l’ammalarsi, perfino l’applicarsi in certe prestazioni scolastiche “meccaniche” ma impegnative per la mente, costituiscono strategie utilizzate dai bambini per rinforzare l’impulso e la tendenza a segregare ricordi e vissuti traumatici nell’angolo più inaccessibile della mente. Questo impegno nella “fuga” lascia dietro di sé una scia preoccupante di sintomi che si manifestano con disturbi del sonno, del comportamento alimentare, disturbi psicosomatici, del controllo delle funzioni fisiologiche, dell’umore, dell’apprendimento e della capacità di relazionarsi. Questo sforzo di evitamento del ricordo e dei vissuti traumatici opera da rinforzo alla filosofia di fondo improntata alla solitudine, alla disistima di sé (non posso mostrarmi a nessuno, non sono amabile) e degli altri (nessuno mi potrà capire, non posso fidarmi di nessuno), alla necessità di tenere tutto sotto controllo, al disgusto e alla vergogna, alla previsione negativa sul proprio futuro, alla demotivazione.

L’intervento psicologico con le piccole vittime si configura, sin dal primo approccio, come una vera guerra ai meccanismi di negazione, evitamento e dissociazione. A quel punto bastano a volte poche sedute (specie da quando abbiamo introdotto la tecnica EMDR) per sbloccare e far virare funzionamenti che erano sembrati per mesi, a volte davvero tanti, inamovibili. Come si sa, le favole ci insegnano che le magie finiscono a mezzanotte: quindi abbiamo imparato a non spaventarci quando, raggiunto un livello di possibilità elaborativa ideale, ricompaiono, in apparenza più virulenti che mai, i meccanismi di evitamento che ben avevamo imparato a conoscere. L’esperienza positiva fatta non va perduta: sembrano ripercorrersi i soliti sentieri della mente, ma con capacità sempre maggiori di contenimento e possibilità di elaborazione.

(…)

Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXIV, 2011/1, Concentrazione, emergenza e trauma
Rivista semestrale di Psicoterapia della Gestalt edita da FrancoAngeli, pag. 13.

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