La danza terapeutica tra eccitazione e sostegno


-Margherita Spagnuolo Lobb.

Le osservazioni di Stern (1985; 2004; 2010), le scoperte delle neuroscienze (Gallese, 2006a; 2006b, Damasio, 2010) sono tra le principali evidenze scientifiche che ci portano a pensare che la cura delle esperienze depressive o di quelle maniacali (intese come spostamento dell’ansia nell’agire) non può consistere soltanto nella parola, nell’interpretazione, nel capire se stessi, nel rendere conscio tutto ciò che è inconscio. Occorre soprattutto che il paziente riapprenda la danza tra eccitazione e sostegno, tra paura del rischio e sostegno alla propria energia/desiderio. Si tratta di riapprendere la danza, originata nelle relazioni primarie, tra eccitazione del bambino e accoglienza della madre, tra l’andare verso l’altro con energia e spontaneità e la risposta più o meno rilassata, più o meno accogliente, più o meno energetica dell’altro.

Nella mia pratica clinica, mi sono più volte chiesta quali sono gli aspetti della relazione che un terapeuta deve attraversare per curare l’implicito angosciante del paziente (e anche proprio!).

Nel campo fenomenologico terapeutico cerco e custodisco l’intenzionalità, il movimento in avanti, la speranza, e sostengo la tensione verso il futuro.

Nella clinica delle esperienze depressive colpisce la fissità, che fa figura attraverso la ripetitività dei vissuti e l’assenza di una loro evoluzione trasformativa. La fissità è data dal blocco dell’equilibrio tra eccitazione e sostegno, che sentiamo in ogni contatto significativo e nuovo con il mondo. La fissità riguarda la figura che emerge da uno sfondo esperienziale, sia del paziente che del terapeuta. È in questo sfondo che il movimento permane ed è questo movimento che dobbiamo ricercare e sostenere e che realizza, anche se in modo non evidente, l’evoluzione terapeutica.

Chiamo questo particolare tipo di movimento il now for next in psicoterapia. È il concetto fondamentale che ho espresso nel mio libro, Il Now-for-Next in Psicoterapia. La psicoterapia della Gestalt raccontata nella società post- moderna, che parla della fiducia che il terapeuta ha nel movimento intenzionale del paziente. Questo è particolarmente importante quando lavoriamo con l’esperienza psicotica.

Gli psicotici vivono un’esperienza molto angosciante e, per aiutarli, dobbiamo cambiare i punti di riferimento terapeutici che usiamo con i pazienti nevrotici (cfr. Spagnuolo Lobb, 2003; Francesetti, Spagnuolo Lobb, 2013): l’obiettivo non è quello di esplorare nuove possibilità, nuove figure, cosa possibile quando c’è già un ground di sicurezze scontate; l’obiettivo è di stare accanto al paziente, semplicemente stargli accanto nella sua esistenza, ed è già questo stare con l’angoscia del paziente, rischiando di lasciarsi contagiare da lui, che costituisce il sostegno terapeutico su cui può instaurarsi la fiducia del paziente in se stesso e nella propria esistenza. Si tratta di un sostegno allo sfondo esperienziale, un sostegno al movimento che anima non tanto le figure che il paziente porta quanto la sua tensione verso il cambiamento con quel particolare terapeuta. Questo è successo con la mia paziente: il mio starle accanto ha costruito un ground. Chiaramente questo esporsi alla contaminazione richiede al terapeuta una grande forza, fiducia nell’autoregolazione e una grande chiarezza al confine di contatto.

Il terapeuta si assume il rischio e il coraggio di farsi contagiare: decide con coscienza di non fuggire davanti al “lebbroso”. Non tutti i terapeuti possono essere disponibili a farsi contagiare, è un rischio da valutare, una scelta del terapeuta che gli consente di entrare nei meandri più profondi della sofferenza umana.

(…)

Tratto dall’articolo “Le esperienze depressive in psicoterapia della Gestalt”
in Quaderni di Gestalt, volume XXVII, 2014-2, La psicopatologia in psicoterapia della Gestalt
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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Le funzioni del sé e la lettura fenomenologica


Michele Lipani e Elisabetta Conte

Il sé, durante l’adolescenza, attraversa una fisiologica riorganizzazione, con importanti modificazioni della funzione es (trasformazioni corporee, percezione e riconoscimento di nuove sensazioni, emergere di nuovi bisogni ancora in via di definizione) e della funzione personalità (nuova definizione di sé e assimilazione dei cambiamenti connessi con il diventare adulti) (Perls et al., 1971).

Si rendono necessari nuovi adattamenti creativi relativi all’esperienza corporea, sfondo sempre presente nel processo di contatto, base sicura su cui poggiano sia il sentimento di esistere e di avere una identità (la pienezza del sentir- si un “io”), che il farsi azione di questa identità attraverso i gesti, le posture, le azioni che portano all’altro (Mione e Conte, 2012).

L’adolescente sembra oggi giungere più fragile di fronte a queste nuove sfide (Conte e Mione, 2013) e avrebbe ancora bisogno di un alto grado di holding, anche se di nuova qualità, da parte delle figure adulte (Levi, 2013). Se priva di sostegno (autosostegno e/o sostegno ambientale), la forte eccitazione tipica di questo tempo della vita si tramuta in ansia e, per non essere sentita, in desensibilizzazione corporea. Dalla funzione es anestetizzata non nasce alcun interesse, non si crea alcuna figura che sostenga l’intenzionalità. Possiamo allora affermare che: «L’esperienza depressiva è una condizione nella quale la dinamica figura/sfondo stenta a mettersi in movimento: lo sfondo è senza energia, non vi sono stimoli, interessi, slanci di intenzionalità (…)» (Francesetti, 2011, p. 83).

Si respira un’aura da «ottundimento dei sensi» (Spagnuolo Lobb, 2011, p. 39) difficile da condividere, come per Luca, sedici anni, che nel tentativo di raccontare come si sente accenna al suo corpo “zavorrato”, al senso di impossibilità di fare le cose «come in certi sogni in cui vuoi correre, scappare, ma non riesci a sollevare le gambe». Quando non trova parole, cita testi di brani musicali che possono avvicinarsi alle sue sensazioni e risvegliarle. Allora si riconosce nei versi di Open, brano dei The Cure, e trascrive:

… Non ce la faccio più, sono diventato così, Quando la vita perde ogni senso
Continuo a muovere la bocca
Continuo a muovere i piedi

Oh mi sento così stanco…
E come la pioggia cade a dirotto Così io mi sento dentro…

Altre volte gli adolescenti sembrano imbrigliati da sensazioni più cupe e fanno riferimento a percezioni visive in cui prevale il buio, il non vedere; le sensazioni tattili/epidermiche esprimono il freddo e il non sentire; spesso il silenzio diventa insostenibile. Francesca, spiegando che non ha voglia di uscire con gli amici, racconta che quando è con gli altri sente di essere «un’ombra insignificante: … se sono da sola, in silenzio posso riuscire a stare tranquilla, ma non sopporto il silenzio del mio mutismo quando sono con gli altri e non riesco a pensare nulla, a dire nulla. Allora molto meglio seppellirmi a casa». Le sensazioni di tipo cinestesico rimandano invece al senso di galleggiamento nel vuoto, al cadere, al sentire il peso e la stanchezza, oppure un senso di disorientamento spesso soffocato.

La funzione personalità, durante l’adolescenza così vivida e fertile nell’assimilare esperienze creative e affamate di novità, nell’impasse depressiva si connota di vissuti di inadeguatezza e di impotenza, come per Gianluca, quindici anni, che fino alle scuole medie era un alunno brillante, ma con l’ingresso nelle scuole superiori non comprende e non tollera il “tonfo” del suo rendimento scolastico. Nonostante il suo impegno, gli sembra che tutti siano più in gamba di lui e i suoi voti sono irrimediabilmente “da bocciato”: «Forse non sono così intelligente come gli altri credono, forse la scuola non fa per me».

L’adolescente che attraversa una fase depressiva si macera nel conflitto insanabile, tra ciò che vorrebbe essere e ciò che riesce ad essere, tra ciò che vorrebbe fare, i suoi sogni, le sue aspettative, e ciò che poi effettivamente fa. Ancora peggio se deve mettere in discussione le aspettative che gli altri hanno nutrito per lui e sostituirle con nuove aspettative più sue. Da ciò scaturisce il sentire la fatica di diventare se stesso, il senso di inadeguatezza e di inibizione, l’impotenza, la paura di non essere “visto”, di non valere abbastanza.

(…)

Tratto dall’articolo “Giovani funamboli:esperienze depressive in adolescenza”
in Quaderni di Gestalt, volume XXVII, 2014-2, La psicopatologia in psicoterapia della Gestalt
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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la comprensione del gesto pittorico e il sistema dei neuroni specchio


-Alessandro Vizzi.

Recentemente in ambito neuroscientifico si è mostrato un notevole interesse nei riguardi dell’empatia, soprattutto in seguito alla scoperta nel cervello umano del sistema dei neuroni specchio (Rizzolatti, Craighero, 2004), (Rizzolatti, Sinigaglia, 2006). La scoperta di questa particolare classe di neuroni ha suggerito, infatti, che l’empatia si caratterizza come “una spinta biologica” alla comprensione sia del mondo degli oggetti (incluse le opere d’arte), sia di quello dell’“altro”, intendendola nell’accezione ampia di un legame immediato e interpersonale.

In particolare è stato osservato come una classe di questi neuroni, detti “canonici”, risponde all’osservazione di oggetti le cui caratteristiche fisiche sono correlate con il tipo di azione codificato da quegli stessi neuroni, e che quindi verrebbero analizzati da parte del soggetto in termini di azioni potenziali: vedere un oggetto significherebbe evocare automaticamente l’azione che si compirebbe con esso.

I processi sensoriali, dunque, costituirebbero non solo il presupposto dell’azione, ma anche parte dell’azione stessa: la visione non sarebbe un processo puramente disinteressato, o addirittura “passivo” rispetto all’azione, ma finalizzato a una possibile interazione con il mondo, rispondendo selettivamente a specifici stimoli tridimensionali.

Il significato funzionale di tali risposte appare chiaro se riconsideriamo la nozione di affordance introdotta da James J. Gibson (1999) con la teoria ecologica della visione, secondo cui la percezione visiva di un oggetto comporterebbe l’immediata e automatica selezione delle proprietà intrinseche che ci consentono di interagire con esso.

L’autore afferma, infatti, che le informazioni sono già presenti nell’assetto ottico, nella stimolazione come si presenta direttamente al soggetto; e da questi possono essere colte direttamente, senza dover ricorrere a sistemi computazionali, a flussi di informazioni o a strutture rappresentazionali.

Le informazioni hanno senso per l’organismo che le coglie direttamente in quanto affordances presentate dall’ambiente in relazione al valore evolutivo che hanno per l’organismo stesso.

Vi sarebbe dunque congruenza fra la selettività delle risposte motorie (tipo di presa) e quella delle risposte visive (tipo di forma, taglia e orientamento dell’oggetto).

Percezione e azione sarebbero dunque processi interconnessi che non possono prescindere dal corpo, inteso sia come strumento organico-biologico (Körper), sia come luogo in cui tali fenomeni sono vissuti dall’individuo (Leib).

(…)

Tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXIV, 2011-2, Psicoterapia della Gestalt e Neuroscienze
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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I disturbi delle relazioni sessuali: l’amore e il desiderio


-Nancy Amendt-Lyon.

La fenomenologia delle difficoltà nelle relazioni sessuali

Avendo scelto di esplorare i problemi delle relazioni sessuali dalla prospettiva della psicoterapia della Gestalt, quando penso alla portata di questo argomento, sento contemporaneamente eccitazione mista a timore. Il campo è vastissimo! So tuttavia di avere scelto un tema che mi sta molto a cuore e questo mi dà sostegno ed energia per affrontare un campo così grande, consapevole che solo una parte può essere affrontata all’interno di questo capitolo. Le difficoltà sessuali comprendono fenomeni che emergono nel momento in cui gli esseri umani si coinvolgono nella relazione con l’altro, all’interno del campo delle esperienze reciproche quando interagiscono e tentano di raggiungere e influenzare l’altro. Secondo la prospettiva gestaltica della teoria del campo, le difficoltà sessuali sono relazionali anche quando soltanto uno dei partner si sente sessualmente insoddisfatto, inadeguato, incapace di sperimentare piacere, inconsapevole dei suoi bisogni, confuso riguardo la scelta del partner, ansioso o depresso nel delinearsi del suo orientamento sessuale. Questo si riferisce alle esperienze di partner eterosessuali, omosessuali e bisessuali e va esplicitato che l’orientamento sessuale di per sé non può essere considerato un disturbo.

In sintesi, i problemi delle relazioni sessuali si manifestano con la difficoltà di percepire le sensazioni e l’eccitazione sessuale, di lasciar crescere la tensione sessuale, di sostenere il contatto durante il culmine dell’eccitazione sessuale, di lasciarsi andare all’orgasmo, così come rimanere e gustare il sentirsi appagati dopo la soddisfazione. Il disagio o la confusione sulla propria identità sessuale può far desiderare di vivere la vita come una persona del sesso opposto, sia vestendone gli abiti sia desiderando di cambiare sesso ricorrendo ad interventi chirurgici o cure ormonali. La sofferenza nella preferenza sessuale, includono le parafilie, esperienze violente, fantasie di eccitazione sessuale, impulsi sessuali intensi o episodi comportamentali che coinvolgono bambini, individui non consenzienti, oggetti o esseri non umani. Questi disturbi possono inoltre comportare l’umiliazione di sé stessi, del proprio partner o causare loro sofferenze fisiche o emotive.

La situazione co-creata

Quando approfondiamo i temi sessuali in psicoterapia, come professionisti o teorici, dobbiamo essere pronti a rivolgere la nostra attenzione all’attrazione sessuale, alla sensualità e ai momenti d’intimità che si vivono all’interno della situazione terapeutica. Un aspetto essenziale del modo in cui ci rapportiamo a questi aspetti in terapia è legato a come gestiamo la nostra identità sessuale e la nostra sessualità. Di conseguenza, le mie riflessioni sono quelle di una donna eterosessuale, di mezza età, impegnata in una relazione stabile e madre di due figli maggiorenni. Il modo in cui percepisco e mi relaziono ai miei pazienti riflette questa realtà, e viceversa. Ciò non mi ha proibito di lavorare con pazienti che non hanno il mio stesso orientamento sessuale, inclusi gay e lesbiche, bi- sessuali, ermafroditi e transessuali (ogni abitudine sessuale può produrre sentimenti di ansia, di ostilità, o discriminazione verso chi – siano essi una maggioranza o una minoranza – pratica forme di sessualità poco comuni). La capacità di sentire, contenere, affrontare ed esprimere in modo adeguato la nostra sessualità all’interno della situazione terapeutica è una competenza preziosa.

(…)

Tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVII, 2014-1, I vissuti sessuali in psicoterapia
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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Il sogno rivela parte di noi


Quante volte al nostro risveglio percepiamo felicità, angoscia o tristezza per un sogno appena emerso alla nostra memoria?
Hai mai pensato che ciò che sogniamo possa rivelare parte di noi stessi?
La Dott.ssa Laura Tirrò, specializzata presso l’Istituto di Gestalt HCC Italy, ha approfondito il tema del sogno evidenziando la sua importanza nella psicoterapia della Gestalt.

Il sogno è un’esperienza quotidiana che accomuna tutti gli esseri umani e che non si ferma mai durante tutto l’arco della vita.
Il sogno riflette ciò che è importante in un dato momento, sintetizzando i ricordi del passato, i problemi del presente e i presagi per il futuro.

In psicoterapia della Gestalt, lavorare con i sogni è parte integrante e fondamentale del processo terapeutico. La terapia gestaltica non interpreta il sogno ma lo osserva, come manifestazione di parti di noi stessi.
Il sogno cerca di dirci qualcosa, si relaziona con noi e con il mondo in cui abitiamo. Il sogno ha radici nel presente e del nostro presente ci parla, fornendoci un’ottima occasione per scoprire i “buchi” della nostra personalità.

In un dialogo tra lo psicoterapeuta della Gestalt e il paziente viene chiesto di raccontare il sogno al tempo presente affinchè il paziente possa entrare in contatto con esso, rivivendolo, nel qui e ora della narrazione.
La bellezza del sogno sta nello scoprire, esplorandolo, che rappresenta un atto creativo ricco di significato.
Ogni aspetto del sogno, ogni personaggio coinvolto, ogni elemento, ogni stato d’animo, è parte integrante del nostro sè frazionato. Attraverso il sogno, raccontato durante la seduta,  il paziente comunica qualcosa che altrimenti non riuscirebbe a comunicare. Così il sogno aiuta il paziente a liberarsi di pensieri e sentimenti trattenuti e a comunicare in modo diretto con il terapeuta, senza doversi chiudere in se stesso.

Dott.ssa Laura Tirrò
Psicologa, Psicoterapeuta della Gestalt

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La paura di volare: psicoterapia della Gestalt ad alta quota


La paura di volare è un disagio estremamente diffuso che coinvolge una porzione della popolazione variabile dal 10% al 40%, in base all’intensità della paura sperimentata (Van Gerwen, et al., 1997). Le sensazioni somatiche provate durante le fasi di un volo in aereo sono estremamente particolari e mettono l’uomo a confronto con il cielo, con il senso del vuoto, con il potere della tecnica aeronautica.

In aereo, i sensi dei passeggeri vengono catturati dalle condizioni climatiche esterne al mezzo di trasporto e, contemporaneamente, dalle condizioni interne allo stesso. Da un punto di vista estetico e fenomenologico i passeggeri si trovano immersi in un campo complesso e pluristratificato, all’interno del quale assumono fondamentale importanza le sensazioni somatiche che affiorano alla consapevolezza, talvolta in forte contrasto tra loro: cruciale importanza assume il rapporto che lega la respirazione all’ansia.

Wilhelm e Roth (1998) hanno dimostrato che, durante un volo in aereo, fattori come eccitazione, effetto novità, variazioni di pressurizzazione della cabina e aumenti della temperatura possono determinare incrementi nella frequenza respiratoria e nella velocità del flusso inspiratorio analoghi a quelli determinati dalla paura di volare. A conclusione del loro studio, gli autori hanno dichiarato che l’iperventilazione sembra essere un effetto aspecifico del volare piuttosto che un sintomo della paura.

L’esperienza del volo in aereo è una prova specifica della complessità del rapporto tra campo e corporeità: il campo, infatti, è generato dalla corporeità e contemporaneamente la genera (Robine, et al., 2015).

Lo psicoterapeuta della Gestalt, sensibile alla propria esperienza corporea in contatto con la corporeità del paziente, colloca tale esperienza del “tra” come essenza dell’esperienza terapeutica. È nel “tra” del contatto tra psicoterapeuta e paziente che emerge la figura creativa capace di sostenere l’intenzionalità di contatto del paziente e, nello stesso tempo, di modificare le sue rigidità percettive (Spagnuolo Lobb, 2013).

Un percorso psicoterapeutico specificatamente volto alla cura della paura di volare è un percorso che prevede una relazione terapeutica che porti il paziente ad un avvicinamento graduale alla situazione temuta e che lo sostenga durante l’esperienza di un volo di linea.

In aereo l’incontro tra paziente e psicoterapeuta gode di un intenso dinamismo. Il paziente chiede aiuto per superare la paura di volare, in un determinato momento della propria vita, per riappropriarsi in maniera più consapevole della capacità di occupare lo spazio e di muoversi liberamente attraverso di esso. Le peculiarità del campo ad alta quota mettono a dura prova la naturale evoluzione dell’intenzionalità di contatto del paziente: la ‘tempesta sensoriale’, che coinvolge paziente e terapeuta insieme, getta la materia grezza della figura dentro uno stampo i cui confini si delimitano nel qui ed ora, con una velocità simile a quella con cui l’aereo vola in cielo. Emergono figure eteree che si innestano nel percorso di vita del paziente offrendo a questi una nuova possibilità di orientarsi, distaccandosi da affetti, luoghi, memorie, rappresentazioni di sé, opportunità, per riattaccarsi a questi con una percezione rinnovata.

Dott. Domenico Scarpaci
Psicologo, psicoterapeuta della Gestalt

Riferimenti:

Robine, J.M., Mione, M., Lobb, M. S., Francesetti, G., & Cavaleri, P. A. (2015). “Il campo e la situazione, il self e l’atto sociale essenziale. Intervista a Jean-Marie Robine. Commento di Margherita Spagnuolo Lobb/Commento di Gianni Francesetti/Commento di Pietro Andrea Cavaleri”. Quaderni di Gestalt, 9-24.

Spagnuolo Lobb, M. (2013). “Il corpo come” veicolo” del nostro essere nel mondo. L’esperienza corporea in psicoterapia della Gestalt”. Quaderni di Gestalt, 41-65.

Van Gerwen, L. J., Spinhoven, P., Diekstra, R. F., & Van Dyck, R. (1997). “People who seek help for fear of flying: Typology of flying phobics”. Behavior Therapy, 28(2), 237-251.

Wilhelm, F. H., & Roth, W. T. (1998). “Taking the laboratory to the skies: Ambulatory assessment of self-report, autonomic, and respiratory responses in flying phobia”. Psychophysiology, 35(5), 596-606.

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Simona e il panico


– Giuseppe Sampognaro.

Simona entra nell’ambulatorio di psicoterapia come se si sentisse un’ospite indesiderata: si scusa per il ritardo (è puntualissima), tiene la testa bassa, si rannicchia in pizzo alla poltrona. È appena arrivata e sembra già pentita di avere fissato l’appuntamento e di essere qui, minuta e indifesa. Mi trasmette il suo disagio, mi sento combattuto tra la voglia di accoglierla con calore e il dovere di rispettare la sua fragilità. Dopo le solite domande rompi-ghiaccio, alle quali risponde in modo laconico («Sì…No…Ne ho qua- rantadue»), le chiedo qual è il problema.

«La mia paura» dice. «Sono perseguitata dalla paura, soprattutto di notte. Veda, io vivo sola. Di giorno stringo i denti, mi distraggo. Ma di notte…».

Mi racconta di sé: del suo matrimonio ventennale naufragato due anni fa (lui aveva diverse storie parallele a cui non aveva alcuna intenzione di rinunciare); del figlio – per lei, l’unica fonte di autocompiacimento – che studia all’estero; del lavoro che la soddisfa poco nonostante il suo impegno appassionato (insegna Lettere presso un liceo); della pochezza di rapporti interpersonali di cui è fatta la sua esistenza. Parla con voce bassa, emozionata, torcendosi le mani e sfuggendo il mio sguardo se non per intermittenti flash.

Le chiedo quando è iniziata la sua paura.

«Un anno fa. Alla fine di una giornata come tante altre, ero andata a letto. Saranno state le due di notte. Ero finalmente riuscita a farmi venir sonno, a forza di leggere e leggere. Subito dopo aver spento la luce e aver chiuso gli occhi, percepisco che qualcosa non va. Un senso di inquietudine crescente, non so… Poi avverto dei dolori al petto, come trafitture. E mi accorgo che respiro con affanno. Accendo la luce, mi tiro su, ma la situazione non cambia. Sono presa dal terrore, mi sento come precipitata in un pozzo, sto per svenire ma non perdo i sensi. Piango, mi dispero, ma sono sola, e non so a chi chiedere aiuto. Cerco di uscire di casa ma le gambe non mi reggono, tremo troppo, e mi ritrovo sul pavimento a singhiozzare. Sono sicura di stare per morire. Non so quanto tempo è passato così. Poi, piano piano, questa cosa tremenda si affievolisce, il cuore smette di sbattermi in petto, il respiro ritorna normale. Ma ho paura che tutto ricominci, e rimango sveglia sino all’alba».

Piange («mi scusi…»), mentre rievoca il primo attacco di panico. Da allora, dice, la vita è un calvario. I controlli medici non evidenziano nessun disturbo organico. Come in un film dell’orrore, dopo aver ascoltato i consigli rassicuranti degli amici e del suo medico di famiglia («Stai serena, è che sei un po’ stressata, è stato un incidente di percorso…»), ecco un’altra violenta crisi coglierla, come la precedente, mentre è sola in casa.

(…)

Tratto da Quaderni di Gestalt, vol. XXII, 2009-2, Psicoterapia della Gestalt e psicoanalisi
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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Essere-con” nel mondo di oggi.


Dialogo sulla cultura della relazione

Pietro Andrea Cavaleri e Giancarlo Pintus.

I due psicologi dialogano sulla relazione umana nell’attuale contesto sociale e culturale, sviluppando una lettura in chiave fenomenologica dei cambiamenti epocali nelle relazioni di coppia, familiari, nei gruppi e nella polis. Sulla scorta della metafora post-moderna della relazione come di “una zattera senza timone”, i due autori si confrontano sulle opportunità offerte dal superamento del primato della società sull’individuo, ma anche sulle nuove paure e i nuovi quadri psicopatologici correlati a un’individualità sempre più sganciata dallo sfondo del proprio ground di sicurezze. La relazione si configura allora come uno spazio sacro all’interno del quale nasce la mente, evento relazionale e di confine, ed emerge il bisogno di una nuova alfabetizzazione relazionale.

(…)

Giancarlo Pintus: C’è nell’uomo contemporaneo una costante tensione verso la ricerca della felicità. Mi colpiva il paradosso provocatorio del titolo di un libro Il dovere della felicità (Carrera – La Porta, 2000). Citando economisti come Luigino Bruni (Bruni, 2004; Bruni, Porta, 2004; Bruni, Zamagni, 2004) poni una questione nuova, cioè la felicità non come una condizione dettata dal possesso e dal consumo di beni, ma dall’aver accesso e fruire del bene relazionale. Pensare alla felicità come a un bene relazionale è scardinante rispetto a un ventennio di cultura e di educazione centrate invece sulla ricerca del successo a tutti i costi; in cosa consiste questa nuova idea?

Pietro A. Cavaleri: Viviamo una cultura post-moderna in cui ci culliamo del fatto che tutti possono avere tutto, tutti possono essere ricchi, tutti si possono realizzare, ma presto scopriamo che questo non è vero, perché la crisi, le ingiustizie sociali svelano l’inganno. Per alcuni studiosi questo “inganno” è all’origine della sofferenza mentale oggi più diffusa: la depressione (Erhenberg, 1999). Scopriamo, infatti, che per un verso ci viene data la certezza di poterci realizzare al meglio, ma per un altro, in modo molto ambiguo, questo dovere della felicità ricade interamente solo sulle nostre spalle. Se falliamo la responsabilità non è del mondo, ma interamente nostra. La depressione dell’uomo di oggi è dovuta a questo surplus di responsabilità: ognuno di noi è lasciato solo davanti ai propri fallimenti.

Per diventare qualcuno c’è sempre bisogno degli altri e non solo del proprio genio; purtroppo in un mondo assetato del sostegno dell’altro, ma privo di esso, perché la relazione è negata, essere felici è un dovere il cui fallimento è interamente responsabilità del singolo. Gli stessi economisti, andando contro il senso comune, hanno scoperto che non sono solo i soldi a fare felice l’uomo. Kahneman (2003), psicologo cognitivista che si occupa di dinamiche psicologiche applicate al mercato e Nobel per l’economia, ha scoperto, ad esempio, che il mercato viene retto da fattori di tipo emotivo e non solo da variabili a carattere matematico-probabilistico: le persone non sono felici se posseggono di più. Insomma, viviamo in una sorta di “implicito collettivo” che ci fa dire ai nostri figli di studiare e di impegnarsi nella vita per fare carriera così da assicurarsi la felicità.

Molti studi (Seligman, 2003; 2004) dimostrano invece che, superato un certo livello di benessere materiale, la persona comincia a desiderare una situazione ancora migliore nella quale però il benessere economico appaga limitatamente. Il benessere non sarebbe dunque frutto di un’equazione economica tout-court, ma anche espressione di beni immateriali come la qualità delle relazioni, del clima sociale che fa da sfondo al nostro quotidiano. Tutto questo non ha prezzo, e ha invece un rilievo economico fondamentale a livello produttivo e ancor più nella nostra vita personale e di relazione. La felicità è data da un buon tenore di vita, ma c’è qualcosa di “ulteriore”: la felicità è figlia di altro e specialmente della relazione “con” l’altro (Spagnuolo Lobb, 2008).

Giancarlo Pintus: Usi spesso termini come “riconoscersi” ed “essere riconosciuti”, quasi una funzione essenziale per uno sviluppo psico-fisico sano della persona e delle relazioni. È possibile fondare su queste abilità relazionali una nuova cultura della sanità, del benessere personale e collettivo?

(…)

Tratto da Quaderni di Gestalt, vol. XXIII, 2010-1, Psicoterapia della Gestalt e fenomenologia
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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La vita e il dolore nell’arte dello psicoterapeuta.


Intervista a Umberto Galimberti
-Margherita Spagnuolo Lobb.

Attraverso gli stimoli, di ispirazione gestaltica, di Margherita Spagnuolo Lobb e le risposte, filosoficamente vicine all’approccio junghiano, di Umberto Galimberti, questa intervista affronta temi importanti della clinica contemporanea. Dal rapporto tra il ruolo e il vissuto dello psicoterapeuta, il dialogo si intreccia con riflessioni sulla società post-moderna e sulle problematiche che vengono presentate allo psicoterapeuta nel tempo della “società cementata” (dipendenze, internet, Facebook, crisi economica). Lo psicoterapeuta, come un artista, deve imparare a conoscere sia le proprie possibilità che gli strumenti di lavoro, e deve avere un tipo particolare di fede. È di fondamentale importanza che sia consapevole della propria follìa, avendola attraversata, per riconoscere quella dell’altro, che sia consapevole dei propri dolori per vedere quelli dell’altro, che possa sentire il proprio corpo per sostenere la sensibilità dell’altro. Ed è altrettanto importante che lo psicoterapeuta si “protegga” dalla contaminazione che un’esposizione eccessiva al dolore può provocare.

(…)

Margherita Spagnuolo Lobb: Una cosa volevo chiederti sull’estetica e sul corpo: in psicoterapia della Gestalt pensiamo che stando con i sensi, cioè con l’esperienza piena dei sensi, si pervenga (si tratta di una fiducia nell’autoregolazione) ad un adattamento creativo, cioè a fare la cosa migliore (per sé e per l’altro) in quella data situazione. Cosa pensi della fiducia nell’adattamento creativo, e del legame che questo concetto ha con l’estetica?

Umberto Galimberti: Intendi fiducia nell’adattamento creativo nella relazione?

Margherita Spagnuolo Lobb: Si, stare con i sensi significa sentire me stesso ma anche intuire l’altro, stare con l’altro. In psicoterapia della Gestalt si parla di co-costruire il confine di contatto appunto.

Umberto Galimberti: Quando parlavamo di mancanza di risonanza emotiva, facevamo riferimento a questo. Le neuroscienze direbbero, come ho anticipato, che oggi mancano i neuroni specchio, per cui non riusciamo empaticamente a capire che cos’è l’altro. Poi trasliamo dall’estetica come sensorialità all’estetica come bellezza, che è un passaggio naturale. Le stesse ragazze non hanno una percezione del proprio corpo perché decidono la loro bellezza in uno stato di immobilità, ossia guardandosi allo specchio. Tenendo conto che allo specchio sono ferme, non sono nel mondo, vedono il particolare e non vedono la totalità. Non si vedono, credono che la bellezza sia quella costruzione artificiale di cui tutte le pratiche pubblicitarie le hanno persuase.

Margherita Spagnuolo Lobb: Forse potremmo collegare questa tendenza all’oggettivazione del corpo (o alla sua desensibilizzazione) con quanto tu scrivi sulla vita e sul dolore. Tu citi la cultura greca, e il senso del tempo concluso della vita, vissuta alla ricerca dell’armonia tra vita e dolore. L’integrazione tra vita e dolore avveniva nell’arco della vita terrena, e questo contribuiva ad un senso di integrità ricercata nel qui e ora, più che posposta in una vita ultraterrena, come voluto invece dalla cultura giudaico cristiana. Noi terapeuti dobbiamo necessariamente fare i conti con la vita e il dolore, e con la possibilità di integrarli, sia per i pazienti che per noi stessi. Volevo farti un paio di domande su questo: la prima riguarda il vissuto del terapeuta. Pensi che un terapeuta possa sentirsi se stesso nella seduta?

Umberto Galimberti: Essere se stesso è un luogo d’identità solido, uno zoccolo duro. Quando si incontra una persona, i processi di fiducia nascono se lei continua ad essere quella persona. Se una volta la vedo seria e una volta la vedo annoiata, non posso sviluppare fiducia. Poi, all’interno della relazione, il primo sforzo del terapeuta dovrebbe essere quello di entrare nella visione del mondo dell’altro, cambiando anche radicalmente il linguaggio. Faccio un esempio. Io ho fatto terapia ad una suora, nella prima seduta le ho detto: “Guardi, qui nel nostro lavoro mancano due fattori molto importanti, la pratica sessuale, alla quale lei non ha accesso per sua scelta, e il linguaggio (sto parlando della psicoanalisi), che è fortemente adornato di metafore sessuali. Allora facciamo un esperimento: io introduco le metafore sessuali e le metafore religiose e parliamo religiosamente”. E si può parlare religiosamente. Si può fare. Lei si è trovata a casa.

Comprendere vuol dire captare empaticamente il nucleo; nel caso patologico, il nucleo delirante di una persona. Quando tu hai catturato questo nucleo, tutte le sue manifestazioni ritornano come un teorema e quindi l’hai compreso. Ma anche nell’ambito non psicopatologico, io comprendo se capisco il nucleo da cui si diparte la visione del mondo dell’altro. Noi non abitiamo il mondo, ma abitiamo solo e unicamente la visione che abbiamo del mondo. Il compito terapeutico è per me vedere se tu stai soffrendo per le cose che ti accadono nel mondo o per l’interpretazione che dai delle cose che ti accadono nel mondo. Stai soffrendo per il mondo o perché la tua visione del mondo te lo fa vedere in quella modalità? Dunque in terapia allarghiamo la visione del mondo. (…)

Tratto da Quaderni di Gestalt, vol. XXIII, 2010-1, Psicoterapia della Gestalt e fenomenologia
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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INCONTRI diVISIONI


.Psicoterapia della Gestalt e psicoanalisi relazionale in dialogo.

a cura di Margherita Spagnuolo Lobb

L’articolo è la trascrizione della tavola rotonda conclusiva del seminario di studio organizzato a Roma nel gennaio 2007 dall’Istituto di Gestalt HCC e dall’Istituto di Psicologia Psicoanalitica del Sé e Psicoanalisi relazionale (ISIPSÈ). I direttori di entrambe le scuole di specializzazione dialogano con i professori Daniel Stern, Massimo Ammaniti e Nino Dazzi su alcuni concetti teorici centrali per ciascun approccio e sui loro risvolti clinici. Ne scaturisce un interessante dibattito: i concetti di coscienza, consapevolezza, conoscenza implicita ed esplicita, vissuto corporeo, transfert e controtransfert, intenzionalità, vengono analizzati alla luce di diversi paradigmi epistemologici, dalla psicoanalisi classica a quella relazionale, dalla psicoterapia della Gestalt a l’infant research.

Al di là del bisogno di differenziazione (spesso competitiva) tra metodi, vigente fino agli anni ’90, oggi si assiste ad una disponibilità nuova del mondo della psicoterapia ad aprire le frontiere interne e interrogarsi su temi clinici che tutti – con linguaggi teorici diversi – affrontano. Il seminario, di cui qui riportiamo la tavola rotonda finale, organizzato da due Scuole di Specializzazione in Psicoterapia per i loro allievi, ha voluto iniziare un percorso dialogico finalizzato ad un confronto clinico.

(…)

Daniel Stern

Prima di tutto vorrei fare un breve excursus storico sull’intersoggettività, per capire dove possiamo collocare questo incontro nella storia di entrambe le scuole. Penso di aver fatto un lungo percorso sull’intersoggettività e penso che questo possa servire molto a chiarire come siamo arrivati a quello che sappiamo oggi. Molti di noi qui hanno attraversato questa storia di cambiamento.

Quando ero uno studente la prospettiva assolutamente dominante in ogni psicoterapia era la prospettiva psicoanalitica. È importante notare che il luogo in cui siamo giunti adesso rappresenta una rivoluzione, talvolta tranquilla e talvolta più tempestosa, rispetto al modello psicoanalitico di base.

Ho sentito parlare qualcuno degli studenti: ma perché vi preoccupate tanto di quello che succedeva negli anni ’50? La verità è che la battaglia non è ancora finita, continua.

Che cosa ha detto Freud e di che cosa tratta la psicoanalisi tradizionale? Un approccio che potremmo chiamare “intrapsichico”. Questo vuol dire che se noi due siamo in terapia – lui è il mio analista e io sono il suo paziente – la cosa di cui ci dobbiamo occupare è ciò che è nella mia testa, nella mia mente. E in realtà è già là tutto quello che dobbiamo sapere e quindi noi dobbiamo soltanto scoprirlo, smascherarlo. L’analista è semplicemente un mezzo, uno strumento per questa scoperta, il fatto che sia vivo è una cosa secondaria. Il modo in cui l’analista può non contaminare ciò che deve vedere con ciò che è dentro di lui è fare un passo indietro ed essere neutrale. Da questa prospettiva vengono tutte le affermazioni del tipo lo “psicoanalista come chirurgo”, che non deve contaminare, che deve avere una certa freddezza e non deve parlare della sua vita personale. Ecco perché si chiama “intrapsichico”, perché tutta l’azione è qua dentro, nella mia testa di paziente.

Questo movimento è stato però messo in crisi già molto prima degli anni ’50. Probabilmente la persona che è stata più influente nel mettere in crisi questa ottica della co-creazione diventa assolutamente essenziale nel pensiero della intersoggettività. La stessa cosa possiamo dire per il momento presente. C’è una concordanza nel pensare che bisognerebbe tenere la seduta centrata nel qui ed ora.

Quindi nasce la domanda, che non c’era prima, “dove è il qui e quando è l’ora?”. Ci arriveremo tra un po’ (…)

Tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXIII, 2009-1, L’evoluzione della psicoterapia della Gestalt in Italia
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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