Crescite difficili. La Gestalt incontra il trauma


-Anna Fabbrini

Il testo affronta il tema del trauma relazionale. Prende in esame la relazione di cura basata sul potere e i suoi effetti distruttivi sulla crescita cognitiva ed emotiva della persona, privata del riconoscimento identitario. Gli strumenti della psicoterapia della Gestalt, la ricostruzione autobiografica e l’elaborazione della memoria corporea, si sono rivelati efficaci per generare nuove matrici di dipendenza fiduciosa in grado di riparare il danno.

(…)

La crescita sana

In una crescita sana la relazione genitore-figlio generalmente è caratterizzata da una dominanza di benevolenza, tanto che l’amore materno e genitoriale è il paradigma stesso di tutte le forme di amore. Il bambino viene al mondo biologicamente e psicologicamente dipendente con un bisogno assoluto di cure per la sua sopravvivenza e il rapporto di accudimento non riguarda solo il fatto di stabilire una buona relazione affettiva, ma ha una portata che potremmo definire ecologica, in quanto genera mutamenti positivi anche nell’intero ambiente dentro il quale il bambino è immerso con tutte le altre presenze (cfr. Bollas, 1989).

Una buona relazione di cura attraverso lo scambio di affetti e premure, non influenza solo la relazione ma è produzione culturale. È la creazione di un intero mondo di valori, significati e legami estesi. La relazione di cura diventa così la matrice della bontà del mondo, oltre che costruire il fondamento della fiducia primaria.

Anche se oggi siamo propensi a vedere il bambino come un essere fin da subito competente, interattivo, e relazionale, nessuno negherebbe che si trova in una posizione strutturalmente asimmetrica e totalmente dipendente in quanto la relazione tra il genitore e il piccolo è caratterizzata per sua natura, dalla presenza di ampio spazio di potere da parte dell’adulto.

È evidente che in una crescita sana questo potere viene interamente messo al servizio della cura e lo scambio che si stabilisce è abitato, oltre che dall’amore, dal senso etico che il piccolo è una persona degna di rispetto, è portatore di una sua individualità.

Questa forma di contatto, che mantiene per lungo tempo l’asimmetria che lo caratterizza – questo processo, nella nostra cultura dura almeno un ventennio – si fonda sul rispetto della persona, dicevo, non malgrado, ma proprio grazie al giusto riconoscimento della dipendenza che determina i ruoli diversi.

L’adulto esplica il suo compito attraverso l’affetto e la protezione, ma anche attraverso gli interventi correttivi, educativi, il dare le regole e il fornire tutte le forme di insegnamento e trasmissione della conoscenza del mondo. Il potere dell’adulto è dunque la messa in atto di quello che Hillman (2009) chiama il potere sottile, che compara a quello del giardiniere che coltiva e fa crescere e che negli esseri umani, coltiva e fa crescere la creatività, la disposizione ad apprendere dall’esperienza, il senso della fiducia, della giustizia, della speranza e del coraggio, la capacità di riparazione, il sogno e il desiderio.

Del potere si parla troppo poco in psicologia perciò mi ha molto colpito quella che ritengo essere una delle definizioni più belle che ho incontrato riguardo all’obiettivo della psicoterapia della Gestalt: «Il massimo scopo della terapia della Gestalt è di volgere le relazioni di potere in relazioni d’amore» (Portele, 1995, p. 58).

In questo contesto, la parola amore evoca non semplicemente un moto del cuore, ma presenza di una costellazione articolata di sentimenti e di principi etici come: il rispetto, l’ascolto, la disposizione a valorizzare la diversità anche in presenza di un eventuale conflitto, volgendolo a confronto, ad argomentazione o negoziato, assumendo che l’altro sia portatore di una mente e di una dignità così come noi abbiamo una nostra mente e una nostra dignità.

(…)

Tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVII, 2014/2, La psicopatologia in psicoterapia della Gestalt
Rivista semestrale di Psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli, pag. 81

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Le esperienze depressive in psicoterapia della Gestalt


-Margherita Spagnuolo Lobb

Questo articolo tratta quattro aspetti dell’esperienza depressiva:
1. il suo senso ontologico in quanto esperienza umana
2. l’epistemologia gestaltica delle esperienze depressive, in confronto con l’epistemologia psichiatrica
3. una lettura fenomenologica ed estetica delle esperienze depressive in psicoterapia (distinguendo tra depressioni reattive, “incarnate” e psicotiche)
4. una considerazione politico-sociale della depressione giovanile nella società contemporanea

Gioia e dolore sono doni ugualmente preziosi che bisogna assaporare a fondo, ciascuno nella sua purezza (…).
Mediante la gioia la bellezza entra nella nostra anima.
Mediante il dolore entra nel nostro corpo (…) bisogna aprire ad entrambi il centro stesso dell’anima (…).

Simone Weil (2008)

1. Le esperienze depressive come esperienze umane

Definire l’esperienza depressiva ci porta immancabilmente a definire l’esperienza di felicità, che è stata sempre un passo obbligato per i filosofi, per gli psicoterapeuti e oggi anche per i genetisti. Definire la felicità e la sua mancanza implica definire l’ontologia dell’essere umano, come pure la sua sanità e malattia, nonché le sue mete evolutive ed etiche. Già ne Il disagio della civiltà, Freud (1929) proponeva la necessità di rinunciare alla felicità per garantirsi la sicurezza (il dominio sui bisogni, lo spostamento della libido verso la sublimazione, l’appagamento fantasticato sussidiario, ecc.), sistematizzando uno split tra bisogni individuali e bisogni sociali (Spagnuolo Lobb et al., 1996).

Il pensiero esistenziale e quello fenomenologico offrivano poi il ponte per collegare i poli di questo split: Sartre proponeva una dialettica natura-cultura in cui il desiderio (da pulsione basica di natura esclusivamente animale) diventava appello alla trascendenza, categoria fondamentale dell’essere, coscienza della mancanza che si è (cfr. Dumoulié, 1999), fino alla formulazione di Lacan che parlava di “desiderio del desiderio dell’altro”, fondando un’etica relazionale basata sull’esperienza dell’incertezza (cfr. Prigogine, 1996). In questa prospettiva, l’esistenza non è tollerabile senza il desiderio, anzi per dirla con Heidegger (1962), il desiderio è implicito nella natura progettuale dell’uomo.

La dimensione temporale del desiderio segna uno spartiacque tra l’analisi del desiderio passato, che conferisce carica al comportamento attuale ma che non potrà mai realizzarsi pienamente (appunto perché differito), e il desiderio ontologicamente inteso come parte della progettualità umana, come desiderio di essere desiderato dall’altro, come sicurezza autonoma che deriva da uno sfondo di appartenenza e di reciprocità, o di intercorporeità, come sottolinea Merleau-Ponty (2003). Ecco, credo che l’esperienza depressiva abbia a che fare non tanto con la frustrazione del desiderio passato, quanto con la rinuncia al desiderio di essere desiderato.

Si tratta di uno spostamento di paradigma da una comprensione causale (si è depressi per un fallimento della carica energetica impegnata in investimenti affettivi e sociali importanti) ad una comprensione esperienziale, fenomenologica: chi è depresso non desidera più di essere desiderato, di essere amato dall’altro, a prescindere dalle frustrazioni ricevute. Questo taglio ci consente di apprezzare l’esperienza depressiva per quello che è, senza cercare di spiegarla per farcene una ragione. La cura consiste conseguentemente nello stare accanto a chi non desidera di essere desiderato, senza mire di cambiamento ma cercando un filo che possa unire le due esistenze, quella del paziente e quella del terapeuta.

In linea con il pensiero aristotelico, e gettando luce su un altro aspetto dell’esperienza depressiva, Galimberti (2009) collega la depressione al non riconoscere ciò che si è, e pertanto al non porre limiti ai desideri. Egli considera la felicità come un mito dei nostri tempi e oppone all’idea di felicità “commerciale”, stagnante e fuori dal nostro controllo che la società ci propone (generando dunque depressione), il dovere etico, di aristoteliana memoria, di una felicità che dipende da una conoscenza di sé e dunque dal limitare i desideri a ciò che è possibile, secondo l’idea nietzschiana del “diventa ciò che sei”. La felicità non come soddisfazione di desideri dunque, né come premio, ma come virtù di governare se stessi. L’esperienza depressiva deriverebbe in questo senso dalla mancanza di governo di sé, dal non sentire ciò che si è. Ritengo che questa etica della felicità è assolutamente necessaria in una società come la nostra, dominata dalla globalizzazione delle comunicazioni e contestualmente dalla mancanza di relazioni contenitive: due condizioni che portano i nostri giovani all’impossibilità di sentire se stessi, innanzitutto a livello di sensazioni corporee e poi anche di emozioni, e dunque all’emergere del sentimento depressivo (cfr. Spagnuolo Lobb, 2013, p. 24 ss.).

Coerentemente con la visione etica di Galimberti, Natoli (1994) definisce la felicità come uno stato di grazia, naturale, che non necessita di riflessione, mentre il suo opposto, il dolore, chiude in una fatale solitudine, scollegata dalla naturalità della persona umana in psicoterapia della Gestalt diciamo dalla spontaneità del sé (Spagnuolo Lobb, 2005).

Mi piace il termine borderland usato da Callieri (2008; 2010) per indicare la terra di mezzo tra sicurezza e desiderio (potremmo anche dire tra appartenenza e divergenza) in cui accade l’apertura alla speranza della felicità. Mi sembra che nell’esperienza depressiva manchi questa apertura, questo respiro pieno, questo porsi in prospettiva dell’accadere, o del now-for-next (Spagnuolo Lobb, 2010) proprio nella situazione del vivere la traità, il passaggio da sé all’altro, o il modo medio così mirabilmente descritto da Goodman (Perls et al., 1951). Siamo ontologicamente proiettati al futuro, l’esperienza depressiva implica un crollo di questa dimensione ontologica dell’essere umano.

Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVII, 2014-2, La psicopatologia in psicoterapia della Gestalt
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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Marta e i “buchi nel cielo”: la sofferenza borderline


– Paola Zarini.

Odi et amo. Quare id faciam Fortasse requiris Nescio,
sed fieri sentio et excrucior.
Gaio Valerio Catullo (Liber, Carme 85)

(La) percezione di arrivare all’altro intero è ciò che il paziente con disturbo borderline di personalità cerca per tutta la vita e che chiede al terapeuta.
Margherita Spagnuolo Lobb (2014)

Quando ho immaginato di scrivere un articolo sulla mia esperienza clinica con la sofferenza borderline, nella mente, tra numerosi volti, ha preso forma quello di Marta, una donna di quarant’anni che seguo da oltre dieci. Il viaggio terapeutico con questa paziente, è forse quello che più mi ha consentito di esplorare i vasti territori di questo tipo di sofferenza. È stato per me un viaggio trasformativo, come terapeuta e come persona che mi ha chiamata in primo luogo ad una sottile ed accurata modulazione della presenza nella relazione terapeutica e ad una estrema chiarezza dei miei confini.

Con lei ho imparato inoltre l’importanza del profondo rispetto dei confini dell’altro, confini feriti da definizioni intrusive e manipolatorie all’interno dei campi relazionali primari (cfr. cit. From, in Spagnuolo Lobb, 2014, pp. 666- 668), e la cura puntuale nel sospendere qualunque forma di giudizio e di definizione dell’esperienza se non in modo cauto e pienamente co-costruito

Aspetti diagnostici e storia personale

Marta, come dicevo, è oggi una donna di quarant’anni. La sua domanda di aiuto coincide con la nascita del primo figlio, 10 anni fa, e nasce a partire da un profondo stato di malessere e senso di vuoto acutizzatosi nel periodo del post partum. In precedenza aveva sofferto di attacchi di panico per i quali era stata seguita farmacologicamente da uno psichiatra. Tale sofferenza era stata a tratti così invalidante da non permetterle di lavorare o da costringerla a ripetuti cambi di mansioni e ambiti professionali.

Quando la incontro per la prima volta la terapia farmacologica è stata sospesa da più di un anno e, con l’inizio della terapia, non sarà più necessario ricorrervi. Il quadro personologico di Marta rientra nella classificazione di Kernberg di organizzazione borderline della personalità (BPO), in particolare in quello che Kernberg (Clarkin, Yeomans e Kernberg, 2000) descrive come «il gruppo meno grave, con una maggiore capacità di relazione di tipo dipendente con gli altri significativi, maggior capacità di investimento nel lavoro e nelle relazioni sociali e un minor numero di manifestazioni non specifiche di debolezza dell’Io» (p. 8).

Marta nasce da una madre abbandonata il giorno del matrimonio all’ottavo mese di gravidanza, e da un padre che la riconosce e poi scompare, lasciandole in eredità un cognome alieno e senza volto (nelle fotografie che le mostrano da piccola al posto del volto paterno, ritagliato, restano visibili solo dei buchi). Ancora oggi il tema della verità dell’origine della sua storia resta per certi versi insondabile, e benché sia arrivata molto vicina, da adulta, a conoscere il padre, a colmare quei “buchi nel cielo”, la sola presenza in vita della madre continua a rappresentare per lei la non legittimazione ad avere accesso alla propria storia.

Nella vita di Marta-bambina l’esperienza dell’“altro assente” si costruisce all’interno della relazione con la madre in termini di presentificazione dell’abbandono, e si riattiva in ogni successiva relazione secondo due schemi esperienziali inconciliabili: il primo fondato sull’amore sconfinato e l’idealizzazione dell’altro (il padre che avrebbe desiderato esserle accanto più di ogni altra cosa, ma che forze avverse hanno tenuto lontano), il secondo sull’odio, la rabbia e la svalutazione dell’altro (il padre che l’ha abbandonata alla nascita senza mai più interessarsi a lei e di lei).

Marta cresce nella famiglia della madre, accudita nel quotidiano dai nonni, aggrappata e risucchiata insieme in un campo relazionale materno caratterizzato da giochi manipolatori e intrusioni emotive molto potenti, veri e propri abusi. Inizia presto, e in questo tipo di campo, l’esperienza di oscillazione tra desiderio di raggiungere l’altro ed esserne raggiunta, e bisogno di respingerlo, nel tentativo di proteggere i propri confini.

Se l’infanzia trascorre nella penosa ricerca di una presenza materna stabile e rassicurante, l’adolescenza vede palesarsi in forme nette ed esplosive gli aspetti più confusivi, manipolatori ed aggressivi della loro relazione; la madre coinvolge Marta nella propria irrequieta vita sentimentale, in una gara competitiva verso gli uomini, chiamandola seduttivamente “all’altezza del proprio mondo adulto” e nel contempo squalificandola per il “non esserne all’altezza”, in uno scenario a dir poco confusivo e disorientante per l’identità adulta emergente della figlia.

Raggiunta presto l’indipendenza economica e attraversate numerose relazioni affettive turbolente e sofferte, Marta approda ad un legame più stabile, si sposa e mette al mondo un figlio. Malgrado l’acutizzarsi della sofferenza dopo la maternità, che porta Marta alla decisione di intraprendere una psicoterapia, la relazione col figlio rappresenterà per lei una risorsa e un’occasione trasformativa straordinarie.

(…)

Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVII, 2014-2, La psicopatologia in psicoterapia della Gestalt
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt, edita da FrancoAngeli, pag. 109

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L’amore e la sessualità nel setting di cura: psicoanalisi e psicoterapia della Gestalt a confronto


– Paolo Migone intervistato da Barbara Crescimanno

Barbara Crescimanno: La società post-moderna, con il suo approccio “globalizzante” e l’avvento delle nuove tecnologie, ha prodotto cambiamenti di notevole proporzione in tutti i campi dell’esperienza umana. Tale cambiamento diventa ancora più evidente in tutto l’ambito della relazione umana in generale e della relazione sessuale e “intima” in particolare, per cui il concetto stesso di intimità sembra perdere la sua indispensabile connotazione originaria legata al corpo e al sentire. Tutto questo conduce a modi nuovi di vivere e agire la sessualità. Come per altri modelli di cura, a suo parere, ciò comporta anche per la psicoanalisi una rilettura della teoria pulsionale delle emozioni e una conseguente rivisitazione della prassi clinica?

Paolo Migone: L’avvento di internet ha provocato, tra le altre cose, una disponibilità immediata di immagini e video a contenuto sessuale virtualmente per tutti (basta infatti avere un cellulare collegato a internet). È possibile che questa esposizione sempre più precoce a stimolazioni sessuali provochi grosse modificazioni nel modo con cui viene vissuta la sessualità in soggetti giovani che hanno raggiunto una maturità sessuale senza però aver ancora raggiunto una maturità affettiva (penso soprattutto ai maschi, che emotivamente maturano più tardi delle femmine).

Mi è capitato di leggere su un quotidiano una inchiesta sulla sessualità nei giovani teenagers che mi ha lasciato sconcertato, nel senso che per me, e per chi frequentavo quando avevo la stessa età, vi era una esperienza molto diversa. Adesso la “maturazione” sessuale è molto più precoce, ma forzatamente precoce, e vi possono essere squilibri. Sembra che oggi i ragazzi “giochino” con la sessualità così come noi giocavamo con le figurine, per così dire. È molto probabile che questo conduca a un modo molto diverso di vivere l’affettività, ma preferisco non sbilanciarmi in considerazioni a un alto livello di astrazione, dato che non sono un sociologo o un filosofo. Sono solo un terapeuta, un “tecnico”, e il mio angolo di visuale è ristretto. Non vorrei assomigliare a quei colleghi che fanno i tuttologi in televisione, rischiando a volte di dire banalità, cose che qualunque persona di buon senso potrebbe dire.

Mi sembra più facile invece rispondere alla domanda sul ruolo della pulsione sessuale nella psicoanalisi contemporanea. Tanto è stato scritto su questo. Il modo con cui è vissuta la sessualità è cambiato, non siamo più ai tempi della Vienna di Freud quando la sessualità veniva repressa e le donne erano in una condizione di oggettiva inferiorità e oppressione. Questi fattori, come è noto, hanno avuto una profonda influenza sulla teoria freudiana che, ad esempio, concepiva un conflitto ineliminabile tra le pulsioni e la società (tra “eros e civiltà”, per parafrasare un famoso libro di Marcuse). L’isteria classica, che allora era epidemica e che oggi non a caso è scomparsa, era vista come una malattia femminile, quasi un grido di ribellione o di sofferenza a causa della repressione sessuale (mi viene in mente che Freud fece anche l’ipotesi che l’arco isterico, cioè l’attacco simil-epilettico delle crisi isteriche classiche, potesse essere una simulazione dell’orgasmo che le donne non riuscivano quasi mai a raggiungere a causa di uomini insensibili ed egocentrici, o che praticavano rego- larmente il coitus interruptus come metodo anticoncezionale).

Oggi la sessualità è più libera, e per questo quella parte della teoria freudiana che aveva fatto leva sul concetto di repressione sessuale come fonte di conflitto non è più sostenibile come lo era allora. Non a caso, ad esempio, sono i conflitti attorno all’attaccamento, alle relazioni affettive, alla identità, al significato dell’esistenza, quelli che sono in primo piano. Ma queste trasformazioni sono avvenute molti anni fa, ben prima dell’avvento delle cosiddette “nuove tecnologie” (si pensi solo al fenomeno della Psicologia del Sé di Kohut, iniziato a cavallo degli anni 1970, che appunto rappresentò anche una “reazione di massa” contro una concezione freudiana della sessualità che molti avvertivano come superata).

Barbara Crescimanno: Fin dalle origini del pensiero psicoanalitico e in tutta la sua evoluzione successiva, la riedizione ed elaborazione dei vissuti sessuali nel setting psicoterapeutico, attraverso i concetti di transfert e controtransfert, sono stati temi centrali e strutturanti della teoria e della prassi clinica. Dalla psicoanalisi classica alla psicoanalisi interpersonale più recente, attraverso le diverse correnti, in che modo è cambiato, se è cambiato, l’intervento clinico rispetto all’elaborazione dei vissuti sessuali nel setting? Qual è il suo approccio a riguardo?

(…)

Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVII, 2014-1, I vissuti sessuali in psicoterapia
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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Il corpo come “veicolo” del nostro essere nel mondo.


L’esperienza corporea in psicoterapia della Gestalt
– Margherita Spagnuolo Lobb

“L’esperienza della nostra corporeità
non è l’esperienza di un oggetto,
ma del nostro modo di abitare il mondo”

U. Galimberti (1989)

Ho scelto la parola “veicolo” , in riferimento al corpo, nel titolo di questo lavoro perché penso che esprima bene, oggi, la prospettiva gestaltica sul corpo. Essa non è né analitica, né reichiana/corporea: per la psicoterapia della Gestalt, l’esperienza corporea è innanzitutto esperienza di movimento-con (concetto oggi affermato tra l’altro anche dalle neuroscienze). Essa è colta nella sua valenza fenomenologica ed estetica, che consente di dare sostegno al movimento come now-for-next.

Nel setting terapeutico, che è il contesto che ci interessa maggiormente, l’esperienza corporea esprime il movimento di integrazione/contatto per cui il paziente chiede sostegno al terapeuta.

In questo articolo prenderò in considerazione l’esperienza corporea in un modo che sia coerente con l’ermeneutica gestaltica, e che metta in luce i punti cruciali con cui sviluppare un aspetto così centrale per il nostro approccio – forse proprio per questo a volte dato per scontato. In un percorso che parte dall’antropologia e, passando dallo sfondo culturale e teorico dei fondatori, arriva allo specifico gestaltico contemporaneo sul corpo, cercherò di rispondere alle domande “qual è, per uno psicoterapeuta della Gestalt, il modo più naturale di considerare l’esperienza corporea propria e del paziente?” e “in che modo il coinvolgimento dell’esperienza corporea rende l’intervento terapeutico gestaltico efficace?”.

L’articolo sviluppa i senguenti temi:

1. La prospettiva antropologica in cui si pone l’esperienza corporea in psicoterapia della Gestalt

2. Il corpo come sede di relazioni incarnate e come “movimento” della creatività del sé

3. Esperienza corporea come ad-gredere: il sostegno al now-for-next

4. L’estetica dell’esperienza corporea come un “emergere” da un campo fenomenologico

5. L’esperienza corporea come esperienza del sé (funzioni-es, funzione-io e funzione-personalità)

  1. L’ansia, le somatizzazioni, la desensibilizzazione: l’esperienza cor- porea nella clinica
  2. Il lavoro sul corpo in psicoterapia della Gestalt

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Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVI, 2013/1, L’emergere dell’esperienza somatica nel campo fenomenologico
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da FrancoAngeli, pag. 41

 

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Dal triadico al quadriadico


il sé gemellare e riflessioni sulla fratria in psicoterapia della Gestalt

-Gina Merlo.

Nel panorama di circa trenta anni fa, nelle teorie di quella che allora veniva definita psicologia dell’età evolutiva, lo sviluppo della struttura di personalità, del sé o delle modalità di contatto del bambino, a seconda del paradigma teorico di riferimento, veniva osservato e teorizzato all’interno della relazione diadica madre-bambino; veniva sottolineata una relazione non circolare, univoca più che biunivoca; la Mahler descriveva una fase iniziale nel bambino di autismo naturale (cfr. Mahler M. et al., 1978).

Grazie agli studi dell’Infant Research, le cui prime pubblicazioni risalgono al 1983, al concetto di costruzione del sé intersoggettivo di Daniel Stern con la pubblicazione de Il mondo interpersonale del bambino (1987) e alla pubblicazione del Il triangolo primario di Elisabeth Fivaz-Depeursinge e Antoinette Corboz Warnery (1999), l’osservazione si è allargata alla relazione triadica, includendo anche la figura del padre.

L’Infant Research ha dimostrato come:

«fin da primi giorni di vita, il neonato e la madre siano predisposti ad agire consensualmente, piuttosto che a vivere da esseri separati e come la matrice relazionale divenga, in questa prospettiva, il campo costitutivo dell’esperienza e dei significati interpersonali e personali, a meno che una deficienza nella relazione di accudimento intacchi la “dimensione relazionale” della psiche» (Sameroff, Emde, Fivaz-Depeursinge et al., 1999, p. 13).

Osservando la famiglia come insieme, attraverso il gioco triadico di Losanna (LTP) E. Fivaz e A. Corboz Warney, affermano che il terzo non è un oggetto o un evento, ma il terzo è il padre. «L’introduzione di una terza persona, invece che di un oggetto, amplia di colpo le possibilità dell’universo psichico ed emotivo del bambino, rendendolo immensamente più ricco e più complesso» (ibidem, p. 67).

«Non vi è quindi da stupirsi se emerge una competenza triadica precoce se i genitori rispondono appropriatamente, e si creano degli “stati di espansione della consapevolezza” a tre per tutte le parti coinvolte» (ibidem, p. 19).

Attraverso queste nuove linee teorico-cliniche viene quindi messa in discussione la visione dello sviluppo, che presuppone un percorso che porta dalla diade alla triade, dalla capacità di regolare le relazioni diadiche, per “poi” accedere a quelle triadiche.

La dott.ssa A. Simonelli, un ricercatore dell’Università di Padova, formatasi con E. Fivaz, sottolinea l’importanza di «considerare la competenza triadica, non come una generalizzazione della dimensione diadica, ma come una competenza a sé». Questa evoluzione teorico-clinica, a mio avviso rivoluzionaria, è rintracciabile nell’ermeneutica del paradigma della psicoterapia della Gestalt, che sin dagli anni ’50 del secolo scorso, ha come elemento fondante il confine di contatto: «La crescita rappresenta la funzione del confine di contatto nel campo organismo-ambiente» (Perls et al., 1971, pp. 248-249).

In psicoterapia della Gestalt, quando parliamo di relazioni, intendiamo tutto quello che avviene al confine di contatto, dando «uno sguardo sulla relazione che non è né intrapsichico né interpersonale né tanto meno sistemico, ma centrato sull’esperienza del “tra”, ossia su quello spazio esperienziale che resta in posizione mediana tra l’io e il tu, tra l’esperienza interna e l’influsso ambientale… si tratta, per l’epistemologia gestaltica, di eventi di confine, in continua evoluzione, a cui il terapeuta della Gestalt guarda in termini processuali, interessato all’evolversi dell’intenzionalità relazionale» (Spagnuolo Lobb, 2001, pp. 9-10).

È quindi ipotizzabile leggere il triangolo primario, in psicoterapia della Gestalt, guardando allesperienza di ogni singolo componente familiare al confine di contatto, in termini olistici, intenzionali e processuali.

– il sé gemellare

– riflessioni sulla fratria

(…)

Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXIV, 2011-2, Psicoterapia della Gestalt e Neuroscienze
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da FrancoAngeli, pag. 26

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I luoghi della mente e la bellezza


– Pietro A. Cavaleri.

Per migliorare la salute della mente occorre avere cura non solo dell’organismo umano, ma anche dell’ambiente che lo circonda. L’ambiente al quale l’autore si riferisce non è soltanto quello sociale, costituito da altri esseri umani, ma anche un ambiente fatto da realtà e presenze “non-umane”, come gli oggetti, gli spazi, le abitazioni. Sappiamo da tempo come non sia possibile comprendere la mente senza tener conto dei suoi ambienti umani (la famiglia, la comunità, la rete sociale). È giunto il momento di evidenziare come la comprensione e la cura della mente passino anche attraverso una debita considerazione dei suoi “ambienti non-umani”, cioè dei suoi spazi di vita, dei suoi principali “luoghi” di riferimento, come la casa, la città o, più in generale, la natura.

L’uomo e l’ambiente non-umano

Da lungo tempo la cultura occidentale ama utilizzare la metafora della profondità per indicare, soprattutto sul piano qualitativo, qualcosa di molto consistente e pregevole. Non a caso, infatti, è “profonda” una persona che possiede un sapere elevato o un animo molto sensibile. È “profondo” un pensiero originale o complesso. È “profonda” un’amicizia che è stata vagliata dal tempo e dalle difficoltà. È “profondo” un uomo che sa intuire e cogliere in pieno ciò che agli altri sfugge del tutto. Di contro, è “superficiale” tutto ciò che rimanda all’ovvio, al banale, ad una realtà scontata, già vista.

Sicché, per fare un esempio, se la mente con le sue innumerevoli astrazioni e con le sue sofisticate operazioni logiche è “profonda”, il corpo umano con il suo banale coacervo di muscoli e viscere, con la sua scontata fisicità, appare “superficiale”, come del resto l’ambiente che lo circonda, fatto di bruta materia e di inermi estensioni. In modo del tutto implicito, la cultura occidentale contrappone rigidamente la profondità della mente alla superficiale e materiale fisicità del corpo umano. Da un lato è posta la mente e la sua profonda capacità di elaborazione razionale, da un altro lato viene collocato il corpo, con le sue meno nobili funzioni fisiologiche, con le sue strutture meccaniche, con le sue forze istintuali.

Contraddicendo questo radicale dualismo, erroneamente introdotto da un filosofo francese di nome Cartesio, autorevoli studi nell’ambito della neurobiologia hanno dimostrato come la complessa e inafferrabile profondità della mente, quasi paradossalmente, abbia la sua origine e il suo costante alimento nella inesplorata superficie del “confine di contatto”, cioè nella pelle del nostro corpo, nei nostri organi di senso e in ogni altro spazio in cui si concretizza la fondamentale interazione tra l’organismo umano e l’ambiente che di continuo lo circonda (Cavaleri, 2003; Perls, Hefferline, Goodman, 1971).

La mente “pura”, scissa dal corpo, è da considerarsi una astrazione inaccettabile. Il cervello umano e il resto del corpo, invece, costituiscono un organismo inscindibile che, a sua volta, non potrebbe sussistere senza interagire costantemente con l’ambiente circostante. Infatti, è dall’interazione fra cervello, corpo e ambiente che si sviluppano quei processi fisiologici che noi chiamiamo mente.

Sia nei suoi aspetti più elementari, che in quelli più complessi, l’attività della mente implica sempre il coinvolgimento del cervello e del corpo. Le stesse “rappresentazioni” cerebrali (le immagini mentali) non sono mai pure, non possono in qualsiasi caso prescindere dall’esperienza sensoriale. Esse richiedono la presenza del corpo, che fornisce la “materia” indispensabile, fatta essenzialmente di sensazioni, di percezioni, di tensioni muscolari. Le più diverse manifestazioni della razionalità umana sono orientate e sostenute dai sentimenti e dalle emozioni, che a loro volta sono espressione dei meccanismi di regolazione biologica del nostro corpo.

Ciò che in genere viene definita “mente” non può nascere e sussistere senza quella cornice fondante che è il “corpo”. Le nostre azioni più importanti, i nostri pensieri più elevati, le nostre gioie più grandi, i nostri dolori più indelebili hanno come riferimento costante il corpo. Se in passato Cartesio aveva detto: “Penso, dunque sono”, alla luce di queste considerazioni potremmo affermare il contrario: “Sono, dunque penso”. Sono un corpo, sono un flusso di percezioni, di sensazioni, di sentimenti e di emozioni, dunque tutto ciò diventa “materiale” oggetto del mio pensiero e rende possibile il mio stesso pensare.

(…)

Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXIV, 2011-2, Psicoterapia della Gestalt e Neuroscienze
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da FrancoAngeli, pag. 26.

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I disturbi sessuali nel DSM 5.


Aspetti relazionali tra vecchie e nuove diagnosi

-Maria Salvina Signorelli.

L’articolo analizza i cambiamenti nella classificazione diagnostica dei disturbi sessuali nel passaggio dal DSM IV-TR al DSM 5. Sottolinea, oltre all’inquadramento nosografico, l’importanza di cogliere l’aspetto relazionale di tali disturbi e propone la lettura fenomenologica e relazionale della psicoterapia della Gestalt.

L’American Psychiatric Association (APA) ha pubblicato nel 2013 l’ultima edizione del Manuale Statistico Diagnostico dei Disordini Mentali (DSM 5). A differenza della precedente edizione, nel DSM 5 i disturbi sessuali non sono più inclusi in un’unica categoria diagnostica, ma vengono distinti in: Disforie di Genere, Parafilie e Disfunzioni Sessuali.(…)

Le disfunzioni sessuali

Quando un problema sessuale diventa una disfunzione o un disturbo?
Qual è il confine tra normale e patologico?
Alcune condizioni, come la disfunzione erettile, possono essere considerate una variazione della normale risposta sessuale, una alterazione transitoria del normale funzionamento, effetto di patologie mediche sistemiche, o possono emergere come conseguenza di un problema relazionale o in risposta a comportamenti del partner. Da qui la necessità nel DSM 5 di utilizzare definizioni più precise, sia in termini temporali che sul meccanismo di funzionamento coinvolto, atte a differenziare un disturbo sessuale da una condizione transitoria (Sungur, Gündüz, 2014).

Il rapporto con il ciclo della risposta sessuale, che ha determinato nelle precedente edizione del manuale la suddivisione delle disfunzioni in tre aree disfunzionali (area del desiderio, dell’eccitazione e dell’orgasmo), si è fortemente indebolito (Sungur, Gündüz, 2014). Al contrario, la recente letteratura ha dimostrato che la risposta sessuale non è un processo lineare ed uniforme, e la distinzione dei disturbi in funzione delle fasi (ad esempio desiderio ed eccitazione) può essere artificiosa.

Altro importante aspetto è che fino al DSM 5 la risposta sessuale nei differenti generi veniva considerata analoga, mentre sempre più la letteratura scientifica attuale concorda sul fatto che l’interesse sessuale, la motivazione, l’arousal ed il piacere posso essere esperiti differentemente nei due generi (Sungur, Gündüz, 2014). Per ciò che concerne le disfunzioni del sesso femminile queste sono state unificate nel disturbo del desiderio sessuale e dell’eccitazione sessuale femminile. Il vaginismo e la dispareunia sono stati conglobati nel disturbo del dolore genito-pelvico e della penetrazione (Goldstein et al., 2005). È stato aggiunto un nuovo disturbo relativo all’eiaculazione ritardata, in cui il soggetto sperimenta un marcato ritardo o assenza d’eiaculazione, non intenzionali o desiderati, in quasi tutte le occasioni di attività sessuale con un partner. Bisogna, come già detto in precedenza, prestare attenzione alla diagnosi differenziale con altre condizioni mediche (neuropatie periferiche, patologie della prostata, ecc.) o a disturbo simile ma indotto da sostanze. Vengono mantenuti il disturbo erettile, il disturbo dell’orgasmo femminile, il disturbo del desiderio ipoattivo maschile, l’eiaculazione precoce.

Il disturbo da avversione sessuale è stato abolito dalle categorie principali e spostato in “altre disfunzioni sessuali specifiche” (Borg et al., 2014).

Per aumentare l’accuratezza diagnostica e ridurre le sovrastime legate a problemi sessuali transitori, le disfunzioni devono avere una durata minima di sei mesi, ad eccezione di quelle secondarie all’uso di sostanze. Ancora una volta però la raccomandazione è quella di considerare i sintomi sessuali come disturbi psichici solo dopo aver escluso ogni componente organica. La collaborazione tra specialisti diventa quindi ulteriormente valorizzata.

Inoltre, mentre nel DSM IV-TR la definizione al criterio B di distress nelle disfunzioni sessuali era quella di “marcato distress e difficoltà interpersonali”; il DSM 5 ha riformulato marcato distress come “distress clinicamente significativo nell’individuo” ed ha cancellato nel criterio C la dimensione “difficoltà interpersonali”. Nonostante, nella maggior parte dei casi, l’attività sessuale coinvolge almeno due partner, molti clinici sottolineano che un distress sessuale debba considerarsi un disturbo sia quando causa un disagio personale sia quando causa difficoltà interpersonali. (Sungur, Gündüz, 2014).

(…)

Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVII, 2014-1, I vissuti sessuali in psicoterapia
Rivista semestrale di Psicoterapia della Gestalt, edita da FrancoAngeli, pag. 74.

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Empatia incarnata tra psicoterapia della Gestalt e neuroscienze


– Valeria Rubino.

In accordo con il nuovo trend culturale che sancisce nell’uomo il primato della dimensione relazionale, l’articolo si propone di approfondire alcune riflessioni teoriche sul concetto di empatia sia in seno alla psicoterapia della Gestalt che in ambito neuroscientifico. Obiettivo del presente lavoro è individuare spunti di condivisione tra i risultati ottenuti dall’Infant Research, le neuroscienze ed alcuni elementi teorici ed epistemologici della psicoterapia della Gestalt.

(…)

Empatia e neuroscienze

Molti degli spunti teorici ed epistemologici caratteristici della psicoterapia della Gestalt, dalla tradizionale teoria del contatto al nuovo modo di concepire l’empatia, trovano un concreto riscontro nelle ultime e straordinarie scoperte raggiunte in ambito neuroscientifico. Nell’ultimo decennio, infatti, si sono compiuti ragguardevoli progressi nell’individuare i substrati neurali alla base dell’intersoggettività e dell’empatia.

 I neuroni specchio

Alcune importanti ricerche, compiute in ambito neurobiologico, hanno rivelato la presenza nel cervello di un gruppo particolare di neuroni, chiamati “neuroni specchio”, la cui caratteristica sarebbe quella di eccitarsi sia quando un soggetto compie una determinata azione, sia quando è un altro a compierla innanzi ai suoi occhi (Rizzolatti, 2006). Secondo alcuni scienziati, questa scoperta potrebbe spiegare il fenomeno dell’empatia rivelandone una presunta base biologica.

Le strutture neuronali coinvolte, infatti, quando noi proviamo determinate sensazioni ed emozioni sembrano essere le stesse che si attivano quando attribuiamo a qualcun altro quelle “stesse” sensazioni ed emozioni. La scoperta dei neuroni specchio è da attribuirsi ad un gruppo di ricercatori italiani che, attraverso studi elettrofisiologici condotti sul cervello del macaco, hanno individuato una classe di neuroni, situati nella porzione ventrale dell’area F5 della corteccia premotoria, e nella regione posteriore del lobo parietale (Gallese et al., 1996, 2002; Fogassi et al., 2005).

La peculiarità di questo gruppo di neuroni riguarda il loro attivarsi non solo quando la scimmia esegue azioni motorie finalizzate al raggiungimento di uno specifico scopo, ma anche quando altre scimmie eseguono azioni simili. Studi successivi hanno dimostrato che, oltre ad una funzione strettamente motoria, una particolare classe di neuroni specchio possiede anche funzioni audiovisive, attivandosi non solo durante l’esecuzione e l’osservazione delle azioni, ma anche di fronte al suono da esse prodotto.

Le straordinarie potenzialità di tali scoperte hanno indotto i neuroscenziati a ricercare anche nell’uomo l’esistenza di un sistema di neuroni specchio, ed i risultati di molteplici studi neurofisiologici e di neuroimaging funzionale, convergono nell’aver individuato anche nell’uomo un sistema mirror localizzato in regioni parieto-premotorie, verosimilmente omologhe a quelle descritte nella scimmia (Rizzolatti, Fogassi, Gallese, 2001; Gallese, Keysers, Rizzolatti, 2004).

La mole di informazioni che nel corso degli anni si sono accumulate sui neuroni specchio, hanno permesso di considerare questo meccanismo non come un semplice sistema finalizzato all’imitazione, ma come la base neurale di una forma diretta di comprensione dell’azione altrui.

Quanto fin qui esposto ci permette di postulare l’esistenza di un substrato neurale preposto a comprendere le azioni compiute dall’altro, una base neurofisiologica della comprensione empatica.

(…)

Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXIV, 2011-2, Psicoterapia della Gestalt e Neuroscienze
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da FrancoAngeli, pag. 26.

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Crescite difficili. La Gestalt incontra il trauma


– Anna Fabbrini.

L’articolo affronta il tema del trauma relazionale. Prende in esame la relazione di cura basata sul potere e i suoi effetti distruttivi sulla crescita cognitiva ed emotiva della persona, privata del riconoscimento identitario. Gli strumenti della psicoterapia della Gestalt si sono rivelati efficaci per generare nuove matrici di dipendenza fiduciosa in grado di riparare il danno.

Introduco con le parole di una mia paziente che mi hanno ispirato il titolo:

Quando qualcuno mi chiede …
dico che ho avuto una vita difficile … Tanto per dire qualcosa.
Nessuno potrebbe comprendere
il terrore in cui sono cresciuta …

Ho scelto di parlare delle crescite difficili per portare una testimonianza del mio lavoro clinico di questi anni con persone che hanno subìto dei traumi in età infantile. Nel condividere queste mie riflessioni, mi propongo anche di fare qualche collegamento tra la teoria evolutiva di riferimento e la pratica clinica gestaltica. E questa è anche un’occasione per meditare su uno dei mali del nostro tempo, non certo nuovo, un male antico che oggi prende grande visibilità. Mi riferisco alla violenza morale e fisica verso i piccoli che è molto più presente di quello che pensiamo e che sentiamo così sconcertante quando arriva a diventare fatto di cronaca. Sullo sfondo, meditiamo anche su un altro male del nostro tempo: la pressione sociale alla felicità e la rimozione del dolore.

E dedico questo intervento a tutte quelle persone che sono stati bambini cresciuti nella solitudine e nel terrore.

Il trauma

Un trauma – dice Winnicott (1996) – «è una frattura nella continuità dell’esistenza dell’individuo (…) ed è solo grazie al senso di continuità dell’esistenza che può realizzarsi, nella persona, il senso di sé, del sentirsi reali e dell’esistere» (p. 13). Questa frattura d’esistenza può essere causata da un evento puntuale, come un incidente o una perdita improvvisa e produce, in questo caso, quel complesso sintomatico conosciuto come Sindrome da Stress Post Traumatico (DPTS).

In questa sede, però, farò riferimento a un altro tipo di trauma, quello che deriva dalla inadeguatezza del sistema delle cure primarie, quando cioè l’ambiente familiare è privo dei requisiti idonei all’accoglimento e alla protezione dei figli, al loro accudimento e alla trasmissione del sapere relazionale e culturale. In questo caso parliamo di crescita traumatica o Disturbo Post Traumatico da Stress Complesso (DPTSc) che è di natura relazionale.

A questo punto della stesura del mio testo, cercavo qualche esempio per darvi un’idea del tipo di problemi di cui parlo e mi sono venuti in mente volti e storie di adulti che ho incontrato.

Ho pensato a Maria, nata non voluta da una madre intellettuale che si sentiva rovinata dalla maternità, che per tutta la vita ha rimpianto una carriera fallita causata – a suo dire – dalla presenza dei figli. Affidata alla nonna fino all’età di quattro anni, per tutta la sua vita si è sentita ripetere: «Io i figli non li volevo… era meglio se non nascevi».

Ho pensato a Lucia, anch’essa allontanata da casa, figlia di una coppia simbiotica che la sentiva minaccia dell’intimità coniugale. Come conforto alle sue incertezze adolescenziali riceveva dalla madre frasi come: «Bisogna che tu accetti la verità… sei brutta. Non potrai piacere mai a nessuno… nessuno ti vorrà».

Ho pensato a Renata, abusata dal padre che le diceva col fiato sul collo: «Questo non è mai successo. Se lo dici ti ammazzo»… mentre nella stanza a fianco la mamma – maniaca dell’ordine e della pulizia – passa l’aspirapolvere per non sentire il rumore… (…)

E ho pensato ad altri ancora. Storie diverse, ma con un aspetto in comune: l’uso malvagio e perverso del potere dell’adulto sul bambino. Per affrontare un tema di questa complessità ci sono tante direzioni possibili. Io ho scelto di seguire il filo di una riflessione concentrandomi sulla deviazione della naturale disparità tra genitore e figlio quando, invece di esprimersi come cura, prende la direzione dell’assoggettamento, della manipolazione.

(…)

L’articolo approfondisce i seguenti temi:

  • la crescita sana
  • la crescita traumatica
  • limen
  • linee dell’azione terapeutica

 

Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVII, 2014-2, La psicopatologia in psicoterapia della Gestalt
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt, edita da FrancoAngeli, pag. 81

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