Simona e il panico


– Giuseppe Sampognaro.

Simona entra nell’ambulatorio di psicoterapia come se si sentisse un’ospite indesiderata: si scusa per il ritardo (è puntualissima), tiene la testa bassa, si rannicchia in pizzo alla poltrona. È appena arrivata e sembra già pentita di avere fissato l’appuntamento e di essere qui, minuta e indifesa. Mi trasmette il suo disagio, mi sento combattuto tra la voglia di accoglierla con calore e il dovere di rispettare la sua fragilità. Dopo le solite domande rompi-ghiaccio, alle quali risponde in modo laconico («Sì…No…Ne ho qua- rantadue»), le chiedo qual è il problema.

«La mia paura» dice. «Sono perseguitata dalla paura, soprattutto di notte. Veda, io vivo sola. Di giorno stringo i denti, mi distraggo. Ma di notte…».

Mi racconta di sé: del suo matrimonio ventennale naufragato due anni fa (lui aveva diverse storie parallele a cui non aveva alcuna intenzione di rinunciare); del figlio – per lei, l’unica fonte di autocompiacimento – che studia all’estero; del lavoro che la soddisfa poco nonostante il suo impegno appassionato (insegna Lettere presso un liceo); della pochezza di rapporti interpersonali di cui è fatta la sua esistenza. Parla con voce bassa, emozionata, torcendosi le mani e sfuggendo il mio sguardo se non per intermittenti flash.

Le chiedo quando è iniziata la sua paura.

«Un anno fa. Alla fine di una giornata come tante altre, ero andata a letto. Saranno state le due di notte. Ero finalmente riuscita a farmi venir sonno, a forza di leggere e leggere. Subito dopo aver spento la luce e aver chiuso gli occhi, percepisco che qualcosa non va. Un senso di inquietudine crescente, non so… Poi avverto dei dolori al petto, come trafitture. E mi accorgo che respiro con affanno. Accendo la luce, mi tiro su, ma la situazione non cambia. Sono presa dal terrore, mi sento come precipitata in un pozzo, sto per svenire ma non perdo i sensi. Piango, mi dispero, ma sono sola, e non so a chi chiedere aiuto. Cerco di uscire di casa ma le gambe non mi reggono, tremo troppo, e mi ritrovo sul pavimento a singhiozzare. Sono sicura di stare per morire. Non so quanto tempo è passato così. Poi, piano piano, questa cosa tremenda si affievolisce, il cuore smette di sbattermi in petto, il respiro ritorna normale. Ma ho paura che tutto ricominci, e rimango sveglia sino all’alba».

Piange («mi scusi…»), mentre rievoca il primo attacco di panico. Da allora, dice, la vita è un calvario. I controlli medici non evidenziano nessun disturbo organico. Come in un film dell’orrore, dopo aver ascoltato i consigli rassicuranti degli amici e del suo medico di famiglia («Stai serena, è che sei un po’ stressata, è stato un incidente di percorso…»), ecco un’altra violenta crisi coglierla, come la precedente, mentre è sola in casa.

(…)

Tratto da Quaderni di Gestalt, vol. XXII, 2009-2, Psicoterapia della Gestalt e psicoanalisi
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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Essere-con” nel mondo di oggi.


Dialogo sulla cultura della relazione

Pietro Andrea Cavaleri e Giancarlo Pintus.

I due psicologi dialogano sulla relazione umana nell’attuale contesto sociale e culturale, sviluppando una lettura in chiave fenomenologica dei cambiamenti epocali nelle relazioni di coppia, familiari, nei gruppi e nella polis. Sulla scorta della metafora post-moderna della relazione come di “una zattera senza timone”, i due autori si confrontano sulle opportunità offerte dal superamento del primato della società sull’individuo, ma anche sulle nuove paure e i nuovi quadri psicopatologici correlati a un’individualità sempre più sganciata dallo sfondo del proprio ground di sicurezze. La relazione si configura allora come uno spazio sacro all’interno del quale nasce la mente, evento relazionale e di confine, ed emerge il bisogno di una nuova alfabetizzazione relazionale.

(…)

Giancarlo Pintus: C’è nell’uomo contemporaneo una costante tensione verso la ricerca della felicità. Mi colpiva il paradosso provocatorio del titolo di un libro Il dovere della felicità (Carrera – La Porta, 2000). Citando economisti come Luigino Bruni (Bruni, 2004; Bruni, Porta, 2004; Bruni, Zamagni, 2004) poni una questione nuova, cioè la felicità non come una condizione dettata dal possesso e dal consumo di beni, ma dall’aver accesso e fruire del bene relazionale. Pensare alla felicità come a un bene relazionale è scardinante rispetto a un ventennio di cultura e di educazione centrate invece sulla ricerca del successo a tutti i costi; in cosa consiste questa nuova idea?

Pietro A. Cavaleri: Viviamo una cultura post-moderna in cui ci culliamo del fatto che tutti possono avere tutto, tutti possono essere ricchi, tutti si possono realizzare, ma presto scopriamo che questo non è vero, perché la crisi, le ingiustizie sociali svelano l’inganno. Per alcuni studiosi questo “inganno” è all’origine della sofferenza mentale oggi più diffusa: la depressione (Erhenberg, 1999). Scopriamo, infatti, che per un verso ci viene data la certezza di poterci realizzare al meglio, ma per un altro, in modo molto ambiguo, questo dovere della felicità ricade interamente solo sulle nostre spalle. Se falliamo la responsabilità non è del mondo, ma interamente nostra. La depressione dell’uomo di oggi è dovuta a questo surplus di responsabilità: ognuno di noi è lasciato solo davanti ai propri fallimenti.

Per diventare qualcuno c’è sempre bisogno degli altri e non solo del proprio genio; purtroppo in un mondo assetato del sostegno dell’altro, ma privo di esso, perché la relazione è negata, essere felici è un dovere il cui fallimento è interamente responsabilità del singolo. Gli stessi economisti, andando contro il senso comune, hanno scoperto che non sono solo i soldi a fare felice l’uomo. Kahneman (2003), psicologo cognitivista che si occupa di dinamiche psicologiche applicate al mercato e Nobel per l’economia, ha scoperto, ad esempio, che il mercato viene retto da fattori di tipo emotivo e non solo da variabili a carattere matematico-probabilistico: le persone non sono felici se posseggono di più. Insomma, viviamo in una sorta di “implicito collettivo” che ci fa dire ai nostri figli di studiare e di impegnarsi nella vita per fare carriera così da assicurarsi la felicità.

Molti studi (Seligman, 2003; 2004) dimostrano invece che, superato un certo livello di benessere materiale, la persona comincia a desiderare una situazione ancora migliore nella quale però il benessere economico appaga limitatamente. Il benessere non sarebbe dunque frutto di un’equazione economica tout-court, ma anche espressione di beni immateriali come la qualità delle relazioni, del clima sociale che fa da sfondo al nostro quotidiano. Tutto questo non ha prezzo, e ha invece un rilievo economico fondamentale a livello produttivo e ancor più nella nostra vita personale e di relazione. La felicità è data da un buon tenore di vita, ma c’è qualcosa di “ulteriore”: la felicità è figlia di altro e specialmente della relazione “con” l’altro (Spagnuolo Lobb, 2008).

Giancarlo Pintus: Usi spesso termini come “riconoscersi” ed “essere riconosciuti”, quasi una funzione essenziale per uno sviluppo psico-fisico sano della persona e delle relazioni. È possibile fondare su queste abilità relazionali una nuova cultura della sanità, del benessere personale e collettivo?

(…)

Tratto da Quaderni di Gestalt, vol. XXIII, 2010-1, Psicoterapia della Gestalt e fenomenologia
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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La vita e il dolore nell’arte dello psicoterapeuta.


Intervista a Umberto Galimberti
-Margherita Spagnuolo Lobb.

Attraverso gli stimoli, di ispirazione gestaltica, di Margherita Spagnuolo Lobb e le risposte, filosoficamente vicine all’approccio junghiano, di Umberto Galimberti, questa intervista affronta temi importanti della clinica contemporanea. Dal rapporto tra il ruolo e il vissuto dello psicoterapeuta, il dialogo si intreccia con riflessioni sulla società post-moderna e sulle problematiche che vengono presentate allo psicoterapeuta nel tempo della “società cementata” (dipendenze, internet, Facebook, crisi economica). Lo psicoterapeuta, come un artista, deve imparare a conoscere sia le proprie possibilità che gli strumenti di lavoro, e deve avere un tipo particolare di fede. È di fondamentale importanza che sia consapevole della propria follìa, avendola attraversata, per riconoscere quella dell’altro, che sia consapevole dei propri dolori per vedere quelli dell’altro, che possa sentire il proprio corpo per sostenere la sensibilità dell’altro. Ed è altrettanto importante che lo psicoterapeuta si “protegga” dalla contaminazione che un’esposizione eccessiva al dolore può provocare.

(…)

Margherita Spagnuolo Lobb: Una cosa volevo chiederti sull’estetica e sul corpo: in psicoterapia della Gestalt pensiamo che stando con i sensi, cioè con l’esperienza piena dei sensi, si pervenga (si tratta di una fiducia nell’autoregolazione) ad un adattamento creativo, cioè a fare la cosa migliore (per sé e per l’altro) in quella data situazione. Cosa pensi della fiducia nell’adattamento creativo, e del legame che questo concetto ha con l’estetica?

Umberto Galimberti: Intendi fiducia nell’adattamento creativo nella relazione?

Margherita Spagnuolo Lobb: Si, stare con i sensi significa sentire me stesso ma anche intuire l’altro, stare con l’altro. In psicoterapia della Gestalt si parla di co-costruire il confine di contatto appunto.

Umberto Galimberti: Quando parlavamo di mancanza di risonanza emotiva, facevamo riferimento a questo. Le neuroscienze direbbero, come ho anticipato, che oggi mancano i neuroni specchio, per cui non riusciamo empaticamente a capire che cos’è l’altro. Poi trasliamo dall’estetica come sensorialità all’estetica come bellezza, che è un passaggio naturale. Le stesse ragazze non hanno una percezione del proprio corpo perché decidono la loro bellezza in uno stato di immobilità, ossia guardandosi allo specchio. Tenendo conto che allo specchio sono ferme, non sono nel mondo, vedono il particolare e non vedono la totalità. Non si vedono, credono che la bellezza sia quella costruzione artificiale di cui tutte le pratiche pubblicitarie le hanno persuase.

Margherita Spagnuolo Lobb: Forse potremmo collegare questa tendenza all’oggettivazione del corpo (o alla sua desensibilizzazione) con quanto tu scrivi sulla vita e sul dolore. Tu citi la cultura greca, e il senso del tempo concluso della vita, vissuta alla ricerca dell’armonia tra vita e dolore. L’integrazione tra vita e dolore avveniva nell’arco della vita terrena, e questo contribuiva ad un senso di integrità ricercata nel qui e ora, più che posposta in una vita ultraterrena, come voluto invece dalla cultura giudaico cristiana. Noi terapeuti dobbiamo necessariamente fare i conti con la vita e il dolore, e con la possibilità di integrarli, sia per i pazienti che per noi stessi. Volevo farti un paio di domande su questo: la prima riguarda il vissuto del terapeuta. Pensi che un terapeuta possa sentirsi se stesso nella seduta?

Umberto Galimberti: Essere se stesso è un luogo d’identità solido, uno zoccolo duro. Quando si incontra una persona, i processi di fiducia nascono se lei continua ad essere quella persona. Se una volta la vedo seria e una volta la vedo annoiata, non posso sviluppare fiducia. Poi, all’interno della relazione, il primo sforzo del terapeuta dovrebbe essere quello di entrare nella visione del mondo dell’altro, cambiando anche radicalmente il linguaggio. Faccio un esempio. Io ho fatto terapia ad una suora, nella prima seduta le ho detto: “Guardi, qui nel nostro lavoro mancano due fattori molto importanti, la pratica sessuale, alla quale lei non ha accesso per sua scelta, e il linguaggio (sto parlando della psicoanalisi), che è fortemente adornato di metafore sessuali. Allora facciamo un esperimento: io introduco le metafore sessuali e le metafore religiose e parliamo religiosamente”. E si può parlare religiosamente. Si può fare. Lei si è trovata a casa.

Comprendere vuol dire captare empaticamente il nucleo; nel caso patologico, il nucleo delirante di una persona. Quando tu hai catturato questo nucleo, tutte le sue manifestazioni ritornano come un teorema e quindi l’hai compreso. Ma anche nell’ambito non psicopatologico, io comprendo se capisco il nucleo da cui si diparte la visione del mondo dell’altro. Noi non abitiamo il mondo, ma abitiamo solo e unicamente la visione che abbiamo del mondo. Il compito terapeutico è per me vedere se tu stai soffrendo per le cose che ti accadono nel mondo o per l’interpretazione che dai delle cose che ti accadono nel mondo. Stai soffrendo per il mondo o perché la tua visione del mondo te lo fa vedere in quella modalità? Dunque in terapia allarghiamo la visione del mondo. (…)

Tratto da Quaderni di Gestalt, vol. XXIII, 2010-1, Psicoterapia della Gestalt e fenomenologia
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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INCONTRI diVISIONI


.Psicoterapia della Gestalt e psicoanalisi relazionale in dialogo.

a cura di Margherita Spagnuolo Lobb

L’articolo è la trascrizione della tavola rotonda conclusiva del seminario di studio organizzato a Roma nel gennaio 2007 dall’Istituto di Gestalt HCC e dall’Istituto di Psicologia Psicoanalitica del Sé e Psicoanalisi relazionale (ISIPSÈ). I direttori di entrambe le scuole di specializzazione dialogano con i professori Daniel Stern, Massimo Ammaniti e Nino Dazzi su alcuni concetti teorici centrali per ciascun approccio e sui loro risvolti clinici. Ne scaturisce un interessante dibattito: i concetti di coscienza, consapevolezza, conoscenza implicita ed esplicita, vissuto corporeo, transfert e controtransfert, intenzionalità, vengono analizzati alla luce di diversi paradigmi epistemologici, dalla psicoanalisi classica a quella relazionale, dalla psicoterapia della Gestalt a l’infant research.

Al di là del bisogno di differenziazione (spesso competitiva) tra metodi, vigente fino agli anni ’90, oggi si assiste ad una disponibilità nuova del mondo della psicoterapia ad aprire le frontiere interne e interrogarsi su temi clinici che tutti – con linguaggi teorici diversi – affrontano. Il seminario, di cui qui riportiamo la tavola rotonda finale, organizzato da due Scuole di Specializzazione in Psicoterapia per i loro allievi, ha voluto iniziare un percorso dialogico finalizzato ad un confronto clinico.

(…)

Daniel Stern

Prima di tutto vorrei fare un breve excursus storico sull’intersoggettività, per capire dove possiamo collocare questo incontro nella storia di entrambe le scuole. Penso di aver fatto un lungo percorso sull’intersoggettività e penso che questo possa servire molto a chiarire come siamo arrivati a quello che sappiamo oggi. Molti di noi qui hanno attraversato questa storia di cambiamento.

Quando ero uno studente la prospettiva assolutamente dominante in ogni psicoterapia era la prospettiva psicoanalitica. È importante notare che il luogo in cui siamo giunti adesso rappresenta una rivoluzione, talvolta tranquilla e talvolta più tempestosa, rispetto al modello psicoanalitico di base.

Ho sentito parlare qualcuno degli studenti: ma perché vi preoccupate tanto di quello che succedeva negli anni ’50? La verità è che la battaglia non è ancora finita, continua.

Che cosa ha detto Freud e di che cosa tratta la psicoanalisi tradizionale? Un approccio che potremmo chiamare “intrapsichico”. Questo vuol dire che se noi due siamo in terapia – lui è il mio analista e io sono il suo paziente – la cosa di cui ci dobbiamo occupare è ciò che è nella mia testa, nella mia mente. E in realtà è già là tutto quello che dobbiamo sapere e quindi noi dobbiamo soltanto scoprirlo, smascherarlo. L’analista è semplicemente un mezzo, uno strumento per questa scoperta, il fatto che sia vivo è una cosa secondaria. Il modo in cui l’analista può non contaminare ciò che deve vedere con ciò che è dentro di lui è fare un passo indietro ed essere neutrale. Da questa prospettiva vengono tutte le affermazioni del tipo lo “psicoanalista come chirurgo”, che non deve contaminare, che deve avere una certa freddezza e non deve parlare della sua vita personale. Ecco perché si chiama “intrapsichico”, perché tutta l’azione è qua dentro, nella mia testa di paziente.

Questo movimento è stato però messo in crisi già molto prima degli anni ’50. Probabilmente la persona che è stata più influente nel mettere in crisi questa ottica della co-creazione diventa assolutamente essenziale nel pensiero della intersoggettività. La stessa cosa possiamo dire per il momento presente. C’è una concordanza nel pensare che bisognerebbe tenere la seduta centrata nel qui ed ora.

Quindi nasce la domanda, che non c’era prima, “dove è il qui e quando è l’ora?”. Ci arriveremo tra un po’ (…)

Tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXIII, 2009-1, L’evoluzione della psicoterapia della Gestalt in Italia
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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Fenomenologia delle relazioni intime e della violenza


modelli di intervento clinico sui legami di coppia e genitoriali.

Silvia Tinaglia, Serena Iacono Isidoro, Milena Dell’Aquila.

Il tema è stato trattato in occasione del convegno, organizzato dall’Istituto di Gestalt HCC Italy, il 20 febbraio 2015. Ha avuto luogo a Palermo, nello storico Palazzo Chiaramonte Steri, un evento che ha posto l’attenzione su un fenomeno oggi molto diffuso, la violenza di genere e intra-familiare. Il convegno ha ospitato un dialogo tra: Vincenzo Caretti, Pietro A. Cavaleri, Vittorio Cigoli, Angela Maria Di Vita, Margherita Spagnuolo Lobb. Hanno inoltre portato la loro esperienza sul campo rilevanti professionisti del territorio palermitano.

Al fine di proporre una lettura complessa del fenomeno, l’incontro ha riunito contributi di professionalità impegnate a vari livelli nei diversi ambiti di prevenzione, valutazione e cura della violenza, offrendo un’ottica capace di rivolgersi a tutti i professionisti che operano, a vario titolo, nel settore: psicologi, psicoterapeuti, avvocati, assistenti sociali, medici di famiglia, pedagogisti, insegnanti, operatori di comunità, agenti di pubblica sicurezza. (…)

La prima relazione è stata del prof. Vittorio Cigoli, professore emerito di Psicologia Clinica, direttore dell’Alta Scuola di psicologia Agostino Gemelli dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Nel suo intervento, Clinica dei legami familiari: il modello relazionale simbolico, il relatore ha proposto che il clinico, consapevole dei limiti del proprio sguardo nell’osservare la complessità delle relazioni familiari, dia rilievo ai legami generativi tra vittima-persecutore-terzo (il figlio o qualsiasi membro della famiglia d’origine) e al sostegno dei tre versanti simbolici della matrice latente dei legami: la giustizia, la fiducia e la speranza. La relazione terapeutica può aiutare a riconquistare la fiducia relazionale e ad aprirsi alla speranza, particolare forma di consolazione che nasce «dal silenzio, dall’attesa e dal saper vedere elementi di bene proiettati nella realtà».

Il contributo specifico della psicoterapia della Gestalt al tema è stato esposto dalla dott.ssa Margherita Spagnuolo Lobb nel suo intervento Estetica delle relazioni intime e della violenza. La relatrice ha introdotto il concetto di conoscenza relazionale estetica, modalità conoscitiva che consente di cogliere sia la carica energetica del contatto, sia la gestalt di movimento che sostiene il desiderio di raggiungere l’altro. Osservandola dalla prospettiva del campo fenomenologico, la violenza emerge quando il contatto è desensibilizzato, quindi l’altro viene assimilato a sé e il bisogno personale diviene prioritario, oppure l’altro, visto in relazione a ciò che non si è e si vorrebbe essere, è invidiato e legato a sé con un potere seduttivo che lo assoggetta e lo invade, senza rispettarne i confini. In tali casi, l’intervento psicoterapeutico possibile è orientato, da un lato, a ri-sensibilizzare il confine di contatto tra chi subisce e chi agisce la violenza, dall’altro, a sperimentare nella relazione d’aiuto «la fiducia nella terra che sostiene il passo desideroso di avanzare». (…)

Tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVII, 2015-1, La psicopatologia in psicoterapia della gestalt II Parte
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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Esperienza addictive: processi neurobiologici e riconoscimento terapeutico


-Giancarlo Pintus

Nel solco del rapporto tra teoria e pratica della psicoterapia della Gestalt e sapere neuro- scientifico, l’autore delinea le connessioni tra i processi neurobiologici nell’addiction e i vissuti traumatici di questa esperienza. Le aree corticali e subcorticali implicate nei processi dell’addiction risultano profondamente interconnesse con quelle deputate alle funzioni cognitive. Si tratta delle stesse aree che si attivano nelle primarie relazioni di attaccamento e che nell’addiction vengono traumatizzate dalla potenza dell’esperienza addictive. Esiste un nesso funzionale tra bisogno di appartenenza, sostegno e vulnerabilità all’addiction. La terapia dell’addiction diventa trasformativa nella misura in cui sa accogliere e coronare questa intenzionalità di appartenenza del campo organismo-ambiente.

Desiderio, piacere, addiction

Non si può comprendere l’esperienza addictive senza una riflessione sul piacere quale quota esistenziale determinante nella vita umana, ed è necessario guardare all’addiction come una disfunzione del piacere e dell’attaccamento. Cuore dell’esperienza addictive è la ricerca del piacere assoluto (Pintus e Crolle Santi, 2014); le aree corticali e subcorticali implicate nei processi percettivi del piacere risultano profondamente interconnesse e interdipendenti con le aree deputate alla memoria, l’apprendimento e il comportamento volontario. Stimoli particolarmente piacevoli attivano questi circuiti inviando all’organismo, tramite la cosiddetta cascata dopaminergica, il segnale biochimico che l’esperienza in atto è la cosa giusta in quel momento, una sensazione di allentamento della tensione paragonabile al sentirsi a casa propria.

È l’intensità della percezione che facilita l’apprendimento: più è forte il vissuto associato all’esperienza più l’apprendimento si integra stabilmente nello sfondo esistenziale modificando le strutture e le funzioni cerebrali. Un ruolo centrale è svolto, come detto, dai neuroni dopaminergici del sistema mesolimbico particolarmente impegnati nella modulazione dei processi di aspettativa del piacere (desiderio), mentre la componente consumatoria che genera appagamento sembra da attribuirsi all’endorfina (Guerrini, Marraffa, 2012). La distinzione tra desiderio e piacere è fondamentale nell’instaurarsi di un’esperienza di addiction poiché è l’aspettativa della ricompensa già sperimentata in precedenza a muovere la ricerca compulsiva dell’oggetto gratificante anche quando, per l’azione omeostatica dell’organismo, gli effetti sperimentati sono di potenza sempre inferiore.

2. Addiction come esperienza traumatica

3. Neuroplasticità e competenze relazionali nell’esperienza addictive

4. La terapia: tra biochimica ed esperienza di buon contatto

Tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVIII, 2015-1, La psicopatologia in psicoterapia della gestalt II Parte
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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Dall’here-and-now al now-for-next.


Un esempio clinico

-Margherita Spagnuolo Lobb

La seduta qui pubblicata è un’anticipazione del mio libro Il now-for-next in psicoterapia. La psicoterapia della Gestalt spiegata attraverso casi clinici, di imminente pubblicazione con la casa editrice Franco Angeli. Nel capitolo in cui è inserita, questa seduta ripercorre nella pratica clinica gli aspetti della relazione terapeutica in psicoterapia della Gestalt.

In questo contesto, invece, la seduta ha lo scopo di stimolare il dialogo sull’evoluzione della clinica gestaltica. Il lettore potrà confrontarsi su differenze e similitudini con il proprio stile terapeutico, e soddisfare la propria curiosità circa ciò che gli psicoterapeuti della Gestalt concretamente fanno oggi all’interno del setting. Per un approfondimento dei concetti metodologici, rimando al libro.

Vorrei sottolineare che, nell’attività clinica, il mio obiettivo è che il paziente ripristini la spontaneità nel contattare l’ambiente. Secondo la psicoterapia della Gestalt, ciò che cura non è la comprensione razionale e quindi il controllo del disturbo, bensì qualcosa che ha a che fare con aspetti processuali ed estetici. La cura consiste nell’aiutare il paziente a vivere pienamente, rispettando la propria innata capacità di regolarsi nella relazione, e non solo a livello verbale, ma soprattutto a livello di spontanea attivazione delle strutture neuro-corporee preposte alla vita di relazione. La spontaneità è l’arte di integrare gli aspetti del sé: la capacitá di scegliere deliberatamente (ego-function) con due tipi di sfondi esperienziali, le sicurezze corporee acquisite (id-function) e le definizioni sociali – o relazionali – di sé (personality-function).

Siamo ben lontani da un concetto di spontaneità che si confonde con quello di impulsività (proprio della antropologia freudiana), in quanto, a differenza dell’impulsività, nella spontaneità c’è la capacità di “vedere” l’altro. E siamo pure lontani da un’idea roussoiana della spontaneità fanciullesca: essa è al contrario l’arte – che si apprende negli anni – di integrare tutte le esperienze, comprese quelle dolorose, in uno stile persona- le armonico e pienamente presente ai sensi, che sono il mezzo fisiologico con cui entriamo in relazione.

Premessa

La seduta è stata registrata nel mio studio. Ha luogo il 5 dicembre del 2006. La paziente è tale per me solo per la durata della seduta: è infatti una allieva che si è offerta volontaria per un video didattico. Ha 32 anni, è psicologa, frequenta il terzo anno della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia della Gestalt.
La seduta si gioca tutta sulla modalità di contatto introiettiva. Come terapeuta, uso lo stesso codice esperienziale della paziente. Il mio stile, inusualmente direttivo in questa seduta, è un modo per parlare lo stesso linguaggio della paziente.

La seduta terapeutica

Paziente e terapeuta sono sedute una di fronte all’altra, su poltrone girevoli che consentono una rotazione di 360 gradi. Per tutta la seduta si guardano frontalmente, non girano la poltrona. Le telecamere sono in un angolo della stanza.

T. Buon giorno, E. Pz. Buon giorno, M.

T. Siamo qui per fare questa cosa un poco strana… (Mi riferisco all’essere riprese in seduta).

Pz. Si…e mi emoziona tanto.

T. Un incontro intimo ma… pubblico…

Pz. …pubblico infatti …però è anche bello così … T. …sì.
Pz. Penso che non sia la solita situazione.
T. Esatto: è una situazione nuova.

Pz. Nuova … mm … per me che sono una che … ho un po’ paura a volte del rischio…per me è un tuffo, ecco.

T. Quindi hai deciso di fare questo tuffo.

(…)

Tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXIII, 2009-1, L’evoluzione della psicoterapia della Gestalt in Italia
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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Dialogo sui legami in una società liquida


Dalla coppia alla pòlis

-Annalisa Molfese, Giuseppina Salamone

Il tema delle relazioni di coppia è stato affrontato nel 2009 durante un seminario teorico-esperenziale organizzato dall’Istituto di Gestalt HCC Italy. L’Istituto di Gestalt HCC Italy, da sempre impegnato nello scambio e nella ricerca del dialogo con chi da diversi punti di vista è interessato a temi quali le relazioni, i legami, l’intimità, la diversità e l’integrazione, si è avvalso della presenza del prof. Robert Lee di Boston, psicoterapeuta della Gestalt di fama internazionale, da anni impegnato nel lavoro con le coppie in America ed in Europa.

Il prof. Lee, docente del Gestalt Institute di Cleveland, ha presentato ad allievi ed ex allievi della scuola di Gestalt – ma anche a psicoterapeuti di diversa formazione – un modello di intervento clinico con le coppie da lui sviluppato nel corso della sua più che trentennale esperienza di lavoro psicoterapico. Tale modello offre un approccio nuovo ai problemi di coppia che non è né analitico né sistemico ma fenomenologico-relazionale (e dunque squisitamente gestaltico). Esso si basa su due concetti chiave che caratterizzano le relazioni intime: il senso di vergogna da una parte e il bisogno di appartenenza dall’altro.

La necessità di instaurare un legame intimo appartiene al desiderio di costruire un posto speciale e sicuro, la relazione appunto, dove avere la possibilità di “essere” e di essere accolti. La vergogna in tal senso viene intesa dal prof. Lee come un fenomeno relazionale che, nelle sue diverse manifestazioni (rabbia, aggressività, sarcasmo, critica etc.) e nonostante la sua funzione protettiva (che è quella di preservare dall’umiliazione dell’essere valutati negativamente dall’altro), blocca la spontaneità dell’individuo nell’incontro. La vergogna è un “tirarsi indietro” dalla relazione, dal contatto sano, e conduce perciò all’isolamento, alla non espressione del proprio essere.

Ma dove c’è la vergogna, la paura, la sensazione di non essere accolti, c’è anche una intenzionalità di contatto: il desiderio, inespresso, di vicinanza, di intimità, di raggiungere l’altro. L’acquisizione di tale consapevolezza può aiutare l’individuo e la coppia a riconoscere la propria e l’altrui vergogna in modo da poter ripristinare il sano flusso dell’esperienza dell’essere in relazione. È proprio sulla possibilità che i partner sperimentino un contatto sano con l’altro che il lavoro terapeutico si concentra: riconoscere la vergogna, il “segreto inconfessabile” che blocca il loro autentico stare insieme.

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Tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXIII, 2009-1, L’evoluzione della psicoterapia della Gestalt in Italia
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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Trauma e Gestalt


Rinarrare una storia indicibile

– Lucia Guarnaccia e Jlenia Baldacchino.

L’articolo offre uno spunto per affrontare il trauma secondo la psicoterapia della Gestalt. Oltre alla lettura gestaltica del fenomeno, viene presentato il Protocollo Nova, in cui sono state previste delle domande il cui obiettivo è quello di fornire un primo sostegno al ciclo di contatto interrotto. L’aspetto originale consiste nell’integrazione del protocollo all’uso delle foto nella ricostruzione autobiografica dell’esperienza traumatica e il superamento di essa. L’articolo, inoltre, descrive una seduta terapeutica in cui L., paziente con diverse esperienze traumatiche alla spalle, sperimenta un nuovo modo di raccontarsi, condividendo con il terapeuta un nuovo modo di esserci nella relazione che le consente di sperimentare la spontaneità del contatto.

La trattazione del tema “Trauma e Gestalt” nasce dall’idea di voler approfondire un concetto che molti terapeuti si trovano ad affrontare tentando di fornire il giusto sostegno per quei pazienti, la cui vita è spesso segnata dalla ricerca di una verità, che però non li convince in pieno, o da cui forse si tengono sempre a debita distanza. Infatti, la nostra vita è regolata da attribuzioni di significato che costituiscono vere e proprie griglie per decodificare il mondo in cui viviamo e come ci muoviamo in esso.

Il trauma è un evento che rompe inaspettatamente questo senso che ognuno traccia nella propria vita, e che lascia impotenti di difendersi e di essere difesi.
Quando si è vittima di un’esperienza di sopraffazione inaspettata, violenta, travolgente e inconcepibile, come nel caso di abusi sessuali, di incidenti automobilistici o di disastri naturali, crollano anche numerose funzioni fondamentali della vita psichica, come il senso dell’identità, il senso della temporalità, la possibilità di dare un significato all’evento. Ciò rende l’evento non solo doloroso ma anche traumatico.

La trattazione dell’argomento, sviluppa il concetto di trauma secondo la psicoterapia della Gestalt e fornisce un esempio clinico, partendo da un forte interesse nei confronti dell’autobiografia come strumento valido per costruire l’identità della persona traumatizzata, utilizzando l’approccio della “foto-terapia” di Oliviero Rossi.

Trauma e Gestalt

Secondo la psicoterapia della Gestalt, la persona traumatizzata riesce a proteggere in qualche modo la sua vita psichica dal crollo della propria identità. In particolare, ciò che essa fa è aggirare la consapevolezza del terribile evento e dei bisogni che sono stati frustrati, effettuando come un salto da questa sensazione difficile da assimilare all’azione, che viene compiuta senza alcun significato (Cohen, 2002).

Ne consegue un’energia che rimane bloccata, una figura incompleta e un disorientato muoversi nell’ambiente disgiunto dalla sua eccitazione. L’organismo, così come si evidenzia nel disturbo post-traumatico da stress, proverà ogni tanto ad avvicendare a questa desensibilizzazione dei tentativi di rivivere pienamente le sensazioni di quell’esperienza attraverso vie alternative (flashback, sogni, ricordi), ma esse saranno solo prove iniziali di assimilare un’esperienza che risulterà ripetutamente inassimilabile.

Nell’attività di psicoterapeuta, lavorando con pazienti oncologici e con ragazzi vittime di incidenti stradali, ci si trova ad ascoltare più volte vissuti e storie interrotte e, con esse, tentativi sia di dare senso al dolore sia, successivamente, di voler dimenticare momenti insopportabili. La psicoterapia della Gestalt permette non solo di leggere queste dolorose esperienze, ma soprattutto di offrire ai pazienti un adeguato sostegno. (…)

Tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXIIV, 2011-1, Concentrazione, emergenza e trauma
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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Flussi migratori tra clinica e società.


Metamorfosi culturale, conflitto e bisogno di radicamento

– Sebastiano Messina

Il tema è stato trattato durante un convegno a Siracusa nelle date del 5 – 6 giugno 2015 avviando una riflessione sul fenomeno della migrazione, analizzandolo nella sua complessità, come fenomeno di respiro internazionale, ma con particolare attenzione alle forti ricadute locali. Il convegno ha ospitato un dialogo con l’etnopsichiatra Piero Coppo sul tema. 

La prof.ssa Margherita Spagnuolo Lobb con l’intervento dal titolo Dal bisogno di autonomia al bisogno di radicamento della società post-moderna: la continuità culturale possibile oggi, ha da subito tracciato le coordinate utili alla comprensione del fenomeno. Continuità culturale o frattura? Radicamento o desensibilizzazione? Senso estetico o pregiudizio? Secondo la prof.ssa Spagnuolo Lobb prendersi cura del rapporto con la diversità, in questo momento di grande metamorfosi culturale, vuol dire aiutare le persone a riconoscere la tensione al contatto, così da sentire nella relazione con l’altro il proprio corpo in un modo non desensibilizzato. La società è, inoltre, chiamata a prestare maggiore attenzione ai riti di passaggio dalla famiglia alla polis, così da assicurare maggiore sostegno al bisogno di radicamento.

L’intervento del prof. Coppo, Continuità culturale, ibridazioni, metamorfosi, ha dato prosecuzione alle riflessioni sul tema della “continuità versus frattura culturale” e ha evidenziato come benessere o malattia risentano fortemente della presenza di fattori protettivi o di rischio, connessi alla presenza o alla perdita dei propri riferimenti sociali e personali. L’etnopsichiatria indaga le modalità attraverso cui sostenere i soggetti nel recupero del proprio benessere, mediante il ricorso a quegli ausili, procedure, codici che costituiscono lo sfondo culturale di provenienza del migrante. «Non potremmo fare il nostro lavoro se chi entra nei nostri ambulatori deve lasciare fuori il suo mondo, i suoi pensieri, i suoi dei, la sua concezione della salute, della malattia e della cura».

Un importante contributo al dialogo è stato fornito dal dott. Pietro A. Cavaleri con un intervento dal titolo Conflitti e processi di riconoscimento, nel corso del quale le riflessioni emerse sono state coniugate con esperienze socio-politiche locali, legate al doppio ruolo del dott. A. Cavaleri, psicoterapeuta della Gestalt e assessore alle Politiche Sociali e all’Interculturalità del Comune di Caltanissetta. È stata illustrata la condizione migratoria vissuta nel territorio del Comune di Caltanissetta, dove risiedono stabilmente molti stranieri e l’amministrazione comunale, in collaborazione con alcune associazioni, ha aperto una “Casa dei popoli”, luogo di mediazione e incontro tra i bisogni di identità e di continuità culturale dei residenti, sia italiani che stranieri. (…)

L’Istituto di Gestalt HCC Italy, sempre attento ai mutamenti sociali, nel voler organizzare il convegno Flussi migratori tra clinica e società, ha perseguito l’obiettivo di favorire il confronto clinico su un tema complesso e attuale, dagli importanti risvolti sociali, che ridisegnano il ruolo rivestito della psicoterapia oggi. Gli interventi si sono articolati tenendo conto di diverse figure e sfondi: dalla lettura dei vissuti del migrante ai mutamenti sociali; dalla sfida del far incontrare le diversità a quella di riflettere sul ruolo della psicoterapia come cura delle appartenenze. Di particolare importanza è stata l’attenzione dedicata, da parte dei relatori, alla partecipazione sociale e politica come tassello indispensabile nella cura del singolo e della comunità.

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Tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVIII, 2015-1, La psicopatologia in psicoterapia della gestalt II Parte
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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