L’amore e la sessualità nel setting di cura: psicoanalisi e psicoterapia della Gestalt a confronto


– Paolo Migone intervistato da Barbara Crescimanno

Barbara Crescimanno: La società post-moderna, con il suo approccio “globalizzante” e l’avvento delle nuove tecnologie, ha prodotto cambiamenti di notevole proporzione in tutti i campi dell’esperienza umana. Tale cambiamento diventa ancora più evidente in tutto l’ambito della relazione umana in generale e della relazione sessuale e “intima” in particolare, per cui il concetto stesso di intimità sembra perdere la sua indispensabile connotazione originaria legata al corpo e al sentire. Tutto questo conduce a modi nuovi di vivere e agire la sessualità. Come per altri modelli di cura, a suo parere, ciò comporta anche per la psicoanalisi una rilettura della teoria pulsionale delle emozioni e una conseguente rivisitazione della prassi clinica?

Paolo Migone: L’avvento di internet ha provocato, tra le altre cose, una disponibilità immediata di immagini e video a contenuto sessuale virtualmente per tutti (basta infatti avere un cellulare collegato a internet). È possibile che questa esposizione sempre più precoce a stimolazioni sessuali provochi grosse modificazioni nel modo con cui viene vissuta la sessualità in soggetti giovani che hanno raggiunto una maturità sessuale senza però aver ancora raggiunto una maturità affettiva (penso soprattutto ai maschi, che emotivamente maturano più tardi delle femmine).

Mi è capitato di leggere su un quotidiano una inchiesta sulla sessualità nei giovani teenagers che mi ha lasciato sconcertato, nel senso che per me, e per chi frequentavo quando avevo la stessa età, vi era una esperienza molto diversa. Adesso la “maturazione” sessuale è molto più precoce, ma forzatamente precoce, e vi possono essere squilibri. Sembra che oggi i ragazzi “giochino” con la sessualità così come noi giocavamo con le figurine, per così dire. È molto probabile che questo conduca a un modo molto diverso di vivere l’affettività, ma preferisco non sbilanciarmi in considerazioni a un alto livello di astrazione, dato che non sono un sociologo o un filosofo. Sono solo un terapeuta, un “tecnico”, e il mio angolo di visuale è ristretto. Non vorrei assomigliare a quei colleghi che fanno i tuttologi in televisione, rischiando a volte di dire banalità, cose che qualunque persona di buon senso potrebbe dire.

Mi sembra più facile invece rispondere alla domanda sul ruolo della pulsione sessuale nella psicoanalisi contemporanea. Tanto è stato scritto su questo. Il modo con cui è vissuta la sessualità è cambiato, non siamo più ai tempi della Vienna di Freud quando la sessualità veniva repressa e le donne erano in una condizione di oggettiva inferiorità e oppressione. Questi fattori, come è noto, hanno avuto una profonda influenza sulla teoria freudiana che, ad esempio, concepiva un conflitto ineliminabile tra le pulsioni e la società (tra “eros e civiltà”, per parafrasare un famoso libro di Marcuse). L’isteria classica, che allora era epidemica e che oggi non a caso è scomparsa, era vista come una malattia femminile, quasi un grido di ribellione o di sofferenza a causa della repressione sessuale (mi viene in mente che Freud fece anche l’ipotesi che l’arco isterico, cioè l’attacco simil-epilettico delle crisi isteriche classiche, potesse essere una simulazione dell’orgasmo che le donne non riuscivano quasi mai a raggiungere a causa di uomini insensibili ed egocentrici, o che praticavano rego- larmente il coitus interruptus come metodo anticoncezionale).

Oggi la sessualità è più libera, e per questo quella parte della teoria freudiana che aveva fatto leva sul concetto di repressione sessuale come fonte di conflitto non è più sostenibile come lo era allora. Non a caso, ad esempio, sono i conflitti attorno all’attaccamento, alle relazioni affettive, alla identità, al significato dell’esistenza, quelli che sono in primo piano. Ma queste trasformazioni sono avvenute molti anni fa, ben prima dell’avvento delle cosiddette “nuove tecnologie” (si pensi solo al fenomeno della Psicologia del Sé di Kohut, iniziato a cavallo degli anni 1970, che appunto rappresentò anche una “reazione di massa” contro una concezione freudiana della sessualità che molti avvertivano come superata).

Barbara Crescimanno: Fin dalle origini del pensiero psicoanalitico e in tutta la sua evoluzione successiva, la riedizione ed elaborazione dei vissuti sessuali nel setting psicoterapeutico, attraverso i concetti di transfert e controtransfert, sono stati temi centrali e strutturanti della teoria e della prassi clinica. Dalla psicoanalisi classica alla psicoanalisi interpersonale più recente, attraverso le diverse correnti, in che modo è cambiato, se è cambiato, l’intervento clinico rispetto all’elaborazione dei vissuti sessuali nel setting? Qual è il suo approccio a riguardo?

(…)

Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVII, 2014-1, I vissuti sessuali in psicoterapia
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

Consulta indice e contenuti

Vieni a conoscere l’evento più vicino a te

Condividi

L’umiltà del terapeuta:echi dal convegno con Donna Orange


Milano 19-20 settembre 2014

Il 19 e il 20 settembre 2014 si è svolto, organizzato dall’Istituto di Gestalt HCC Italy, il convegno con Donna Orange dal titolo “L’umiltà del terapeuta. Psicoterapia della Gestalt e psicoanalisi relazionale in dialogo”.
Donna Orange, psicologa e psicoanalista con una formazione filosofica, è esponente della corrente psicoanalitica relazionale e contestuale.

Il tema del convegno rappresenta una terra di mezzo, un buon confine di incontro e riflessione per entrambi gli approcci che si trovano così a dialogare non su aspetti tecnici della clinica nella società post-moderna, ma su una dimensione trasversale squisitamente umana e antropologica. Lo sfondo filosofico di Donna Orange emerge fin dalle prime battute, dal personale modo di esporre il suo pensiero: pur essendo americana, ha preparato la lezione in italiano, portando in questo sforzo tutta la sua intenzionalità di incontrarci e di dialogare con noi intorno al tema del fallibilismo nella clinica e nella teoria.

Resto affascinato immediatamente dal suo discorso nel quale intravedo anche una parte della mia formazione fenomenologica, e questo stimola la mia attenzione e la mia voglia di entrare pienamente nel vivo del convegno.

Per Donna Orange, l’umiltà è una caratteristica sia della teoria, sia della clinica. Il nostro pensiero ha un grande effetto sulla clinica e si traduce in atteggiamenti di base che non sono né tecniche, né teoria, ma esprimono il nostro modo di esserci-per-e-con-l’altro-da-sé. Anche la clinica torna ad essere, sostanzialmente, non solo un luogo terapeutico, ma soprattutto un atteggiamento, una capacità di accompagnare e sostenere l’altro. Del resto l’etimo stesso della parola clinica ci riporta al klinein inteso come piegarsi, chinarsi su chi giace, un processo del “prendersi cura”, e su questo sentiero la psicoterapia si avvia verso orizzonti non sempre definiti e definibili. Questa visione della clinica porta ad una nuova ermeneutica del processo relazionale ed empatico: l’empatia diventa la strada per la comprensione e per la compassione, per un portare il dolore dell’altro senza far sentire la vergogna, ma dando dignità all’esperienza umana della sofferenza.

Un atteggiamento che diventa anche inclusivo, nel senso che terapeuta e paziente si collocano parimenti nell’ordine dell’umano, nei suoi plurimi “mondi della vita”, caratterizzati anche dalla fragilità che la sofferenza fa sperimentare.

Da questo ne discende anche la considerazione della “gettatezza”, con i relativi echi e rimandi al pensiero di Heidegger (1927), e della “situazionabilità” dell’esperienza umana: ci sono condizioni esistenziali che non possiamo scegliere, che ci definiscono a priori e che ci collocano indissolubilmente nell’esperienza umana, in quell’humus al quale, come terapeuta siamo obbligati a guardare prima di incontrare i nostri pazienti. L’umiltà non si può apprendere come un concetto, è intrinseca alla nostra esperienza in quanto umani. Accettiamo di far maturare nella nostra anima un sentimento per l’umano-che-è-in noi e per l’umano che-è-nell’altro-da-noi. Così l’umiltà si declina anche nei termini di egualitarismo, e racconta la comune appartenenza a questa esperienza umana.

Coltivare l’umiltà che è in noi passa da una visione dialogica della relazione (la luminosa lezione di Buber, 1993), in cui il terapeuta si concede di imparare anche dal paziente, dal suo mondo, dal suo linguaggio emotivo. Lo spazio tra l’io e il tu si rivitalizza in una comprensione fondata sulle possibilità di dialogo e non di applicazione di una comprensione estrinseca a quell’esperienza.

(…)

Luca Pino

Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVII, 2014-2, La psicopatologia in psicoterapia della Gestalt
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

Consulta indice e contenuti

Potrebbe interessarti anche: Prossimo convegno con Donna Orange La Compassione Nella Relazione Terapeutica

Condividi

Daniel Stern: possibilità inesausta di confronto e dialogo


I Quaderni di Gestalt si raccontano: 2013-2

Questo numero dei Quaderni di Gestalt è dedicato ad un grande maestro e amico scomparso nel novembre 2012, Daniel Stern. Con lui l’Istituto di Gestalt HCC ha intessuto nove anni di dialogo fecondo, grazie alle sue docenze presso la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia, alla sua disponibilità al confronto, all’apertura verso linguaggi diversi. La sua vicinanza ci ha spronati a crescere e a trovare modi sempre più fenomenologici di descrivere ciò che facciamo.

Al di là del dialogo con gli psicoterapeuti della Gestalt, Stern ha rappresentato, per il mondo della psicologia evolutiva e della psicoterapia in genere, la nascita di qualcosa che fa una differenza nella storia: uno sguardo che integra molte delle prospettive emerse negli ultimi decenni in una Gestalt armonica, una proposta teorica destinata a generare significativi sviluppi in diversi ambiti, non solo nella psicoterapia e nella psicologia ma anche nell’arte e negli approcci che hanno a che fare con il movimento corporeo.

Per quanto ci riguarda, le ricerche e gli studi di Daniel Stern hanno consentito al nostro Istituto di riformulare concetti fondamentali della teoria della psicoterapia della Gestalt, e di sviluppare aspetti teorici e clinici importanti, come la prospettiva evolutiva e la co-creazione dell’incontro terapeutico.

Nel pensare questo numero a lui dedicato, da uno sfondo di gratitudine e di affetto, ci siamo chiesti quali domande animerebbero ancora il nostro dialogo con lui. Per esempio, considerando il tentativo di Stern di applicare i risultati della infant research alla terapia degli adulti, come possiamo definire il suo specifico contributo alla psicoterapia odierna?


Stern considera l’esperienza del “momento presente” come il cuore del pro
cesso terapeutico e focalizza la sua attenzione sugli aspetti fenomenologici ed estetici della relazione terapeutica. In quale epistemologia possiamo collocare questo contributo alla psicoanalisi certamente innovativo?

Se i now moment sono imprevedibili, e se ciò che il terapeuta fa quando questi momenti cruciali si presentano dipende dalla sua capacità di stare nella relazione, da ciò che lui “è” piuttosto che da ciò che “sa”, quali risvolti immaginiamo per l’insegnamento della psicoterapia?

Secondo i fondatori della psicoterapia della Gestalt, quando l’individuo vive l’esperienza in maniera piena e spontanea, sperimenta, proprio da questa totalità percepita dell’incontro con l’altro, la nascita del sé, i confini della propria individualità. Stern contesta l’esistenza di una prima fase autistica nello sviluppo psicologico del bambino, che già alla nascita, a suo avviso, è capace di entrare in relazione con la madre. Possiamo affermare, allora, che lo sviluppo psicologico non consiste nel riuscire a separarsi e individuarsi, bensì nel diventare sempre più capaci di relazionarsi, o, in altri termini, nel diventare sempre più capaci di sperimentarsi come un sé nell’incontro co-creato?

Queste domande emergono dalle idee, ricche di futuro, che Daniel Stern ci ha donato, ma anche dagli scambi con colleghi con cui ci ha messo in contatto, e con cui è possibile svilupparle. Questo numero è stato costruito attraverso il ricordo di suoi amici italiani, e la testimonianza di terapeuti della Gestalt che lo hanno conosciuto personalmente. Nei loro contributi è possibile rintracciare alcune delle risposte alle domande da noi formulate.

Apre il numero una breve ma significativa testimonianza della moglie, Nadia Bruschweiler Stern, le cui parole, pronunciate alla fine del convegno organizzato a Roma dal professor Massimo Ammaniti, danno la cornice di senso a tutto ciò che si può dire o scrivere su Stern.

Nella sezione Dialoghi, abbiamo il piacere di ospitare le testimonianze di quattro suoi colleghi italiani, che gli sono stati particolarmente vicini: Massimo Ammaniti, Nino Dazzi, Graziella Fava Vizziello e Vittorio Gallese. Sollecitati dalle mie domande, raccontano come hanno conosciuto Stern e l’influsso che egli ha avuto sul loro pensiero e sul loro impegno professionale.

Chiude la sezione il contributo di Angela Maria Di Vita sulla clinica del materno. L’autrice, per anni garante della nostra Scuola, nel 2006 ha promosso il conferimento al professor Stern della laurea ad honorem in Psicologia clinica dello sviluppo, presso l’ateneo palermitano. Anche se non pubblicato in forma editoriale di dialogo, questo contributo testimonia uno degli scambi scientifici che l’Istituto ha instaurato con docenti accademici in occasione delle visite di Stern presso il nostro Istituto.

Nella stessa sezione, un mio articolo sul contributo di Daniel Stern alla psicoterapia della Gestalt sviluppa i punti di incontro e le differenze tra il pensiero dello psicoanalista intersoggettivo e l’epistemologia gestaltica, così come li ho intesi negli anni dei nostri incontri, densi di sviluppi sia nelle sue teorie che nel nostro Istituto.

Daniel Stern ci ha lasciato un’eredità immensa da condividere e sviluppare tra tutti noi innamorati della vitalità umana.

È anche grazie a lui che ci ritroviamo fratelli tra psicoterapeuti di approcci diversi: sia nei convegni che nella letteratura, in molti, pur appartenendo a epistemologie diverse, ci riferiamo agli stessi passaggi teorici di Stern, condividendoli profondamente, come una conferma a ciò in cui crediamo e alla possibilità di dialogare.

Il suo linguaggio ci ha uniti. E sapere questo sicuramente gli avrebbe fatto piacere. Inoltre, il suo sorriso e la sua curiosità intellettiva sono stati un connubio di amore e novità che resterà per sempre nella nostra anima.


Margherita Spagnuolo Lobb

Quaderni di Gestalt, Volume XXVI, 2013-2, Il pensiero di Daniel Stern e la psicoterapia della Gestalt
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli, pag. 5

Consulta indice e contenuti

Condividi

Dalla solitudine alla condivisione della sofferenza nel mondo del lavoro


-E. Conte, M. Mione e P. Fontana.

Le Autrici presentano l’esperienza di un gruppo di auto-aiuto sul tema della solitudine e della condivisione nel mondo del lavoro, nato in un’azienda, tramite un’intervista ad una lavoratrice dell’azienda stessa. Dopo una introduzione che evidenzia l’importanza socio-politica dell’essere gruppo e la presentazione dell’intervista vengono proposte delle riflessioni conclusive nelle quali viene riletta l’esperienza della solitudine secondo l’ottica della psicoterapia della Gestalt, sottolineando l’importanza del gruppo di auto-aiuto come laboratorio di costruzione di ground e di competenze relazionali “rivoluzionarie” per la società attuale.

La psicologia e la psicoterapia partecipano a pieno titolo alla costruzione di un pensiero e di una prassi in rapporto alla “pòlis”, alla costruzione della comunità e della cittadinanza. La psicoterapia della Gestalt, in particolare, è da sempre interessata ad offrire il suo contributo alle modalità del convivere nella pòlis (Goodman, 1967; Polster, 2006; Francesetti 2011), alla qualità di quell’incessante scambio relazionale che avviene tra l’organismo umano e il suo ambiente, tra gli individui e le loro comunità, tra il cittadino e la pòlis.

La psicoterapia della Gestalt si impegna a favore della qualità delle relazioni e, nel fare questo, promuove lo sviluppo di quelle capacità critiche e di condivisione che costituiscono i presupposti necessari per la creazione di un tessuto sociale, per un senso di identità collettiva, in cui le singole soggettività abitino a pieno diritto. Tutto ciò si riassume nel concetto gestaltico di adattamento creativo alla solitudine, che esprime la possibilità di integrazione tra «la creatività, che esprime l’unicità, e l’adattamento che esprime la reciprocità (…), tra la necessità di adeguarsi alle esigenze della società e il bisogno di sviluppo differenziato e creativo che è insito in ogni individuo» (Spagnuolo Lobb, Salonia e Sichera, 2001, p. 186).

Coniugare l’esperienza dell’individualità con quella della socialità favorisce la produzione e la trasformazione di senso, e quindi la creazione di nuovi mondi possibili, di nuovi modelli di vita (Mione, Conte, 2004). L’essere gruppo è uno spazio-tempo particolarmente significativo nel quale questo processo può attuarsi, spazio-tempo all’interno del quale è possibile radicarsi in nuove appartenenze, aprirsi alla creatività, alla diversità, alla conflittualità, costruire narrazioni che si traducano in sistemi di rappresentazione comune. Per questi motivi, l’essere gruppo in qualsiasi ambito (sociale, ricreativo, terapeutico, ecc.) appare oggi una cerniera preziosa tra l’individuo e il macro sistema, un “ganglio” che connette il tessuto vivo della società attuale, tessuto che è sottoposto a continue lacerazioni e dal quale i più “svantaggiati” rischiano di essere espulsi.

L’esperienza che raccontiamo in questo articolo testimonia quanto appena affermato. Essa è stata presentata nella terza edizione del festival dei Matti di Venezia, nel 2011, da  Paola Fontana (protagonista della nostra intervista) e Tiziana Crostelli (impiegata, assieme a Fontana, dell’azienda Agile – ex-Eutelia – di Pregnana Milanese), da Corrado Mandreoli (responsabile delle politiche sociali della Camera del Lavoro di Milano) e da Massimo Cirri (psicologo presso la Camera del Lavoro di Milano e conduttore del programma radiofonico “Caterpillar”). Ci sembra che la loro esperienza di formazione di un gruppo di auto-aiuto in azienda meriti di essere raccontata, per la qualità innovativa che caratterizza il modo con cui si sono occupati di relazioni nel mondo aziendale, dando sostegno al singolo lavoratore e soprattutto contribuendo a creare un nuovo concetto di lavoro e di comunità.

Maria Mione ed Elisabetta Conte intervistano Paola Fontana

Puoi descrivere in breve quale è stata l’evoluzione di questa esperienza, ricostruendone la storia, dall’occupazione dell’azienda alla costituzione del gruppo di auto-aiuto?

(…)

Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXV, 2012/1, La psicoterapia della Gestalt per i gruppi
Rivista semestrale di Psicoterapia della Gestalt edita da FrancoAngeli,  pag. 12

Consulta l’indice e i contenuti

Potrebbe interessarti anche: Master in Comunicazione e Competenze Relazionali

Condividi

Ogni vita merita un romanzo. La psicoterapia nel fluire della vita. Video Seminario con Erving Poster.


Durante un seminario a Palermo, 7 e 8 giugno 2011, il professore Erving Polster, decano internazionale della psicoterapia della Gestalt, ha presentato, ad una platea attenta e curiosa, il proprio modello teorico-clinico in cui ciò che accade nel qui ed ora dell’incontro tra terapeuta e paziente viene considerato un evento narrativo generatore di cambiamento e crescita. Partendo dall’originale prospettiva della psicoterapia come un luogo e uno spazio che rende possibile il risvegliarsi dell’interesse per “l’altro” e per la vita sia nel paziente che nel terapeuta, l’incontro si è sviluppato lungo il percorso della story telling, della sequenza terapeutica, degli aspetti sociali della psicoterapia e dei gruppi spontanei come luogo di terapia.

Il seminario si è svolto in quattro sessioni, ciascuna di mezza giornata, in cui Polster ha presentato un aspetto teorico che ha poi preso forma nella conduzione di alcune sedute dal vivo. Una di queste sedute è stata in co-conduzione con la professoressa Margherita Spagnuolo Lobb. Ascoltare e vedere al lavoro questo grande maestro della psicoterapia della Gestalt, ha significato incontrare lo sguardo di Erving, una sorta di faro amoroso che risveglia e conduce la persona che ha di fronte verso l’interesse per il gioco della vita.

Durante le lezioni magistrali, il professor Polster ha evidenziato tre strade che nel percorso terapeutico conducono alla possibilità dell’espressione piena del sé:

  • da persona a persona;
  • da momento a momento;
  • da evento a evento.

Polster considera il contatto fra persona e persona come uno dei fattori fondamentali di sviluppo, crescita e maturazione dell’individuo, il punto d’incontro tra noi e l’ambiente. La propensione ad un atteggiamento di fiducia ed autentico interesse nel vedere una persona è il sostegno all’intenzionalità di contatto insita in ogni azione individuale, ciò che rende possibile sperimentare il senso di frammentazione e di conflitto nonché la possibilità di superarli per giungere ad un vissuto di integrazione e pienezza.  (…)

Erving ci ha ricordato che il compito del terapeuta è di riconoscere quando il contatto è pieno, intenzionale, ispirato e direzionato. La concentrazione, il fascino e la curiosità sono tre qualità che favoriscono la relazione tra terapeuta e paziente, lo stare presenti al confine di contatto, aperti alla novità di cui l’altro è portatore. Quando il terapeuta è aperto a queste tre qualità abbiamo un’esperienza nuova della relazione e non la ripetizione di schemi relazionali antichi e non più funzionali. (…)

Durante una seduta Erving, con un’intuizione geniale, è riuscito a portare l’altro in una dimensione indicibile: “Se tu diventi felice, i tuoi genitori diventeranno buoni genitori e tu andrai avanti. Tutti noi dobbiamo andare oltre i nostri genitori, scoprire chi siamo”. Lo svelarsi di un’idea indicibile, ha permesso alla persona di poter realizzare e accedere ad un’idea nuova: “I miei genitori sono buoni genitori”.

Erving, sostiene che l’essere umano è un organismo complesso costituito da “sensi e comprensione”, in cui l’attenzione alla sola dimensione sensoriale costituisce un’amputazione alla complessità del fenomeno che abbiamo di fronte. Ha invitato pertanto a sostenere i pazienti alla narrazione di sé, le astrazioni, le introduzioni, i riassunti sono funzionali alla consapevolezza ed al cambiamento, come lo sono i contenuti che costituiscono il significato e il significante delle pagine del proprio “romanzo di vita”. Erving dice a Margherita: “Io non posso stare con te se non ti comprendo, se non ti conosco, non posso stare con te se non includo questi fenomeni; io sto con te e vedo il tuo sorriso, il tuo sguardo è essere con, ma io non posso stare con te se non capisco ciò che sta accadendo, e questo lo capisco ascoltando i contenuti”.

Compito del terapeuta, è possedere competenza e interesse anche verso quelle aree della vita che i pazienti vogliono tagliare fuori perché ritenute noiose e scialbe. (…)

Monica Bronzini

Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, Rivista semestrale di Psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli.

Per maggiori informazioni sul video seminario “Ogni vita merita un romanzo”con Erving Poster, clicca qui 

Condividi

Il trauma dell’abuso e il delicato processo della riparazione


:come ridare voce e corpo al bambino violato

-Rosanna Militello ntervista a Marinella Malacrea (Parte II)

 

Marinella Malacrea, in questa intervista risponde con ampiezza ed accuratezza a precise domande su un tema delicato, complesso e drammatico, che seppur “vecchio come il mondo”, continua a sconcertare, a stimolare e ad affascinare il lavoro di ricerca e clinico, di chi si occupa di bambini violati. Il lavoro sul trauma dell’abuso all’infanzia, oggi in continua evoluzione, richiede la necessità di modelli terapeutici efficaci per poter rielaborare e riparare quei blocchi evolutivi e quelle pesanti cicatrici che hanno arrestato in modo dirompente la normale spontaneità che è insita nel cuore di ogni bambino.

(…)

Rosanna Militello: Nella psicoterapia della Gestalt l’incontro terapeutico viene visto come una co-creazione, una danza in cui il bambino corre il rischio di potersi esprimere mentre il terapeuta si prende il rischio di accompagnarlo in un viaggio verso terre sconosciute, aprendo spazi nuovi di immaginazione (Spagnuolo Lobb, 2007). Potrebbe descriverci le fasi del processo terapeutico che segue nel lavoro clinico con il bambino vittima di Esperienze Sfavorevoli Infantili?

Marinella Malacrea: Come già detto, la psicoterapia nell’abuso all’infanzia è finalizzata in primo luogo ad agire sul sistema di significati del soggetto, cambiando le “lenti” con cui viene letta l’esperienza, diminuendo il cortocircuito tipico dei processi post traumatici e ripristinando la capacità di integrazione, archiviazione e controllo su pensieri, ricordi, comportamenti, stati psicofisici. Fondamentale è l’idea che il trattamento è un processo, che, in modo non lineare, attraversa tuttavia fasi obbligatorie. Imprescindibile diventa la progettazione dell’intervento in ogni sua fase.

Tale progettazione sarà guidata da due considerazioni: la prima attiene alla necessità di governare il processo terapeutico garantendo sicurezza, gradualità, sintonizzazione con la piccola vittima ed evitando per quanto possibile, riattivazioni traumatiche; la seconda discenderà dalla consapevolezza che non ci si può attendere che i modelli operativi post traumatici vengano attaccati spontaneamente dal piccolo paziente. Quindi, spetta a chi cura guidare con mano ferma la rivisitazione dei processi psichici disfunzionali, portando per così dire per mano il bambino.

I presupposti del contratto terapeutico, costituiti da motivazione e stabilizzazione (controllo sufficiente della sofferenza), devono trovare un equilibrio accettabile. Il trattamento è, infatti, a rischio di “implosione” se c’è insufficiente spinta al cambiamento o al contrario di “esplosione” se pesa una eccessiva labilità e criticità personale. Si può affermare che l’attenzione a queste premesse costituisce il focus trasversale all’intero processo terapeutico. Va notata ancora la precocità con cui nel trattamento viene affrontata la necessità di “guardare da vicino” l’esperienza traumatica più grave, recuperando progressivamente, a cerchi concentrici, premesse e conseguenze, nonché esperienze traumatiche secondarie.

L’obiettivo trasversale della cura, che affonda le sue radici in un humus empatico, è collaborare attivamente a produrre “finestre di plasticità”, di cui ho parlato in precedenza. Lavorando con il bambino appare importante accordarsi sul fatto che lui stesso che è il vero protagonista, affronterà la sua sofferenza in un lavoro di “squadra” con il terapeuta.

La metafora della “squadra” si rivela densa di valore e immediatamente esplicativa. Una squadra si fonda su un libero contratto, è formata per mettere insieme le forze per vincere, è sintonizzata sul raggiungimento di un comune obiettivo, ognuno deve fare la sua parte, nella squadra non ci sono segreti. “Essere in squadra” consente fin dal primo incontro di parlarsi chiaro, di esplicitare le informazioni pregresse comunque raccolte e che a volte neppure il bambino conosce nella sua interezza, di definire gli obiettivi, di fare l’elenco dei problemi da risolvere, di chiarire i metodi che verranno adottati e molto altro: in una parola, consente di responsabilizzare il bambino nel suo percorso terapeutico. In quest’ottica di cooperazione un passaggio fondamentale è la fase della restituzione al piccolo paziente, che deve contenere, pur nel dettaglio unico e specifico del singolo individuo, alcuni “messaggi forti e chiari”.

(…)

Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXIV,  2011 – 1, Concentrazione, emergenza e trauma
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt, edita da FrancoAngeli, pag. 13

Consulta indice e contenuti  volume in promozione!

Potrebbe interessarti anche: Master in Psicologia Forense ad orientamento fenomenologico-relazionale

Condividi

Segni e sogni del corpo adolescente


– Anna Fabbrini

Per comprendere l’adolescente nel suo modo di essere-al-mondo, occorre partire dal corpo come campo di esperienza che coincide con la presenza stessa del soggetto. Ciò che accade nel corpo non riguarda solo i fatti fisici come tali, ma il senso che questi hanno per la persona che li esperisce, e il loro permanente rapporto con la costruzione dei significati. Vistosi e rapidi cambiamenti corporei impongono all’adolescente un confronto con dinamiche complesse relative all’autoriconoscimento, al senso di sé e alla propria identità. L’autrice espone i principali disagi e problematiche che possono emergere in questo affascinante percorso di esplorazione, consapevolezza ed integrazione di sensazioni, emozioni, pensieri, relazioni e contatto con se stessi e con gli altri.

Il corpo presenza

La nostra cultura, e la tradizione psicologica in particolare, è ancora profondamente segnata da un assunto di separazione tra mente e corpo che obbliga, ogni volta che affrontiamo il tema della corporeità, ad immaginare che ciò di cui stiamo parlando sia un oggetto (il corpo, appunto), posseduto dal soggetto-persona identificato invece con le attività ed i contenuti della mente e del pensiero. Questa idea, rafforzata dalla cultura medica, porterebbe a privilegiare uno sguardo oggettivo, analitico, anatomico e fisiologico che, nella sua pretesa di scientificità e di standardizzazione, escluderebbe ogni elemento di vissuto soggettivo e di esperienza. Se ci accontentassimo di seguire questa direzione resteremmo al di qua della comprensione possibile dei fenomeni adolescenziali (e non solo di quelli): in questa età più che in altre comprendere ciò che accade nel corpo non riguarda mai i fatti fisici come tali, ma il senso che questi hanno per la persona che li esperisce, il loro permanente rapporto con la costruzione dei significati. L’idea stessa che si possa parlare di un corpo come teatro di fatti altri da quelli della mente, ci allontana dalla possibilità di comprendere l’esperienza che l’adolescente vive col mutamento globale della sua persona, della forma e del senso: mutamento straordinario della presenza. Proprio perché la crisi ruota intorno ad un vissuto di scollamento del mondo interno da quello esterno, intorno alla tensione tra essere e apparire, tra fare e pensare, la comprensione dei fatti e, di conseguenza, l’aiuto all’adolescente non può nascere da un pensiero diviso.

Per comprendere l’adolescente nel suo modo di essere-al-mondo, occorre partire da un corpo non come “cosa” posseduta, ma come campo di esperienza che coincide con la presenza stessa del soggetto. È l’identità di corpo ed esistenza che chiamiamo presenza. L’essere-nel- mondo come presenza, sintetizza dunque l’essere biologico, l’esperienza sensoriale, la capacità di relazione e di contatto, il flusso vissuto di pensieri, sentimenti ed emozioni e la consapevolezza integrata di tutto questo. La presenza così definita, in quanto coincide con l’esperienza, non può che costituirsi come processo, cioè continua costruzione e decostruzione dei dati, succedersi di equilibri e squilibri.

La presenza non è uno stato raggiunto una volta per tutte, ma una dinamica che si radica nella coscienza stessa del corpo e che richiede la capacità di costruire il senso della propria continuità attraverso i cambiamenti. Tale capacità orienta il comportamento e permette di dare risposta ai bisogni che via via emergono.

Questa prospettiva elimina ogni mito di armonia e di benessere raggiungibile una volta per tutte ed implica una capacità di ascolto e di rispetto, sia dei ritmi biologici profondi che si manifestano attraverso le sensazioni, sia dei dati esterni dell’ambiente.

La presenza è segnata dall’oscillazione e dall’andamento ciclico dei diversi stati: alternanza di contatto e ritiro, di apertura e chiusura, di parola e di silenzio. Il malessere ed il disagio nascono quando questo processo viene bloccato, quando viene interrotto il contatto con i messaggi dell’interno e/o dell’esterno. L’incapacità a procedere, a decidere, a scegliere, manifesta il blocco: i sintomi ne sono l’espressione.
Ciò che di solito viene definito disagio evolutivo corrisponde in realtà alla difficoltà soggettiva di accettare il fluire del processo, per l’enorme intensità dei mutamenti interni e dei cambiamenti qualitativi nelle funzioni di contatto, nella definizione e consapevolezza di sé e del mondo esterno. La vera novità degli eventi adolescenziali che riguardano il corpo non è data soltanto dalla particolare intensità e velocità dei mutamenti, come di solito si tende a sottolineare, ma dal fatto già richiamato che l’adolescente è per la prima volta spettatore consapevole del mutamento che lo riguarda ed è dunque impegnato in un processo di controllo, contenimento, attribuzione di senso a ciò che gli accade. Contemporaneamente impara ad utilizzare le nuove risorse che si rendono disponibili.

Resta vero tuttavia che questi cambiamenti, vistosamente percepibili all’esterno, interessano anche alcuni spettatori privilegiati (genitori, fratelli, altri adulti significativi). Anche questi ultimi sono coinvolti emotivamente nell’operazione di accogliere il cambiamento, di attribuirvi senso, mantenendo la possibilità di riconoscere l’adolescente e se stessi nella trasformazione.
Va perciò compresa a fondo la tensione che si viene a creare nel campo relazionale e sociale, proprio a partire dalle modificazioni del corpo e in particolare della sessualità. Questa tensione è data dal fatto che adulto e ragazzo stanno insieme rinegoziando un senso comune da attribuire alle loro rispettive presenze ed alla relazione che li lega. La salvaguardia della diversità, la differenza e la specificità dei ruoli, l’indipendenza e la libertà personale di autodefinirsi, coabitano con la necessità di mantenere il legame affettivo che sostiene l’autoriconoscimento e il senso di permanenza e di continuità.

Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVI, 2013/1, L’emergere dell’esperienza somatica nel campo fenomenologico
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da FrancoAngeli, pag. 91

Consulta indice e contenuti

Potrebbe interessarti anche: Corso base di Training Autogeno in psicoterapia della Gestalt , Master professionalizzante in Psicologia Forense ad orientamento fenomenologico-relazionale 

Condividi

La Relazione secondo la PdG


Noi, l’altro e l’ambiente. Gli psicoterapeuti rispondono..

La psicoterapia della Gestalt (PdG) studia il qui e ora della relazione, definito come l’accadere, il rivelarsi dell’esperienza co-creata da organismo-e-ambiente-in-contatto. In PdG la relazione è definita come l’evolversi dei contatti tra un dato “organismo-animale-umano” e una parte del suo ambiente (umano o non umano).
Il termine “contatto” implica l’interesse per l’esperienza generata dalla concretezza dei sensi, e dunque per i valori estetici e processuali della relazione. Il confine di contatto è il luogo in cui si dispiega il sé e la fenomenologia dell’incontro, con le fasi del pre-contatto, contatto, contatto pieno e post-contatto, include sfondi (acquisizioni passate) e figure (determinazioni attuali protese al futuro).
L’aggressività, in quanto forza spontanea destrutturante di sopravvivenza, sostiene l’esperienza di andare verso l’altro, e l’adattamento creativo consente all’individuo di differenziarsi dal contesto sociale, ma anche di esserne pienamente e significativamente parte.

La relazione terapeutica: l’esserci-con del terapeuta e del paziente creano un campo esperienziale in cui l’evolversi spontaneo (non ansioso) del sé al confine di contatto è possibile e l’intenzionalità insita nella richiesta di cura del paziente può attuarsi.

M. Spagnuolo Lobb e P.A. Cavaleri

Definizione tratta da GestaltPedia, l’enciclopedia della Gestalt

Condividi

“Human being and the processes of change – implications for Gestalt therapy and related disciplines” – Belgrado


Margherita Spagnuolo Lobb è key note speaker al convegno organizzato a Belgrado dall’Associazione Serba di Psicoterapia della Gestalt
L’associazione serba di psicoterapeuti della Gestalt organizza il suo secondo congresso internazionale a Belgrado, dal 16 al 18 settembre 2017.

Margherita Spagnuolo Lobb ha presentato la relazione magistrale di apertura del secondo giorno, dal titolo:
Gestalt Therapy in Postmodern Society: From the Need of Aggression to the Need of Rootedness


La presentazione ha esposto le esigenze cliniche della società contemporanea e gli sviluppi necessari per la psicoterapia della Gestalt.

Ha inoltre offerto un workshop, molto atteso, dal titolo: From Losses of Ego-functions to the “Dance Steps” Between a Therapist and a Client
Lo strumento clinico dei “passi di danza”, utile per l’osservazione fenomenologica ed estetica della diade terapeuta-paziente, e per la supervisione, è stato sperimentato direttamente dai partecipanti, con grande partecipazione.

Il congresso ha visto 550 terapeuti e allievi provenienti dai paesi della ex-Juogoslavia e da Malta.

Auguriamo a Lidjia Pecotic, anima instancabile e generosa di questo evento, di continuare a contribuire alla crescita della psicoterapia della Gestalt nei Balcani e a Malta.

Margherita Spagnuolo Lobb ha infine ricevuto il ringraziamento della commissione del congresso!

Condividi