fenomenologia

Fenomenologia delle relazioni intime e della violenza

modelli di intervento clinico sui legami di coppia e genitoriali.

Silvia Tinaglia, Serena Iacono Isidoro, Milena Dell’Aquila.

Il tema è stato trattato in occasione del convegno, organizzato dall’Istituto di Gestalt HCC Italy, il 20 febbraio 2015. Ha avuto luogo a Palermo, nello storico Palazzo Chiaramonte Steri, un evento che ha posto l’attenzione su un fenomeno oggi molto diffuso, la violenza di genere e intra-familiare. Il convegno ha ospitato un dialogo tra: Vincenzo Caretti, Pietro A. Cavaleri, Vittorio Cigoli, Angela Maria Di Vita, Margherita Spagnuolo Lobb. Hanno inoltre portato la loro esperienza sul campo rilevanti professionisti del territorio palermitano.

Al fine di proporre una lettura complessa del fenomeno, l’incontro ha riunito contributi di professionalità impegnate a vari livelli nei diversi ambiti di prevenzione, valutazione e cura della violenza, offrendo un’ottica capace di rivolgersi a tutti i professionisti che operano, a vario titolo, nel settore: psicologi, psicoterapeuti, avvocati, assistenti sociali, medici di famiglia, pedagogisti, insegnanti, operatori di comunità, agenti di pubblica sicurezza. (…)

La prima relazione è stata del prof. Vittorio Cigoli, professore emerito di Psicologia Clinica, direttore dell’Alta Scuola di psicologia Agostino Gemelli dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Nel suo intervento, Clinica dei legami familiari: il modello relazionale simbolico, il relatore ha proposto che il clinico, consapevole dei limiti del proprio sguardo nell’osservare la complessità delle relazioni familiari, dia rilievo ai legami generativi tra vittima-persecutore-terzo (il figlio o qualsiasi membro della famiglia d’origine) e al sostegno dei tre versanti simbolici della matrice latente dei legami: la giustizia, la fiducia e la speranza. La relazione terapeutica può aiutare a riconquistare la fiducia relazionale e ad aprirsi alla speranza, particolare forma di consolazione che nasce «dal silenzio, dall’attesa e dal saper vedere elementi di bene proiettati nella realtà».

Il contributo specifico della psicoterapia della Gestalt al tema è stato esposto dalla dott.ssa Margherita Spagnuolo Lobb nel suo intervento Estetica delle relazioni intime e della violenza. La relatrice ha introdotto il concetto di conoscenza relazionale estetica, modalità conoscitiva che consente di cogliere sia la carica energetica del contatto, sia la gestalt di movimento che sostiene il desiderio di raggiungere l’altro. Osservandola dalla prospettiva del campo fenomenologico, la violenza emerge quando il contatto è desensibilizzato, quindi l’altro viene assimilato a sé e il bisogno personale diviene prioritario, oppure l’altro, visto in relazione a ciò che non si è e si vorrebbe essere, è invidiato e legato a sé con un potere seduttivo che lo assoggetta e lo invade, senza rispettarne i confini. In tali casi, l’intervento psicoterapeutico possibile è orientato, da un lato, a ri-sensibilizzare il confine di contatto tra chi subisce e chi agisce la violenza, dall’altro, a sperimentare nella relazione d’aiuto «la fiducia nella terra che sostiene il passo desideroso di avanzare». (…)

Tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVII, 2015-1, La psicopatologia in psicoterapia della gestalt II Parte
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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sofferenza

Marta e i “buchi nel cielo”: la sofferenza borderline

– Paola Zarini.

Odi et amo. Quare id faciam Fortasse requiris Nescio,
sed fieri sentio et excrucior.
Gaio Valerio Catullo (Liber, Carme 85)

(La) percezione di arrivare all’altro intero è ciò che il paziente con disturbo borderline di personalità cerca per tutta la vita e che chiede al terapeuta.
Margherita Spagnuolo Lobb (2014)

Quando ho immaginato di scrivere un articolo sulla mia esperienza clinica con la sofferenza borderline, nella mente, tra numerosi volti, ha preso forma quello di Marta, una donna di quarant’anni che seguo da oltre dieci. Il viaggio terapeutico con questa paziente, è forse quello che più mi ha consentito di esplorare i vasti territori di questo tipo di sofferenza. È stato per me un viaggio trasformativo, come terapeuta e come persona che mi ha chiamata in primo luogo ad una sottile ed accurata modulazione della presenza nella relazione terapeutica e ad una estrema chiarezza dei miei confini.

Con lei ho imparato inoltre l’importanza del profondo rispetto dei confini dell’altro, confini feriti da definizioni intrusive e manipolatorie all’interno dei campi relazionali primari (cfr. cit. From, in Spagnuolo Lobb, 2014, pp. 666- 668), e la cura puntuale nel sospendere qualunque forma di giudizio e di definizione dell’esperienza se non in modo cauto e pienamente co-costruito

Aspetti diagnostici e storia personale

Marta, come dicevo, è oggi una donna di quarant’anni. La sua domanda di aiuto coincide con la nascita del primo figlio, 10 anni fa, e nasce a partire da un profondo stato di malessere e senso di vuoto acutizzatosi nel periodo del post partum. In precedenza aveva sofferto di attacchi di panico per i quali era stata seguita farmacologicamente da uno psichiatra. Tale sofferenza era stata a tratti così invalidante da non permetterle di lavorare o da costringerla a ripetuti cambi di mansioni e ambiti professionali.

Quando la incontro per la prima volta la terapia farmacologica è stata sospesa da più di un anno e, con l’inizio della terapia, non sarà più necessario ricorrervi. Il quadro personologico di Marta rientra nella classificazione di Kernberg di organizzazione borderline della personalità (BPO), in particolare in quello che Kernberg (Clarkin, Yeomans e Kernberg, 2000) descrive come «il gruppo meno grave, con una maggiore capacità di relazione di tipo dipendente con gli altri significativi, maggior capacità di investimento nel lavoro e nelle relazioni sociali e un minor numero di manifestazioni non specifiche di debolezza dell’Io» (p. 8).

Marta nasce da una madre abbandonata il giorno del matrimonio all’ottavo mese di gravidanza, e da un padre che la riconosce e poi scompare, lasciandole in eredità un cognome alieno e senza volto (nelle fotografie che le mostrano da piccola al posto del volto paterno, ritagliato, restano visibili solo dei buchi). Ancora oggi il tema della verità dell’origine della sua storia resta per certi versi insondabile, e benché sia arrivata molto vicina, da adulta, a conoscere il padre, a colmare quei “buchi nel cielo”, la sola presenza in vita della madre continua a rappresentare per lei la non legittimazione ad avere accesso alla propria storia.

Nella vita di Marta-bambina l’esperienza dell’“altro assente” si costruisce all’interno della relazione con la madre in termini di presentificazione dell’abbandono, e si riattiva in ogni successiva relazione secondo due schemi esperienziali inconciliabili: il primo fondato sull’amore sconfinato e l’idealizzazione dell’altro (il padre che avrebbe desiderato esserle accanto più di ogni altra cosa, ma che forze avverse hanno tenuto lontano), il secondo sull’odio, la rabbia e la svalutazione dell’altro (il padre che l’ha abbandonata alla nascita senza mai più interessarsi a lei e di lei).

Marta cresce nella famiglia della madre, accudita nel quotidiano dai nonni, aggrappata e risucchiata insieme in un campo relazionale materno caratterizzato da giochi manipolatori e intrusioni emotive molto potenti, veri e propri abusi. Inizia presto, e in questo tipo di campo, l’esperienza di oscillazione tra desiderio di raggiungere l’altro ed esserne raggiunta, e bisogno di respingerlo, nel tentativo di proteggere i propri confini.

Se l’infanzia trascorre nella penosa ricerca di una presenza materna stabile e rassicurante, l’adolescenza vede palesarsi in forme nette ed esplosive gli aspetti più confusivi, manipolatori ed aggressivi della loro relazione; la madre coinvolge Marta nella propria irrequieta vita sentimentale, in una gara competitiva verso gli uomini, chiamandola seduttivamente “all’altezza del proprio mondo adulto” e nel contempo squalificandola per il “non esserne all’altezza”, in uno scenario a dir poco confusivo e disorientante per l’identità adulta emergente della figlia.

Raggiunta presto l’indipendenza economica e attraversate numerose relazioni affettive turbolente e sofferte, Marta approda ad un legame più stabile, si sposa e mette al mondo un figlio. Malgrado l’acutizzarsi della sofferenza dopo la maternità, che porta Marta alla decisione di intraprendere una psicoterapia, la relazione col figlio rappresenterà per lei una risorsa e un’occasione trasformativa straordinarie.

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Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVII, 2014-2, La psicopatologia in psicoterapia della Gestalt
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt, edita da FrancoAngeli, pag. 109

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Corpo e mente nel dramma dell’abuso. La lettura del maltrattamento e dell’abuso sessuale nei bambini secondo il Modello Gestaltico

Il trauma dell’abuso e il delicato processo della riparazione

:come ridare voce e corpo al bambino violato

-Rosanna Militello ntervista a Marinella Malacrea (Parte II)
 

Marinella Malacrea, in questa intervista risponde con ampiezza ed accuratezza a precise domande su un tema delicato, complesso e drammatico, che seppur “vecchio come il mondo”, continua a sconcertare, a stimolare e ad affascinare il lavoro di ricerca e clinico, di chi si occupa di bambini violati. Il lavoro sul trauma dell’abuso all’infanzia, oggi in continua evoluzione, richiede la necessità di modelli terapeutici efficaci per poter rielaborare e riparare quei blocchi evolutivi e quelle pesanti cicatrici che hanno arrestato in modo dirompente la normale spontaneità che è insita nel cuore di ogni bambino.

(…)

Rosanna Militello: Nella psicoterapia della Gestalt l’incontro terapeutico viene visto come una co-creazione, una danza in cui il bambino corre il rischio di potersi esprimere mentre il terapeuta si prende il rischio di accompagnarlo in un viaggio verso terre sconosciute, aprendo spazi nuovi di immaginazione (Spagnuolo Lobb, 2007). Potrebbe descriverci le fasi del processo terapeutico che segue nel lavoro clinico con il bambino vittima di Esperienze Sfavorevoli Infantili?

Marinella Malacrea: Come già detto, la psicoterapia nell’abuso all’infanzia è finalizzata in primo luogo ad agire sul sistema di significati del soggetto, cambiando le “lenti” con cui viene letta l’esperienza, diminuendo il cortocircuito tipico dei processi post traumatici e ripristinando la capacità di integrazione, archiviazione e controllo su pensieri, ricordi, comportamenti, stati psicofisici. Fondamentale è l’idea che il trattamento è un processo, che, in modo non lineare, attraversa tuttavia fasi obbligatorie. Imprescindibile diventa la progettazione dell’intervento in ogni sua fase.

Tale progettazione sarà guidata da due considerazioni: la prima attiene alla necessità di governare il processo terapeutico garantendo sicurezza, gradualità, sintonizzazione con la piccola vittima ed evitando per quanto possibile, riattivazioni traumatiche; la seconda discenderà dalla consapevolezza che non ci si può attendere che i modelli operativi post traumatici vengano attaccati spontaneamente dal piccolo paziente. Quindi, spetta a chi cura guidare con mano ferma la rivisitazione dei processi psichici disfunzionali, portando per così dire per mano il bambino.

I presupposti del contratto terapeutico, costituiti da motivazione e stabilizzazione (controllo sufficiente della sofferenza), devono trovare un equilibrio accettabile. Il trattamento è, infatti, a rischio di “implosione” se c’è insufficiente spinta al cambiamento o al contrario di “esplosione” se pesa una eccessiva labilità e criticità personale. Si può affermare che l’attenzione a queste premesse costituisce il focus trasversale all’intero processo terapeutico. Va notata ancora la precocità con cui nel trattamento viene affrontata la necessità di “guardare da vicino” l’esperienza traumatica più grave, recuperando progressivamente, a cerchi concentrici, premesse e conseguenze, nonché esperienze traumatiche secondarie.

L’obiettivo trasversale della cura, che affonda le sue radici in un humus empatico, è collaborare attivamente a produrre “finestre di plasticità”, di cui ho parlato in precedenza. Lavorando con il bambino appare importante accordarsi sul fatto che lui stesso che è il vero protagonista, affronterà la sua sofferenza in un lavoro di “squadra” con il terapeuta.

La metafora della “squadra” si rivela densa di valore e immediatamente esplicativa. Una squadra si fonda su un libero contratto, è formata per mettere insieme le forze per vincere, è sintonizzata sul raggiungimento di un comune obiettivo, ognuno deve fare la sua parte, nella squadra non ci sono segreti. “Essere in squadra” consente fin dal primo incontro di parlarsi chiaro, di esplicitare le informazioni pregresse comunque raccolte e che a volte neppure il bambino conosce nella sua interezza, di definire gli obiettivi, di fare l’elenco dei problemi da risolvere, di chiarire i metodi che verranno adottati e molto altro: in una parola, consente di responsabilizzare il bambino nel suo percorso terapeutico. In quest’ottica di cooperazione un passaggio fondamentale è la fase della restituzione al piccolo paziente, che deve contenere, pur nel dettaglio unico e specifico del singolo individuo, alcuni “messaggi forti e chiari”.

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Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXIV,  2011 – 1, Concentrazione, emergenza e trauma
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt, edita da FrancoAngeli, pag. 13

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Come ridare voce e corpo al bambino violato

Rosanna Militello intervista Marinella Malacrea (Parte I)

Marinella Malacrea, in questa intervista risponde con ampiezza ed accuratezza a precise domande su un tema delicato, complesso e drammatico, che seppur “vecchio come il mondo”, continua a sconcertare, a stimolare e ad affascinare il lavoro di ricerca e clinico, di chi si occupa di bambini violati. Il lavoro sul trauma sessuale all’infanzia, oggi in continua evoluzione, richiede la necessità di modelli terapeutici efficaci per poter rielaborare e riparare quei blocchi evolutivi e quelle pesanti cicatrici che hanno arrestato in modo dirompente la normale spontaneità che è insita nel cuore di ogni bambino.

Rosanna Militello: Crescere dentro relazioni sane, nutrienti, chiare dovrebbe essere un processo naturale per ogni bambino; è infatti il vivere, dentro l’oikos, l’esperienza del rispetto, del giusto calore, della non invasione dei confini che dà al piccolo dell’uomo lo sfondo da cui partire per diventare un adulto sicuro, forte, capace di abitare il mondo, di andare verso la polìs con fiducia e fierezza. Un diritto che a nessun bambino dovrebbe essere negato.  L’esperienza maturata in questi anni come psicoterapeuta di bambini ed adolescenti abusati e come Consulente Tecnico presso la Procura mi ha permesso di sperimentare, giorno dopo giorno, quanto devastato e confuso sia il mondo interno delle piccole vittime di abuso. L’attacco ai confini fisici, mentali ed emotivi genera molto spesso un forte indebolimento del sé lasciando l’immagine di un corpo pesto e segnato da pesanti cicatrici. Potrebbe parlarci del trauma legato all’abuso sessuale?

Marinella Malacrea: Nel parlare di trauma preferisco utilizzare la nozione di Esperienze Sfavorevoli Infantili (ESI) introdotta da Felitti (Felitti et al., 2001), per indicare quell’insieme di situazioni vissute nell’infanzia che si possono definire come “incidenti di percorso” negativi rispetto all’ideale percorso evolutivo. Esse comprendono tutte le forme di abuso all’infanzia subito in forma diretta, come abuso sessuale, maltrattamento psicologico, fisico, trascuratezza; e le condizioni subite in forma indiretta che rendono l’ambito familiare impredicibile e malsicuro, come per esempio alcolismo o tossicodipendenza dei genitori, malattie psichiatriche e soprattutto violenza assistita, cioè il coinvolgimento del minore, attivo e/o passivo, in atti di violenza compiuti su figure di riferimento per lui affettivamente significative. Ciò che accomuna tutte le forme di Esperienze Sfavorevoli Infantili, e rende anche così poco differenziabili le loro conseguenze in termini di sintomi e comportamenti, è il fatto che possono produrre distorsione traumatica nei processi di attaccamento, base della futura personalità.

Rosanna Militello: In psicoterapia della Gestalt il funzionamento organismico è regolato dalla dinamica figura/sfondo. In una situazione di normalità, da uno sfondo tranquillo, ricco e articolato emergono di volta in volta figure nitide, che conducono l’organismo a interagire con l’ambiente per assimilare una novità e dunque crescere. Quando questo processo di approccio all’ambiente è disturbato e l’organismo non può portare a termine l’intenzionalità di contatto, l’esperienza si completa con un apprendimento negativo o traumatico, e lo sfondo comincia a diventare “torbido”, disturbato (Spagnuolo Lobb, 2011). Da uno sfondo disturbato emergono figure poco chiare. In altre parole, il bambino abusato, colpito da un trauma che riguarda il tradimento o la confusione di ruoli percepiti nella relazione con figure di attaccamento, non riesce a regolarsi, a lasciare emergere nella relazione con l’altro significativo figure chiare che possano guidare la sua crescita. Il trauma viene inteso, pertanto, come un disturbo nella sequenza spontanea del contattare l’ambiente, come una condizione che rende impossibile lo spontaneo fluire del processo figura/sfondo; un blocco dell’intenzionalità di contatto, una Gestalt inconclusa che, arrestando il normale sviluppo fisiologico ed evolutivo, crea shock e malessere. Come definisce nel suo modello l’esperienza traumatica di un bambino vittima di Esperienze Sfavorevoli Infantili?

Marinella Malacrea: Si tratta di un’esperienza sopraffacente che fa fallire le normali difese e le ordinarie strategie con cui si affrontano gli eventi esterni. Molto cambia se tale esperienza è acuta e puntuale che, pur destabilizzando il soggetto, non inquina il terreno in cui affonda le radici, oppure cronica e pervasiva delle relazioni che dovrebbero essere la sua base sicura. Per usare una metafora fisica, mentre nel trauma acuto il soggetto reagisce all’esperienza traumatica, che immaginiamo come un corpo estraneo entrato attraverso una ferita, lavorando per l’espulsione attraverso l’equivalente di una florida reazione infiammatoria (il Disturbo Post Traumatico da Stress, PTSD), nel trauma o nello stress cronici si produce l’equivalente di un ascesso, dai sintomi più insidiosi, difficile da raggiungere dalle cure e fonte continua di minaccia per la salute. Si parla in questi casi di “trauma interno all’identità”, che apre la strada a un effetto pervasivo e permanente a carico dei processi di regolazione psicologici e biologici del bambino.

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Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXIV, 2011/1, Concentrazione, emergenza e trauma
Rivista semestrale di Psicoterapia della Gestalt edita da FrancoAngeli, pag. 13.

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Palermo, 18 novembre 2015 Seminari "In Contatto… con la Gestalt" LA VIOLENZA SESSUALE INTRAFAMILIARE con Rosanna Militello

Una parte degli abusi si consuma, in modo insospettabile, all’interno di trame relazionali fondanti. I comportamenti molesti, mascherati da un fittizio calore affettivo, inducono nel minore abusato sentimenti ambivalenti nei confronti di se stesso e dell’altro. L’imbroglio affettivo confonde il bambino nel suo bisogno di ricevere calore e di mantenere integra l’immagine di un adulto “buono”.
Il seminario propone le specificità della teoria e della prassi della psicoterapia della Gestalt nel lavoro con le piccole vittime di abuso, confusamente intrappolate in una gabbia dalle sbarre fatte di silenzio, disorientamento e sfiducia.
Conduce il seminario Rosanna Militello, psicologa, psicoterapeuta, didatta dell’Istituto di Gestalt HCC Italy

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Aspettando il Corso Professionalizzante Corpo e mente nel dramma dell’abuso.. La lettura del maltrattamento e dell’abuso sessuale nei bambini secondo il Modello Gestaltico con Rosanna Militello 14-15 Giugno, Siracusa

In attesa del corso sul tema dell’abuso sessuale sui bambini, vi riportiamo uno stralcio dell’intervista condotta da Rosanna Militello (Psicologa, Psicoterapeuta della Gestalt, Didatta dell’Istituto Hcc Italy, Consulente Tecnico presso la Procura della Repubblica di Palermo) a Marinella Malacrea (Neuropsichiatra infantile e Psicoterapeuta. Responsabile dell’attività clinica del Centro TIAMA di Milano).
Rosanna Militello: Nel delicato lavoro clinico con l’abuso sessuale, la psicoterapia della Gestalt pone l’attenzione non tanto sul trauma in sé, ma sull’adattamento creativo che il bambino si è dato per sopportare e sopravvivere all’indecenza (Kepner 1995). Gli adattamenti creativi consentono di sopportare situazioni difficili, ma conducono immancabilmente a desensibilizzazioni corporee e/o emozionali. Il contattare l’ambiente diventa “handicappato” e la creatività diminuisce. Scopo della terapia è quello di sostenere lo spontaneo fluire dell’energia bloccata e consentire al paziente di sperimentare schemi relazionali alternativi e più funzionali alla piena presenza del sé. Nel suo lavoro lei parla di” processo riparativo”. Vero cosa tende?
Marinella Malacrea: Il lavoro con il bambino vittima di esperienze infantili sfavorevoli si articola su due livelli. Il primo è un intervento di  elaborazione della sua visione di un “mondo malevolo”, della sua “filosofia” sul funzionamento del mondo e degli esseri umani, il secondo mira alla costruzione, ed alla possibilità concreta di esprimere da parte della vittima, un “mondo benevolo” reale, in cui sentirsi al sicuro da quello da cui si è fuggiti. Poiché nel mondo reale è avvenuta l’esperienza traumatica, la vittima non potrà mai affrontare il dolore che deriva dal guardarla e dal cercare di ricomprenderla, tollerarla ed elaborarla se non c’è garanzia che un’alternativa concreta di vita esista davvero. L’intervento psicoterapico è funzionale a promuovere l’esperienza emozionale riparativa cambiando il sistema di significati della vittima e rendendo desiderabile e riconoscibile la buona esperienza.
 
Rosanna Militello: una domanda un po’ personale per concludere. I nostri piccoli pazienti ci insegnano grandi verità su noi stessi e sul mondo. Cosa le ha insegnato lo stare in contatto col dolore dei tanti bambini che ha incontrato in questi anni?
Marinella Malacrea: Sperimento una grande sintonia tra la mia vita personale e quella professionale, quello che attraverso nella prima, anche doloroso, mi aiuta per la seconda e viceversa. Faccio cose che riescono ancora ad appassionarmi e trovo appassionati compagni di strada. I bambini sanno essere profondi e divertenti allo stesso tempo: mi ricordano che noi essere umani siamo “sorprendenti gioielli, che Dio si oppone a che l’orrore di cui siamo anche capaci vinca, dotandoci di infinite risorse vitali.
Tratto da “Il trauma dell’abuso e il delicato processo della riparazione: come ridare voce e corpo al bambino violato” Rosanna Militello Intervista Marinella Malacrea. Quaderni di Gestalt  XXIV n.2011/1, Concentrazione, Emergenza e Trauma.
 
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14 e 15 Giugno a Siracusa Corpo e mente nel dramma dell’abuso. La lettura del maltrattamento e dell’abuso sessuale nei bambini secondo il Modello Gestaltico con Rosanna Militello

Rosanna Militello, conduttrice del corso, didatta dell’Istituto Hcc Italy, ci racconta brevemente il suo punto di vista relativo alla relazione tra Psicoterapia della Gestalt e il vissuto dell’abuso

In che modo il modello gestaltico si affianca al tema dell’abuso?

La clinica della Psicoterapia della Gestalt da risultati assolutamente sorprendenti con quei bambini che hanno sperimentato  sulla propria pelle la più ignobile delle invasioni.

La forza clinica della Gestalt, infatti, nel lavoro con i bambini abusati, sta proprio nella sua stessa essenza, in quelle caratteristiche intrinseche che la rendono assolutamente flessibile e sorprendente nel creare e promuovere consapevolezza e cambiamento.
Certamente libera e non imbrigliata in schemi strutturati, la clinica gestaltica focalizza l’attenzione sullo spazio fecondo dell’incontro, in quel luogo inesplorato in cui paziente e terapeuta, solo se disposti a osare, possono cominciare a co–creare la loro danza, all’interno di un campo rispettoso,  non invadente, sicuro e chiaro, di una musicalità sempre nuova.
Che ruolo gioca l’esperienza corporea nel vissuto dell’abuso?
 
Nell’abuso, il corpo diventa palcoscenico di impropri accadimenti; è sul corpo e nel corpo che si consumano le ignobili prevaricazioni. Il bambino violato reagisce a ferite così devastanti, adattandosi creativamente all’indecenza. Così facendo, desensibilizza il corpo e si ritira dalla superficie di contatto, sfuggendo dal proprio corpo, sedotto, oltraggiato, violato. Gli adattamenti creativi consentono di sopportare situazioni difficili, ma conducono immancabilmente a quelle desensibilizzazioni corporee che rendono il contattare l’ambiente “handicappato” poiché viene meno la creatività e quindi anche l’unicità dell’individuo. È proprio all’interno dello spazio rassicurante della terapia, zona franca in cui cominciare a costruire la relazione terapeutica, che il piccolo paziente e il terapeuta,  stando in contatto con ciò che accade nel “qui ed ora”, possono dare inizio alla riparazione del trauma e cominciare a ricomporre i cocci di quel sé umiliato e mortificato pesantemente.
 
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