Marta e i “buchi nel cielo”: la sofferenza borderline


– Paola Zarini.

Odi et amo. Quare id faciam Fortasse requiris Nescio,
sed fieri sentio et excrucior.
Gaio Valerio Catullo (Liber, Carme 85)

(La) percezione di arrivare all’altro intero è ciò che il paziente con disturbo borderline di personalità cerca per tutta la vita e che chiede al terapeuta.
Margherita Spagnuolo Lobb (2014)

Quando ho immaginato di scrivere un articolo sulla mia esperienza clinica con la sofferenza borderline, nella mente, tra numerosi volti, ha preso forma quello di Marta, una donna di quarant’anni che seguo da oltre dieci. Il viaggio terapeutico con questa paziente, è forse quello che più mi ha consentito di esplorare i vasti territori di questo tipo di sofferenza. È stato per me un viaggio trasformativo, come terapeuta e come persona che mi ha chiamata in primo luogo ad una sottile ed accurata modulazione della presenza nella relazione terapeutica e ad una estrema chiarezza dei miei confini.

Con lei ho imparato inoltre l’importanza del profondo rispetto dei confini dell’altro, confini feriti da definizioni intrusive e manipolatorie all’interno dei campi relazionali primari (cfr. cit. From, in Spagnuolo Lobb, 2014, pp. 666- 668), e la cura puntuale nel sospendere qualunque forma di giudizio e di definizione dell’esperienza se non in modo cauto e pienamente co-costruito

Aspetti diagnostici e storia personale

Marta, come dicevo, è oggi una donna di quarant’anni. La sua domanda di aiuto coincide con la nascita del primo figlio, 10 anni fa, e nasce a partire da un profondo stato di malessere e senso di vuoto acutizzatosi nel periodo del post partum. In precedenza aveva sofferto di attacchi di panico per i quali era stata seguita farmacologicamente da uno psichiatra. Tale sofferenza era stata a tratti così invalidante da non permetterle di lavorare o da costringerla a ripetuti cambi di mansioni e ambiti professionali.

Quando la incontro per la prima volta la terapia farmacologica è stata sospesa da più di un anno e, con l’inizio della terapia, non sarà più necessario ricorrervi. Il quadro personologico di Marta rientra nella classificazione di Kernberg di organizzazione borderline della personalità (BPO), in particolare in quello che Kernberg (Clarkin, Yeomans e Kernberg, 2000) descrive come «il gruppo meno grave, con una maggiore capacità di relazione di tipo dipendente con gli altri significativi, maggior capacità di investimento nel lavoro e nelle relazioni sociali e un minor numero di manifestazioni non specifiche di debolezza dell’Io» (p. 8).

Marta nasce da una madre abbandonata il giorno del matrimonio all’ottavo mese di gravidanza, e da un padre che la riconosce e poi scompare, lasciandole in eredità un cognome alieno e senza volto (nelle fotografie che le mostrano da piccola al posto del volto paterno, ritagliato, restano visibili solo dei buchi). Ancora oggi il tema della verità dell’origine della sua storia resta per certi versi insondabile, e benché sia arrivata molto vicina, da adulta, a conoscere il padre, a colmare quei “buchi nel cielo”, la sola presenza in vita della madre continua a rappresentare per lei la non legittimazione ad avere accesso alla propria storia.

Nella vita di Marta-bambina l’esperienza dell’“altro assente” si costruisce all’interno della relazione con la madre in termini di presentificazione dell’abbandono, e si riattiva in ogni successiva relazione secondo due schemi esperienziali inconciliabili: il primo fondato sull’amore sconfinato e l’idealizzazione dell’altro (il padre che avrebbe desiderato esserle accanto più di ogni altra cosa, ma che forze avverse hanno tenuto lontano), il secondo sull’odio, la rabbia e la svalutazione dell’altro (il padre che l’ha abbandonata alla nascita senza mai più interessarsi a lei e di lei).

Marta cresce nella famiglia della madre, accudita nel quotidiano dai nonni, aggrappata e risucchiata insieme in un campo relazionale materno caratterizzato da giochi manipolatori e intrusioni emotive molto potenti, veri e propri abusi. Inizia presto, e in questo tipo di campo, l’esperienza di oscillazione tra desiderio di raggiungere l’altro ed esserne raggiunta, e bisogno di respingerlo, nel tentativo di proteggere i propri confini.

Se l’infanzia trascorre nella penosa ricerca di una presenza materna stabile e rassicurante, l’adolescenza vede palesarsi in forme nette ed esplosive gli aspetti più confusivi, manipolatori ed aggressivi della loro relazione; la madre coinvolge Marta nella propria irrequieta vita sentimentale, in una gara competitiva verso gli uomini, chiamandola seduttivamente “all’altezza del proprio mondo adulto” e nel contempo squalificandola per il “non esserne all’altezza”, in uno scenario a dir poco confusivo e disorientante per l’identità adulta emergente della figlia.

Raggiunta presto l’indipendenza economica e attraversate numerose relazioni affettive turbolente e sofferte, Marta approda ad un legame più stabile, si sposa e mette al mondo un figlio. Malgrado l’acutizzarsi della sofferenza dopo la maternità, che porta Marta alla decisione di intraprendere una psicoterapia, la relazione col figlio rappresenterà per lei una risorsa e un’occasione trasformativa straordinarie.

(…)

Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVII, 2014-2, La psicopatologia in psicoterapia della Gestalt
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt, edita da FrancoAngeli, pag. 109

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Co-creare una psicopatologia gestaltica


– Giuseppe Sampognaro

L’autore rivolge ai docenti internazionali dei corsi di psicopatologia gestaltica dell’Istituto di Gestalt HCC Italy alcune domande, allo scopo di rivisitare e definire il concetto di psicopatologia nel nostro modello. Le loro risposte convergono sul valore intrinseco della diagnosi estetica e sul concetto di campo relazionale sofferente. Allo stesso modo, sottolineano l’importanza della svolta teorica dello “sviluppo polifonico dei domini” come chiave di lettura diagnostica e traccia terapeutica da seguire nel contatto col paziente. A conclusione, un commento del fenomenologo Gilberto Di Petta e il suo auspicio di una psicopatologia sempre più aderente all’atteggiamento fenomenologico oscillante tra oggettivo e intersoggettivo.

Da tempo la psicoterapia della Gestalt sembra essersi “riconciliata” con il concetto di psicopatologia. Dopo l’iniziale periodo di insofferenza e il tentativo di rifiutare la dipendenza da ogni inquadramento nosologico anche la psicoterapia della Gestalt ha accolto la necessità di “leggere” la patologia e di individuarne la forma e l’origine. Sappiamo infatti che, negli anni, la diffusione del nostro modello anche all’interno delle istituzioni pubbliche relative alla salute mentale ha determinato la necessità di dialogare sia con psichiatri (legati a un’impostazione medica) sia con colleghi di altre Scuole, formati a una mentalità nosografica tradizionale.

L’Istituto di Gestalt HCC Italy è stato dagli anni ’80 ed è tutt’ora leader internazionale in questo processo di integrazione della psicopatologia e della clinica contemporanea nella prassi e nella teoria del nostro approccio. Organizza dal 2012 l’International Training in Psychopathology and Contemporary Disturbances, rivolto a psicoterapeuti della Gestalt di tutta Europa, Russia e Paesi dell’Est. Il riscontro positivo di questa formazione è tale da creare un vero e proprio movimento nella comunità gestaltica internazionale. Abbiamo intervistato i quattro docenti di questo Training, Margherita Spagnuolo Lobb, Gianni Francesetti, Carmen Vázquez Bandín, Jean-Marie Robine. Dalla loro voce possiamo intuire i concetti fondamentali su cui si basa questo modello psicodiagnostico gestaltico.

Abbiamo poi chiesto a Gilberto Di Petta, psichiatra fenomenologo, Vice presidente della Società Italiana per la Psicopatologia Fenomenologica e Socio fondatore della Società Italiana di Fenomenologia Clinica e di Psicoterapia, di commentare tali risposte, al fine di mantenere il modello dell’Istituto in dialogo con la corrente della psichiatria fenomenologica e con la sua tradizionale pro- spettiva sulla sofferenza della relazione.

Margherita Spagnuolo Lobb
Parlare di psicopatologia, e ancor più di diagnosi, è stato certamente un grande passaggio per il nostro approccio che, come tutti gli approcci umanistici, rifiutava, fino agli anni ’80, di occuparsi delle psicosi e dei disturbi gravi. Ricordo un seminario di scambio tra il nostro Istituto e il New York Institute for Gestalt Therapy (l’Istituto in cui la psicoterapia della Gestalt è stata fondata, quello che più di tutti dà valore alla ricerca e allo sviluppo teorico), in cui parlammo di psicopatologia e di sviluppo infantile, suscitando curiosità e conflitti.

La fedeltà al qui e ora era diventata negli anni un ostacolo a parlare di tutto ciò che potesse portare fuori dalla freschezza del momento. Il passaggio alla considerazione del mondo della patologia si rese necessario dopo gli anni ’80, quando i disturbi gravi aumentarono e ci fu bisogno di capire come la percezione psicotica sia diversa da quella nevrotica, insomma di avere strumenti per fare una diagnosi differenziale. Le tecniche gestaltiche, come per esempio chiedere di amplificare un sintomo, risultavano rischiose in alcuni casi (fino a provocare un esordio psicotico) e utili in altri (tanto da fare sentire le persone libere di essere se stesse). La psicoterapia della Gestalt era nata per sostenere le risorse, per apprezzare la bellezza. Il rifiuto di Perls stesso a trattare pazienti gravi, quando era a Esalen, rispecchiava l’interesse della società e della psicoterapia di sostenere la potenzialità umana celata da una società massificante, impositiva, cieca alla creatività individuale.

I cambiamenti sociali degli anni ’80 avevano dunque registrato un aumento dei disturbi gravi. Il bisogno di liberare il potenziale umano creativo e autonomo lasciava il posto ad un bisogno di definirsi. Lo sfondo relazionale sicuro, fatto di ruoli chiari e certezze affettive, lasciava il posto a “intermittenze” relazionali che generavano il senso di inaffidabilità dell’altro, e ad una ricerca di sé attraverso provocazioni (penso ai disturbi alimentari, alle tossicodipendenze, per esempio). Occorreva tradurre i principi gestaltici, nati in una società più solida, nel linguaggio di queste nuove sofferenze. Non ci si poteva più esimere dal trattare i pazienti gravi.


Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVII, 2014-2, La psicopatologia in psicoterapia della Gestalt
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli, pag. 9

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