Co-creare una psicopatologia gestaltica


– Giuseppe Sampognaro

L’autore rivolge ai docenti internazionali dei corsi di psicopatologia gestaltica dell’Istituto di Gestalt HCC Italy alcune domande, allo scopo di rivisitare e definire il concetto di psicopatologia nel nostro modello. Le loro risposte convergono sul valore intrinseco della diagnosi estetica e sul concetto di campo relazionale sofferente. Allo stesso modo, sottolineano l’importanza della svolta teorica dello “sviluppo polifonico dei domini” come chiave di lettura diagnostica e traccia terapeutica da seguire nel contatto col paziente. A conclusione, un commento del fenomenologo Gilberto Di Petta e il suo auspicio di una psicopatologia sempre più aderente all’atteggiamento fenomenologico oscillante tra oggettivo e intersoggettivo.

Da tempo la psicoterapia della Gestalt sembra essersi “riconciliata” con il concetto di psicopatologia. Dopo l’iniziale periodo di insofferenza e il tentativo di rifiutare la dipendenza da ogni inquadramento nosologico anche la psicoterapia della Gestalt ha accolto la necessità di “leggere” la patologia e di individuarne la forma e l’origine. Sappiamo infatti che, negli anni, la diffusione del nostro modello anche all’interno delle istituzioni pubbliche relative alla salute mentale ha determinato la necessità di dialogare sia con psichiatri (legati a un’impostazione medica) sia con colleghi di altre Scuole, formati a una mentalità nosografica tradizionale.

L’Istituto di Gestalt HCC Italy è stato dagli anni ’80 ed è tutt’ora leader internazionale in questo processo di integrazione della psicopatologia e della clinica contemporanea nella prassi e nella teoria del nostro approccio. Organizza dal 2012 l’International Training in Psychopathology and Contemporary Disturbances, rivolto a psicoterapeuti della Gestalt di tutta Europa, Russia e Paesi dell’Est. Il riscontro positivo di questa formazione è tale da creare un vero e proprio movimento nella comunità gestaltica internazionale. Abbiamo intervistato i quattro docenti di questo Training, Margherita Spagnuolo Lobb, Gianni Francesetti, Carmen Vázquez Bandín, Jean-Marie Robine. Dalla loro voce possiamo intuire i concetti fondamentali su cui si basa questo modello psicodiagnostico gestaltico.

Abbiamo poi chiesto a Gilberto Di Petta, psichiatra fenomenologo, Vice presidente della Società Italiana per la Psicopatologia Fenomenologica e Socio fondatore della Società Italiana di Fenomenologia Clinica e di Psicoterapia, di commentare tali risposte, al fine di mantenere il modello dell’Istituto in dialogo con la corrente della psichiatria fenomenologica e con la sua tradizionale pro- spettiva sulla sofferenza della relazione.

Margherita Spagnuolo Lobb
Parlare di psicopatologia, e ancor più di diagnosi, è stato certamente un grande passaggio per il nostro approccio che, come tutti gli approcci umanistici, rifiutava, fino agli anni ’80, di occuparsi delle psicosi e dei disturbi gravi. Ricordo un seminario di scambio tra il nostro Istituto e il New York Institute for Gestalt Therapy (l’Istituto in cui la psicoterapia della Gestalt è stata fondata, quello che più di tutti dà valore alla ricerca e allo sviluppo teorico), in cui parlammo di psicopatologia e di sviluppo infantile, suscitando curiosità e conflitti.

La fedeltà al qui e ora era diventata negli anni un ostacolo a parlare di tutto ciò che potesse portare fuori dalla freschezza del momento. Il passaggio alla considerazione del mondo della patologia si rese necessario dopo gli anni ’80, quando i disturbi gravi aumentarono e ci fu bisogno di capire come la percezione psicotica sia diversa da quella nevrotica, insomma di avere strumenti per fare una diagnosi differenziale. Le tecniche gestaltiche, come per esempio chiedere di amplificare un sintomo, risultavano rischiose in alcuni casi (fino a provocare un esordio psicotico) e utili in altri (tanto da fare sentire le persone libere di essere se stesse). La psicoterapia della Gestalt era nata per sostenere le risorse, per apprezzare la bellezza. Il rifiuto di Perls stesso a trattare pazienti gravi, quando era a Esalen, rispecchiava l’interesse della società e della psicoterapia di sostenere la potenzialità umana celata da una società massificante, impositiva, cieca alla creatività individuale.

I cambiamenti sociali degli anni ’80 avevano dunque registrato un aumento dei disturbi gravi. Il bisogno di liberare il potenziale umano creativo e autonomo lasciava il posto ad un bisogno di definirsi. Lo sfondo relazionale sicuro, fatto di ruoli chiari e certezze affettive, lasciava il posto a “intermittenze” relazionali che generavano il senso di inaffidabilità dell’altro, e ad una ricerca di sé attraverso provocazioni (penso ai disturbi alimentari, alle tossicodipendenze, per esempio). Occorreva tradurre i principi gestaltici, nati in una società più solida, nel linguaggio di queste nuove sofferenze. Non ci si poteva più esimere dal trattare i pazienti gravi.


Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVII, 2014-2, La psicopatologia in psicoterapia della Gestalt
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli, pag. 9

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La “sindrome del cuore infranto”


-Serena Iacono Isidoro

Non sei una monade isolata, ma una parte unica e insostituibile del cosmo. Non dimenticarlo, sei un elemento essenziale nel groviglio dell’umanità.
Epitteto in Bauman (2008)

L’articolo descrive le implicazioni del postulato dell’isomorfismo e dell’indissolubile unità corpo-mente-ambiente sulla ricerca fenomenologica, in cui la teoria è concatenata all’esperienza, partendo dalla concretezza dell’esperienza corporea. Vengono presentati i risultati preliminari di una ricerca che coinvolge pazienti con cardiomiopatia di tako-tsubo (CT), una sindrome cardiaca acuta indotta dallo stress, applicando una metodologia in cui i meccanismi coinvolti nella patologia, gli elementi qualitativo-fenomenologici e quelli quan- titativi (test di Rorschach), risultano complementari.

(…)

Cardiomiopatia di tako-tsubo (o “sindrome del cuore infranto”)

La cardiomiopatia tako-tsubo (CT) rappresenta un’entità nosologica di relativa recente descrizione, a tutt’oggi di difficile diagnosi. È caratterizzata da una transitoria disfunzione del ventricolo sinistro e da alterazioni elettrocardiografiche che possono simulare un infarto miocardico acuto (dolore toracico, dispnea, alterazioni elettrocardiografiche) (Sato et al., 1990). Il suo nome deriva dalle alterazioni cinetiche acute del ventricolo, che assume, nella variante classica, una forma simile ad una trappola per polpi (giapp. tako = polpo, tsubo = cestello) usata un tempo dai pescatori giapponesi (Sharkey et al., 2011). Tale aspetto è dovuto ad una sorta di “stordimento” delle porzioni medie e apicali del cuore con ipercinesia compensatoria dei segmenti basali (Sato et al., 1990). È preceduta da stress cronico e da stress intensi. È stato suggerito che disturbi ansioso-depressivi, il distress e l’età del soggetto possano contribuire alla fisiopatologia della CT (Nguyen et al., 2009). L’incidenza della CT nella popolazione generale è di 1:36.000, colpisce con netta prevalenza il sesso femminile (rapporto di circa 1:3), soprattutto nel periodo post-menopausale; il cuore ritorna alla sua normale attività dopo circa un mese.

In studi recenti (Denollet et al., 2013) è stato evidenziato come la personalità di Tipo D (distressed) costituisca un fattore psicosociale di rischio coronarico. Questa tipologia di personalità è data dalla combinazione di due dimensioni: affettività negativa (ansia, rabbia, ostilità) e inibizione sociale; riflette inoltre la presenza di tratti alessitimici: difficoltà nel riconoscimento degli stati emotivi propri ed altrui e nella modulazione dell’affettività (Castelli et al., 2013). In particolare, Compare et al. (2013) hanno sottolineato il ruolo chiave dell’inibizione sociale nell’aumento della reattività del sistema simpatico e cardiovascolare agli stress emozionali acuti; tale tratto risulta pregnante nei pazienti con CT suggerendo una specifica associazione: la repressione diminuisce l’espressione comportamentale, senza smorzare l’esperienza emotiva, ma incrementando la risposta fisiologica (Ulrich-Lai, Herman, 2009). (…)

Il cuore possiede un sistema nervoso intrinseco che rappresenta il “piccolo cervello del cuore” (Armour, 2007), costituito da neuroni sensoriali (afferenti), di interconnessione (circuito locale) e motori (efferenti), che comunicano con gli altri sotto l’influenza del comando neuronale centrale e delle catecolamine: le proprietà emergenti mostrate dalle sue componenti dipendono in primo luogo dalla trasduzione sensoriale dell’ambiente cardiovascolare.

L’esposizione a situazioni stressanti predispone l’organismo all’attacco o alla fuga per far fronte a situazioni potenzialmente pericolose; tuttavia, se lo stress si prolunga, si determinano effetti che comportano conseguenze negative, oltre che sul piano psicologico, anche sull’attività cardiaca e vascolare. Secondo la psicoterapia della Gestalt, il sovraccarico di stress e di tensione al confine di contatto può rendere necessaria l’attivazione di funzioni di emergenza del sé, funzioni di contatto temporanee utili a fronteggiare un grave pericolo interno e/o esterno, riducendo o esaurendo l’eccesso di tensione (Perls, Hefferline, Goodman, 1997, pp. 70-71). Esse sono di due tipi: sub-attive, che riducono la portata percettiva del pericolo attraverso una funzione prevalentemente “anestetica” dei recettori, e super-attive, che agendo sui propriocettori, incrementano la tensione al confine di contatto, per accelerare un suo più rapido esaurimento (Cascio, 2013, p. 156). L’aspetto del cuore, durante l’acuto della CT (paralisi ed ipercinesia) sembra racchiudere in sé entrambe le funzioni di emergenza: una parte è acinetica (come nel panico paralizzante) mentre l’altra smorza la sua energia attraverso la sovraeccitazione (come nella fuga).

Le qualità resilienti e gli adattamenti creativi che questa sindrome evidenzia sono lo spunto per considerare il campo relazionale in cui questa sindrome si manifesta.

(…)

Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVIII, 2015-1, La psicopatologia in psicoterapia della Gestalt
Rivista Semestrale di Psicoterapia della Gestalt, edita da FrancoAngeli, pag 89

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La follia e l’arte dello psicoterapeuta


Intervista a Umberto Galimberti (Parte I)

Attraverso gli stimoli, di ispirazione gestaltica, di Margherita Spagnuolo Lobb e le risposte, filosoficamente vicine all’approccio junghiano, di Umberto Galimberti, questa intervista affronta temi importanti della clinica contemporanea. Dal rapporto tra il ruolo e il vissuto dello psicoterapeuta, il dialogo si intreccia con riflessioni sulla società post-moderna e sulle problematiche che vengono presentate allo psicoterapeuta nel tempo della “società cementata” (dipendenze, internet, Facebook, crisi economica). Lo psicoterapeuta, come un artista, deve imparare a conoscere sia le proprie possibilità che gli strumenti di lavoro, e deve avere un tipo particolare di fede. È di fondamentale importanza che sia consapevole della propria follìa, avendola attraversata, per riconoscere quella dell’altro, che sia consapevole dei propri dolori per vedere quelli dell’altro, che possa sentire il proprio corpo per sostenere la sensibilità dell’altro. Ed è altrettanto importante che lo psicoterapeuta si “protegga” dalla contaminazione che un’esposizione eccessiva al dolore può provocare.

Margherita Spagnuolo Lobb: Ti ringrazio per avermi concesso questa intervista, che rappresenta un’occasione importante di apprendimento e di confronto per i lettori della rivista Quaderni di Gestalt. Vorrei collegarmi a quanto hai detto ieri, nella tavola rotonda di apertura di questo convegno, riguardo alla psicoterapia come arte. Per la psicoterapia della Gestalt, i concetti di psicoterapia come arte, di estetica della relazione, di psicopatologia come adattamento creativo del paziente ad una situazione difficile, di co-creazione del confine di contatto tra paziente e terapeuta, sono fondamentali e caratterizzanti. Alcuni di questi concetti sono basilari anche per l’approccio junghiano, a te caro.
Hai precisato che la psicoterapia appartiene al mondo dell’arte, piuttosto che a quello della scienza. Oggi la psicoterapia si interroga su nuovi modi di curare il disagio psichico, modi che – al di là di codificazioni prestabilite – devono adeguarsi al sentire sociale incerto. Molti approcci, e la psicoterapia della Gestalt per prima, sottolineano i codici processuali del dialogo terapeutico, la “musica” che il terapeuta e il paziente co-creano, il modo in cui riescono a concordare i loro linguaggi, più che la comprensione dell’inconscio. Sembra che la cura non è più intesa da nessuno come mera analisi dei vissuti del paziente da parte dell’analista neutrale, ma piuttosto come un modo di entrare in contatto: sia il paziente che il terapeuta “si giocano” la propria sofferenza in una relazione “reale”. A questo punto, non essendo più schermati dalla neutralità, gli psicoterapeuti sono sfidati a fare la cosa giusta al momento giusto: a cogliere il momento chiave che consente di innestare nell’esperienza del paziente un germoglio relazionale sano, aderente alla realtà di ciò che si sente, questo potrebbe essere il nuovo must della psicoterapia, l’arte terapeutica, e anche un messaggio per le relazioni sociali in genere. La creatività, che viaggia su canoni di incertezza e di improvvisazione, potrebbe essere il codice relazionale necessario per la società di oggi. Un buon terapeuta, hai detto, deve avere un buon rapporto con la propria follia. Possiamo dire che deve avere anche un buon rapporto con la propria arte? Quali sono le caratteristiche che fanno di un terapeuta un artista e in che modo è possibile apprenderle?

Umberto Galimberti: Quando io dico arte, dico natura, la natura di una persona. Non tutte le nature sono terapeutiche. Alcune nature sono terapeutiche e questo, in linea generale, a prescindere che uno faccia o non faccia il terapeuta. C’è chi ha una vocazione accudente e chi invece proprio non c’è l’ha. Solo quelli che hanno una pre-configurazione accudente possono fare i terapeuti.
All’interno di questa premessa generale, certamente il terapeuta deve avere una relazione con la propria follia. Cosa intendiamo per follia? Per follia intendiamo quella dimensione non razionale che ci abita e che ci mette in contatto con tutto il mondo pre-razionale, che poi è tutto il mondo. Infatti, per fare un esempio, quel vaso di fiori per te significa una cosa e per me ne significa un’altra; quando comunichiamo razionalmente i loro significati privati vengono eliminati e io posso dirti “dammi quel mazzo di fiori”, prescindendo dal significato che questo mazzo di fiori ha per ciascuno di noi.
La follia la riconosciamo nel soliloquio dell’anima. Quando uno parla con se stesso, dice cose e fa associazioni che sicuramente non direbbe in pubblico, quindi è in contatto con la propria follia. Assumo per “follia” tutto ciò che non è rigorosamente comunicabile in maniera univoca, come prevede la ragione. Nel caso patologico, se ho associato quella porta alla porta dell’inferno, è chiaro che ho una titubanza ad entrare. Tutte le cose sono affiancate da queste associazioni private e queste associazioni private sono la follia. Quando Leopardi dice “dimmi che fai tu luna in ciel.”, è un’affermazione folle dal punto di vista razionale, perché si fanno interrogazioni a qualcosa che non risponde.
La follia, dicevamo, è nel soliloquio dell’anima. Nel rapporto duale gli innamorati dicono cose che sono al limite del delirio, come: “Senza di te, mi casca il mondo”. Questo non è vero dal punto di vista razionale. La razionalità, che garantisce l’univocità del linguaggio (per cui, se ti dico “televisione” tu non pensi a un totem), garantisce la prevedibilità dei comportamenti. Se io prendo quel mazzo di fiori tu non temi che te lo butti in testa, ma pensi che lo voglia donare. Questa è la ragione. Ma le cose sono disponibili con una pluralità infinita di significati, che soggiacciono nel momento razionale. Questa probabilità di significati è la follia. Tutto ciò che noi riusciamo a creare lo creiamo attingendo alla follia, perché la ragione è solo un sistema di regole da cui non nasce niente.

Il contatto con la follia deve però avvenire attraverso regole molto rigorose, perché la follia ti può trascinare in scenari da cui potresti non riprenderti più. Senza contatto con la follia, tu non puoi entrare in relazione con l’altro in termini terapeutici; d’altra parte, con un eccessivo contatto con la tua follia fai il matto. Per cui la creatività, che nasce solo dalla follia, vuole regole ferree: i creativi hanno delle discipline terribili, senza le quali sarebbero dei semplici spontaneisti.

Margherita Spagnuolo Lobb: È così che si apprende l’arte della psicoterapia?

Umberto Galimberti: Sì, attraverso il contatto con la follia. Queste cose le dice già Platone nel Simposio.

(…)

Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXIII, 2010 /1, Psicoterapia della Gestalt e fenomenologia
Rivista semestrale di Psicoterapia della Gestalt edita da FrancoAngeli, pag. 11

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