La “sindrome del cuore infranto”


-Serena Iacono Isidoro

Non sei una monade isolata, ma una parte unica e insostituibile del cosmo. Non dimenticarlo, sei un elemento essenziale nel groviglio dell’umanità.
Epitteto in Bauman (2008)

L’articolo descrive le implicazioni del postulato dell’isomorfismo e dell’indissolubile unità corpo-mente-ambiente sulla ricerca fenomenologica, in cui la teoria è concatenata all’esperienza, partendo dalla concretezza dell’esperienza corporea. Vengono presentati i risultati preliminari di una ricerca che coinvolge pazienti con cardiomiopatia di tako-tsubo (CT), una sindrome cardiaca acuta indotta dallo stress, applicando una metodologia in cui i meccanismi coinvolti nella patologia, gli elementi qualitativo-fenomenologici e quelli quan- titativi (test di Rorschach), risultano complementari.

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Cardiomiopatia di tako-tsubo (o “sindrome del cuore infranto”)

La cardiomiopatia tako-tsubo (CT) rappresenta un’entità nosologica di relativa recente descrizione, a tutt’oggi di difficile diagnosi. È caratterizzata da una transitoria disfunzione del ventricolo sinistro e da alterazioni elettrocardiografiche che possono simulare un infarto miocardico acuto (dolore toracico, dispnea, alterazioni elettrocardiografiche) (Sato et al., 1990). Il suo nome deriva dalle alterazioni cinetiche acute del ventricolo, che assume, nella variante classica, una forma simile ad una trappola per polpi (giapp. tako = polpo, tsubo = cestello) usata un tempo dai pescatori giapponesi (Sharkey et al., 2011). Tale aspetto è dovuto ad una sorta di “stordimento” delle porzioni medie e apicali del cuore con ipercinesia compensatoria dei segmenti basali (Sato et al., 1990). È preceduta da stress cronico e da stress intensi. È stato suggerito che disturbi ansioso-depressivi, il distress e l’età del soggetto possano contribuire alla fisiopatologia della CT (Nguyen et al., 2009). L’incidenza della CT nella popolazione generale è di 1:36.000, colpisce con netta prevalenza il sesso femminile (rapporto di circa 1:3), soprattutto nel periodo post-menopausale; il cuore ritorna alla sua normale attività dopo circa un mese.

In studi recenti (Denollet et al., 2013) è stato evidenziato come la personalità di Tipo D (distressed) costituisca un fattore psicosociale di rischio coronarico. Questa tipologia di personalità è data dalla combinazione di due dimensioni: affettività negativa (ansia, rabbia, ostilità) e inibizione sociale; riflette inoltre la presenza di tratti alessitimici: difficoltà nel riconoscimento degli stati emotivi propri ed altrui e nella modulazione dell’affettività (Castelli et al., 2013). In particolare, Compare et al. (2013) hanno sottolineato il ruolo chiave dell’inibizione sociale nell’aumento della reattività del sistema simpatico e cardiovascolare agli stress emozionali acuti; tale tratto risulta pregnante nei pazienti con CT suggerendo una specifica associazione: la repressione diminuisce l’espressione comportamentale, senza smorzare l’esperienza emotiva, ma incrementando la risposta fisiologica (Ulrich-Lai, Herman, 2009). (…)

Il cuore possiede un sistema nervoso intrinseco che rappresenta il “piccolo cervello del cuore” (Armour, 2007), costituito da neuroni sensoriali (afferenti), di interconnessione (circuito locale) e motori (efferenti), che comunicano con gli altri sotto l’influenza del comando neuronale centrale e delle catecolamine: le proprietà emergenti mostrate dalle sue componenti dipendono in primo luogo dalla trasduzione sensoriale dell’ambiente cardiovascolare.

L’esposizione a situazioni stressanti predispone l’organismo all’attacco o alla fuga per far fronte a situazioni potenzialmente pericolose; tuttavia, se lo stress si prolunga, si determinano effetti che comportano conseguenze negative, oltre che sul piano psicologico, anche sull’attività cardiaca e vascolare. Secondo la psicoterapia della Gestalt, il sovraccarico di stress e di tensione al confine di contatto può rendere necessaria l’attivazione di funzioni di emergenza del sé, funzioni di contatto temporanee utili a fronteggiare un grave pericolo interno e/o esterno, riducendo o esaurendo l’eccesso di tensione (Perls, Hefferline, Goodman, 1997, pp. 70-71). Esse sono di due tipi: sub-attive, che riducono la portata percettiva del pericolo attraverso una funzione prevalentemente “anestetica” dei recettori, e super-attive, che agendo sui propriocettori, incrementano la tensione al confine di contatto, per accelerare un suo più rapido esaurimento (Cascio, 2013, p. 156). L’aspetto del cuore, durante l’acuto della CT (paralisi ed ipercinesia) sembra racchiudere in sé entrambe le funzioni di emergenza: una parte è acinetica (come nel panico paralizzante) mentre l’altra smorza la sua energia attraverso la sovraeccitazione (come nella fuga).

Le qualità resilienti e gli adattamenti creativi che questa sindrome evidenzia sono lo spunto per considerare il campo relazionale in cui questa sindrome si manifesta.

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Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVIII, 2015-1, La psicopatologia in psicoterapia della Gestalt
Rivista Semestrale di Psicoterapia della Gestalt, edita da FrancoAngeli, pag 89

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