Il ruolo del perito psicologo nei processi di nullità matrimoniale


Cosa è la perizia in ambito canonico?

La perizia in ambito canonico è un’area di applicazione della psichiatria forense e della psicologia giuridica. Al perito psicologo o allo psichiatra viene richiesto di valutare la capacità matrimoniale, ogni qualvolta è necessario un parere tecnico motivato e fondato su determinate conoscenze scientifiche, in questo caso in materia psichiatrica e psicologica. Il compito dell’esperto è quello di rilevare eventuali cause psichiche, presenti al momento della celebrazione del matrimonio, che possano determinarne la nullità, tramite le teorie e le metodologie tipiche della propria disciplina applicata al settore forense.

heartsickness-428103_1280Quante sono le richieste di nullità matrimoniale in Italia per cause di natura psichica?

Le richieste di nullità del matrimonio per cause di natura psichica sono in continuo aumento, come rilevano le statistiche dei vari Tribunali Ecclesiastici. Diversi studiosi collegano tale aumento all’intrinseco legame tra le caratteristiche della società liquida post-moderna e lo svilupparsi di fragilità psicologiche e disagi familiari, culturali, sociali e religiosi che vedono coinvolte, soprattutto, le nuove generazioni.

Per quali capi di nullitá viene richiesta la perizia dell’esperto in scienze psicologiche o psichiatriche?

Sono quelli che fanno riferimento al Canone 1084 (impotentia coeundi) e al Canone 1095 § 1, 2 e 3 (carenza di sufficiente uso di ragione, grave difetto di discrezione di giudizio circa la scelta matrimoniale, incapacitá di assumere gli oneri coniugali per motivi di natura psichica).

Quale è il ruolo dello psicologo nei processi di nullità matrimoniale?

Lo psicologo, chiamato dal giudice in qualità di perito, dovrebbe:

– essere in grado di riconoscere i disturbi di natura psichica;

– valutare se tali disturbi sono antecedenti o meno all’epoca delle nozze;

– esprimersi sull’immaturità psicoaffettiva della persona, sulle sue capacità volitive ed elettive;

– esprimersi sul suo grado di libertà interiore nell’esprimere un atto decisionale importante come quello del consenso matrimoniale.

sunset-3087474_640Quali passaggi deve seguire uno psicologo per valutare i casi di nullità matrimoniale?

Il giudice normalmente nomina un perito, scelto tra i professionisti che hanno segnalato al Tribunale la loro competenza documentata in questo settore. E’ facoltà del giudice nominare più di un perito, richiedendo in tal caso una relazione unica o due distinte relazioni. Come avviene in ambito civile e penale, anche nel campo canonico il giudice non è vincolato al parere espresso dai periti, ma è ovviamente interessato a leggere la perizia e al fatto che il lavoro svolto sia altamente professionale.

Dopo aver ricevuto l’incarico dal giudice, lo psicologo, presa visione degli atti di causa, organizza una serie di incontri con una delle due parti coinvolte e/o con entrambe per un approfondimento psicodiagnostico della personalitá e della storia relazionale della coppia. I colloqui possono essere seguiti dalla somministrazione dei tests, se il perito lo ritiene necessaio.

La perizia dovrà quindi ripercorrere la storia della coppia sin dall’epoca del fidanzamento, contenere una parte descrittiva della personalità, una diagnosi psicopatologica secondo le categorie diagnostiche universalmente riconosciute ed esprimersi, infine, sui quesiti specifici del giudice relativi al singolo capo di nullitá.

L’ importanza della formazione in ambito peritale

Come spesso accade, le capacità di un professionista si costruiscono gradualmente con una serie di esperienze formative che partono dall’università e si completano con corsi ad-hoc.

La proposta che l’Istituto di Gestalt HCC Italy da diversi anni sta portando avanti in ambito forense (vedi Master forense, Master psicodiagnostica, etc..) è quella di affiancare strumenti pratici (quali roleplaying, case-studies, esercitazioni guidate in piccoli gruppi) alla teoria sviluppata nel campo della psicoterapia della Gestalt e all’esperienza di professionisti del settore.Viene quindi proposto un corso breve ECM dal titolo “Il matrimonio nel diritto canonico e i casi di nullità matrimoniale. Il ruolo del perito psicologo” che si svolgerà a Palermo il 27-28 ottobre 2018 al fine di chiarire la funzione del perito psicologo nei procedimenti canonici di nullità matrimoniale.

Il seminario sarà introdotto dall’avvocato canonista Sergio Bellafiore, iscritto all’albo degli avvocati presso il TEIS (Tribunale Ecclesiastico Interdiocesano Siculo) che tratterà i seguenti moduli:

– il matrimonio come atto giuridico e sacramento nell’ambito del diritto canonico,;

– l’iter processuale necessario per ottenere la dichiarazione di nullità matrimoniale da parte del Tribunale Ecclesiastico competente;

– i capi di nullità (singoli motivi) per cui è possibile adire il tribunale.

La parte tecnica dell’avvocato è affiancata dalla psicoterapeuta, dott.ssa Angela Basile, iscritta all’albo dei periti del Tribunale Ecclesiastico Interdiocesano Siculo, la quale tratterà il ruolo del perito psicologo nei processi di nullità matrimoniale.

Il secondo giorno di corso sarà dedicato alle esercitazioni pratiche sulla stesura della perizia psicologica e all’esemplificazione di varie tipologie di casi trattati.

Per informazioni sul programma, attestato ECM e costi è disponibile questa pagina web

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Parliamo del Now-for-next


Il now-for-next in psicoterapia. La psicoterapia della Gestalt raccontata nella società post-modernaSpagnuolo Lobb M. (2011).
-Giuseppe Sampognaro

Il libro di Margherita Spagnuolo Lobb, direttore dell’Istituto di Gestalt HCC Italy, è stato dato alla luce dopo un travaglio assai lungo, segnato da vicende personali e professionali anche dolorose. Alla fine, la caparbietà dell’Autrice – che tra i tanti meriti ha anche quello di avere introdotto la PdG in Italia, più di trent’anni fa – è stata premiata. Valeva davvero la pena di attendere tanto: è venuta fuori un’opera che sicuramente segna un passaggio importante nella definizione dei concetti teorici (alcuni davvero innovativi) e metodologici, su cui il lavoro di ogni psicoterapeuta della Gestalt è basato.

Incarnando in modo letterale l’idea portante espressa dal titolo, il contenuto del libro ci indica le linee attuali e le prospettive future del nostro modello, e “ci costringe” a interrogarci sull’essenza stessa del nostro lavoro: i principi che guidano l’approccio alla persona che ci chiede aiuto, la magìa dell’incontro terapeutico, le varie declinazioni e i contesti della pratica clinica (setting individuale, di coppia, di famiglia, di gruppo…), il significato profondo dell’essere terapeuta della Gestalt all’interno di una società palesemente diversa da quella per la quale fu elaborata la visione gestaltica del prendersi cura.

Nel testo di Margherita è palpitante l’inclinazione narrativa (lo dichiara il sottotitolo: “La psicoterapia della Gestalt raccontata nella società post-moderna”) per cui assistiamo al delinearsi della nostra storia attraverso il trascolorare della visione del rapporto tra individuo e ambiente, della conoscenza umana, di come perseguire l’obiettivo del benessere. Il lettore apprende, attraverso il racconto di Margherita Spagnuolo Lobb, il clima culturale in cui l’idea gestaltica prese corpo circa sessant’anni fa e le sue trasformazioni nel tempo, grazie al contatto con altre chiavi di lettura psicologica (come la psicoanalisi radicale: stimolante a tale proposito il dialogo riportato nel secondo capitolo con Philip Lichtenberg) e, più in generale, con un pensiero “liquido” che muta gli intenti e il campo terapeutico: dall’ottica della differenziazione alla riscoperta del dialogo e dell’appartenenza.

I punti fermi del corpus teorico gestaltico sono enunciati nell’Introduzione, che di per sé equivale a un manifesto ideologico della psicoterapia della Gestalt: il passaggio dall’intrapsichico alla “traità”; la sovranità dell’esperienza; la rivalutazione dell’aggressività positiva; la lettura teleologica del contatto e del confine di contatto; il valore estetico della terapia; la ridefinizione del processo di figura/sfondo. Tutto questo, all’interno di una cornice teorica ancorata alla fenomenologia del contatto per cui, dice Margherita Spagnuolo Lobb, “se l’attenzione del terapeuta è rivolta all’here-and-now, la sua cura è centrata sul now-for-next”.

Tra i dieci capitoli di cui si compone l’opera, tutti indispensabili per il terapeuta, esperto o in itinere, che desideri approfondire il senso del proprio agire, vorrei citarne due per motivi differenti. Quello dedicato alla prospettiva evolutiva mi sembra il più nuovo, denso com’è di concetti che meritano di essere assimilati nel tempo, anche attraverso il dialogo tra colleghi: muovendosi in un’ottica intersoggettiva, ingloba nel pensiero gestaltico la lezione di Daniel Stern, sostituendo il concetto di sviluppo fasico con quello di “sviluppo polifonico di domìni”; quest’ultimo prevede l’emergere di competenze ben differenziate, che si sviluppano lungo l’arco della vita interagendo tra loro. Tutto questo si rivela divergente rispetto al modello evolutivo finora considerato nell’Istituto HCC; un modello che sino ad oggi ha identificato le modalità di contatto sincronico (introiettare, proiettare ecc.) come le “fasi da raggiungere in sequenza diacronica per conquistare la maturità relazionale”.

Margherita, in sostanza, prende le distanze dalla costruzione di mappe epigenetiche delle fasi maturative. Un’idea che, sicuramente, susciterà un dibattito tra chi ha sempre considerato valido il parallelismo tra tempi/modi di contatto e tappe dello sviluppo psicorelazionale del bambino. Un’ottima occasione – comunque – di confronto, uno stimolo a non dare per scontata la onnicomprensività con cui il “modello della curva” è stato da noi strenuamente applicato.

Il capitolo a mio parere più succoso e portatore di ricadute positive per il nostro lavoro di terapeuti in continuo aggiornamento è il quarto, dedicato a now-for-next e diagnosi gestaltica. Attraverso l’analisi dei vari stili narrativi che scaturiscono da specifiche modalità di contatto (narrazioni terapeutiche con stili di contatto introiettivo, proiettivo, retroflessivo, confluente), Margherita Spagnuolo Lobb rileva la creatività intrinseca al racconto in terapia come accadere processuale. Al contempo, presenta le modalità che il terapeuta attua nel sostenere l’intenzionalità di contatto nelle varie tipologie di stili relazionali.

Il capitolo si configura come un ottimo e quanto mai opportuno update dello “storico” articolo che la stessa Autrice pubblicò sul numero 10/11 dei Quaderni di Gestalt, più di vent’anni fa (“Il sostegno specifico nelle interruzioni di contatto”). È un capitolo che, da solo, conferisce valore e significato all’intero testo. In queste pagine leggiamo l’esperienza del terapeuta che “vede” la resilienza del paziente, la valorizza, e aiuta la persona a indirizzare il proprio adattamento creativo verso la spontaneità a partire da quel suo modo, specifico e originale, di muoversi al confine di contatto con l’Altro.

Il capitolo sette presenta un apprezzato modello di lavoro con le coppie, che l’autrice ha introdotto in vari contesti internazionali e in Italia.
Il capitolo otto descrive un modello originale di lavoro con le famiglie.
Il capitolo nove presenta il modello di lavoro gestaltico con i gruppi, mentre il capitolo dieci applica l’approccio con i gruppi all’esperienza formativa.

Un’ultima annotazione sul capitolo conclusivo, che rappresenta un vero tributo d’amore da parte dell’Autrice nei confronti dei suoi vecchi e nuovi allievi; in fondo, il libro è rivolto a loro, e forse per loro è stato scritto.

Oltre all’idea di processo formativo come destrutturazione della materia-psicoterapia e passaggio dalla confluenza con il didatta alla differenziazione consapevole (Margherita aveva già prodotto studi e lavori sulla centralità della “masticazione” nell’iter di apprendimento), la novità, piuttosto, è l’enfasi sull’etica dell’appartenenza e dell’apertura all’altro, al nuovo, al diverso.

In una società segnata dal crollo delle certezze e dai conflitti inter (e intra) individuali, sposare la causa dello “stare con l’altro” educandosi al senso di responsabilità e all’etica della relazione mi appare come un messaggio forte e nobile, coraggioso e gravido di speranza.

Una speranza che anche a noi terapeuti talvolta vacilla. Libri come questo hanno il benefico effetto di rinnovarla e corroborarla.

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L’umiltà del terapeuta:echi dal convegno con Donna Orange


Milano 19-20 settembre 2014

Il 19 e il 20 settembre 2014 si è svolto, organizzato dall’Istituto di Gestalt HCC Italy, il convegno con Donna Orange dal titolo “L’umiltà del terapeuta. Psicoterapia della Gestalt e psicoanalisi relazionale in dialogo”.
Donna Orange, psicologa e psicoanalista con una formazione filosofica, è esponente della corrente psicoanalitica relazionale e contestuale.

Il tema del convegno rappresenta una terra di mezzo, un buon confine di incontro e riflessione per entrambi gli approcci che si trovano così a dialogare non su aspetti tecnici della clinica nella società post-moderna, ma su una dimensione trasversale squisitamente umana e antropologica. Lo sfondo filosofico di Donna Orange emerge fin dalle prime battute, dal personale modo di esporre il suo pensiero: pur essendo americana, ha preparato la lezione in italiano, portando in questo sforzo tutta la sua intenzionalità di incontrarci e di dialogare con noi intorno al tema del fallibilismo nella clinica e nella teoria.

Resto affascinato immediatamente dal suo discorso nel quale intravedo anche una parte della mia formazione fenomenologica, e questo stimola la mia attenzione e la mia voglia di entrare pienamente nel vivo del convegno.

Per Donna Orange, l’umiltà è una caratteristica sia della teoria, sia della clinica. Il nostro pensiero ha un grande effetto sulla clinica e si traduce in atteggiamenti di base che non sono né tecniche, né teoria, ma esprimono il nostro modo di esserci-per-e-con-l’altro-da-sé. Anche la clinica torna ad essere, sostanzialmente, non solo un luogo terapeutico, ma soprattutto un atteggiamento, una capacità di accompagnare e sostenere l’altro. Del resto l’etimo stesso della parola clinica ci riporta al klinein inteso come piegarsi, chinarsi su chi giace, un processo del “prendersi cura”, e su questo sentiero la psicoterapia si avvia verso orizzonti non sempre definiti e definibili. Questa visione della clinica porta ad una nuova ermeneutica del processo relazionale ed empatico: l’empatia diventa la strada per la comprensione e per la compassione, per un portare il dolore dell’altro senza far sentire la vergogna, ma dando dignità all’esperienza umana della sofferenza.

Un atteggiamento che diventa anche inclusivo, nel senso che terapeuta e paziente si collocano parimenti nell’ordine dell’umano, nei suoi plurimi “mondi della vita”, caratterizzati anche dalla fragilità che la sofferenza fa sperimentare.

Da questo ne discende anche la considerazione della “gettatezza”, con i relativi echi e rimandi al pensiero di Heidegger (1927), e della “situazionabilità” dell’esperienza umana: ci sono condizioni esistenziali che non possiamo scegliere, che ci definiscono a priori e che ci collocano indissolubilmente nell’esperienza umana, in quell’humus al quale, come terapeuta siamo obbligati a guardare prima di incontrare i nostri pazienti. L’umiltà non si può apprendere come un concetto, è intrinseca alla nostra esperienza in quanto umani. Accettiamo di far maturare nella nostra anima un sentimento per l’umano-che-è-in noi e per l’umano che-è-nell’altro-da-noi. Così l’umiltà si declina anche nei termini di egualitarismo, e racconta la comune appartenenza a questa esperienza umana.

Coltivare l’umiltà che è in noi passa da una visione dialogica della relazione (la luminosa lezione di Buber, 1993), in cui il terapeuta si concede di imparare anche dal paziente, dal suo mondo, dal suo linguaggio emotivo. Lo spazio tra l’io e il tu si rivitalizza in una comprensione fondata sulle possibilità di dialogo e non di applicazione di una comprensione estrinseca a quell’esperienza.

(…)

Luca Pino

Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVII, 2014-2, La psicopatologia in psicoterapia della Gestalt
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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Il trauma dell’abuso e il delicato processo della riparazione


:come ridare voce e corpo al bambino violato

-Rosanna Militello ntervista a Marinella Malacrea (Parte II)

 

Marinella Malacrea, in questa intervista risponde con ampiezza ed accuratezza a precise domande su un tema delicato, complesso e drammatico, che seppur “vecchio come il mondo”, continua a sconcertare, a stimolare e ad affascinare il lavoro di ricerca e clinico, di chi si occupa di bambini violati. Il lavoro sul trauma dell’abuso all’infanzia, oggi in continua evoluzione, richiede la necessità di modelli terapeutici efficaci per poter rielaborare e riparare quei blocchi evolutivi e quelle pesanti cicatrici che hanno arrestato in modo dirompente la normale spontaneità che è insita nel cuore di ogni bambino.

(…)

Rosanna Militello: Nella psicoterapia della Gestalt l’incontro terapeutico viene visto come una co-creazione, una danza in cui il bambino corre il rischio di potersi esprimere mentre il terapeuta si prende il rischio di accompagnarlo in un viaggio verso terre sconosciute, aprendo spazi nuovi di immaginazione (Spagnuolo Lobb, 2007). Potrebbe descriverci le fasi del processo terapeutico che segue nel lavoro clinico con il bambino vittima di Esperienze Sfavorevoli Infantili?

Marinella Malacrea: Come già detto, la psicoterapia nell’abuso all’infanzia è finalizzata in primo luogo ad agire sul sistema di significati del soggetto, cambiando le “lenti” con cui viene letta l’esperienza, diminuendo il cortocircuito tipico dei processi post traumatici e ripristinando la capacità di integrazione, archiviazione e controllo su pensieri, ricordi, comportamenti, stati psicofisici. Fondamentale è l’idea che il trattamento è un processo, che, in modo non lineare, attraversa tuttavia fasi obbligatorie. Imprescindibile diventa la progettazione dell’intervento in ogni sua fase.

Tale progettazione sarà guidata da due considerazioni: la prima attiene alla necessità di governare il processo terapeutico garantendo sicurezza, gradualità, sintonizzazione con la piccola vittima ed evitando per quanto possibile, riattivazioni traumatiche; la seconda discenderà dalla consapevolezza che non ci si può attendere che i modelli operativi post traumatici vengano attaccati spontaneamente dal piccolo paziente. Quindi, spetta a chi cura guidare con mano ferma la rivisitazione dei processi psichici disfunzionali, portando per così dire per mano il bambino.

I presupposti del contratto terapeutico, costituiti da motivazione e stabilizzazione (controllo sufficiente della sofferenza), devono trovare un equilibrio accettabile. Il trattamento è, infatti, a rischio di “implosione” se c’è insufficiente spinta al cambiamento o al contrario di “esplosione” se pesa una eccessiva labilità e criticità personale. Si può affermare che l’attenzione a queste premesse costituisce il focus trasversale all’intero processo terapeutico. Va notata ancora la precocità con cui nel trattamento viene affrontata la necessità di “guardare da vicino” l’esperienza traumatica più grave, recuperando progressivamente, a cerchi concentrici, premesse e conseguenze, nonché esperienze traumatiche secondarie.

L’obiettivo trasversale della cura, che affonda le sue radici in un humus empatico, è collaborare attivamente a produrre “finestre di plasticità”, di cui ho parlato in precedenza. Lavorando con il bambino appare importante accordarsi sul fatto che lui stesso che è il vero protagonista, affronterà la sua sofferenza in un lavoro di “squadra” con il terapeuta.

La metafora della “squadra” si rivela densa di valore e immediatamente esplicativa. Una squadra si fonda su un libero contratto, è formata per mettere insieme le forze per vincere, è sintonizzata sul raggiungimento di un comune obiettivo, ognuno deve fare la sua parte, nella squadra non ci sono segreti. “Essere in squadra” consente fin dal primo incontro di parlarsi chiaro, di esplicitare le informazioni pregresse comunque raccolte e che a volte neppure il bambino conosce nella sua interezza, di definire gli obiettivi, di fare l’elenco dei problemi da risolvere, di chiarire i metodi che verranno adottati e molto altro: in una parola, consente di responsabilizzare il bambino nel suo percorso terapeutico. In quest’ottica di cooperazione un passaggio fondamentale è la fase della restituzione al piccolo paziente, che deve contenere, pur nel dettaglio unico e specifico del singolo individuo, alcuni “messaggi forti e chiari”.

(…)

Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXIV,  2011 – 1, Concentrazione, emergenza e trauma
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt, edita da FrancoAngeli, pag. 13

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News da Milano: Terapia Gestalt aplicada a la psicopatología y a las perturbaciones contemporáneas


Terapia Gestalt aplicada a la psicopatología y a las perturbaciones contemporáneas

Milano 9-13 Aprile 2014 

Psicoterapeuti della Gestalt di lingua spagnola, provenienti da Messico, Cile, Spagna, Norvegia, Italia si sono riuniti questa settimana, a Milano, per partecipare al secondo incontro di psicopatologia gestaltica organizzato dall’Istituto di Gestalt HCC Italy.

Il tema di questo secondo seminario, che oggi si avvia alla conclusione, è dedicato all’esperienza borderline e alle esperienze d’ansia somatizzata, ed è condotto dal direttore dell’Istituto,  Margherita Spagnuolo Lobb e dal direttore dell’Istituto francese di Gestalt, Jean Marie Robine.

Riportiamo l’entusiasmo e il vissuto di gratitudine dei partecipanti per la possibilità, offerta dal nostro Istituto,  di uno spazio e di un tempo in cui confrontarsi sulla diagnosi e sul trattamento delle nuove evidenze cliniche portate dai loro pazienti, e di mettersi in gioco, nei lavori personali con i didatti, sulle risonanze e i vissuti emozionali che i pazienti sempre evocano negli psicoterapeuti.

I corsi di psicopatologia gestaltica organizzati dall’Istituto e coordinati da Gianni Francesetti si svolgono in lingua inglese, spagnola, e italiana.

Per Iscrizioni/Inscripciones e informazioni/Información: info@gestalt.it

 

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Le pubblicazioni dell’istituto: Il dolore e la bellezza


Siamo lieti di annunciavi la prossima pubblicazione di

Il dolore e la bellezza. Atti del terzo convegno della società Italiana di Psicoterapia della Gestalt

a cura di: G. Francesetti, M. Ammirata, S. Riccamboni, N. Sgadari e M. Spagnuolo Lobb.

 

Questo testo raccoglie i contributi del III Convegno della Società Italiana di Psicoterapia della Gestalt sul dolore e la bellezza. Siamo esposti, sovraesposti alla bellezza oggettuale e al dolore visivamente rappresentato, ma proprio questa continua esposizione ci desensibilizza alla bellezza relazionale, al dolore vivo che trasforma, alla speranza che in questa trasformazione dimora. Gli autori che hanno contribuito a quest’opera leggono questa tendenza al torpore, all’anestesia, alla narcosi come tratto caratteristico dello sviluppo sociale attuale.

Il convegno ha sottolineato una precisa visione della psicopatologia e della psicoterapia: La psicoterapia è assenza al confine di contatto, quindi anche anestesia e protezione dal dolore. La psicoterapia riapre i sentieri del sentire, dà dignità e dimora al dolore, ne rivela la bellezza e lo trasforma nell’arte del contatto tra terapeuta e paziente, tra l’organismo e il suo ambiente.

I contributi raccolti in questo libro spaziano dalla psicopatologia e la clinica al dialogo politico, dalla riflessione teorica alla prospettiva sociale, dal contributo con l’arte alla prospettiva interculturale.

 

Per prenotare il libro scrivi a info@gestalt.it
Per conoscere le altre pubblicazioni curate dall’Istituto di Gestalt HCC Italy clicca qui  

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Quaderni di Gestalt volume XXVI 2013/2: Il pensiero di Daniel Stern e la psicoterapia della Gestalt


Iniziamo a raccontare Daniel Stern attraverso le testimonianze della moglie Nadia Bruschweiler Stern, e di quattro suoi colleghi italiani, che gli sono stati particolarmente vicini: Massimo Ammaniti, Nino Dazzi, Vittorio Gallese e Graziella Fava Vizziello.

Stralci di testimonianze tratte dal Quaderno di Gestalt, Volume XXVI,  2013/2:

Il pensiero di Daniel Stern e la psicoterapia della Gestalt

 

Da un punto di vista intellettuale Dan sapeva come cercare, osservare, descrivere, contestualizzare e mettere in evidenza elementi universali dell’esperienza umana. Questi aspetti sono necessariamente collegati a molte teorie e discipline diverse. Credo che il suo lavoro fosse al di sopra di queste differenze, sempre alla ricerca degli aspetti fondamentali delle interazioni e delle relazioni umane.

Da un punto di vista umano, aveva una squisita capacità di entrare in contatto con le persone, facendo sempre sentire speciali coloro che incontrava. Questo aveva a che fare con il suo bisogno di seduzione, ma soprattutto era la sua fonte di vitalità e il suo campo di ricerca. Era curioso nei confronti della gente e viaggiava impegnandosi intensamente in ogni scambio. E così, quando incontrava le persone era sempre molto coinvolto, facendole sentire valorizzate dalla luce che emanava, per poi scomparire altrove con il suo raccolto.

Nadia Bruschweiler Stern

Per preotare il libro scrivi a info@gestalt.it  Read more…

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