Esperienza addictive: processi neurobiologici e riconoscimento terapeutico


-Giancarlo Pintus

Nel solco del rapporto tra teoria e pratica della psicoterapia della Gestalt e sapere neuro- scientifico, l’autore delinea le connessioni tra i processi neurobiologici nell’addiction e i vissuti traumatici di questa esperienza. Le aree corticali e subcorticali implicate nei processi dell’addiction risultano profondamente interconnesse con quelle deputate alle funzioni cognitive. Si tratta delle stesse aree che si attivano nelle primarie relazioni di attaccamento e che nell’addiction vengono traumatizzate dalla potenza dell’esperienza addictive. Esiste un nesso funzionale tra bisogno di appartenenza, sostegno e vulnerabilità all’addiction. La terapia dell’addiction diventa trasformativa nella misura in cui sa accogliere e coronare questa intenzionalità di appartenenza del campo organismo-ambiente.

Desiderio, piacere, addiction

Non si può comprendere l’esperienza addictive senza una riflessione sul piacere quale quota esistenziale determinante nella vita umana, ed è necessario guardare all’addiction come una disfunzione del piacere e dell’attaccamento. Cuore dell’esperienza addictive è la ricerca del piacere assoluto (Pintus e Crolle Santi, 2014); le aree corticali e subcorticali implicate nei processi percettivi del piacere risultano profondamente interconnesse e interdipendenti con le aree deputate alla memoria, l’apprendimento e il comportamento volontario. Stimoli particolarmente piacevoli attivano questi circuiti inviando all’organismo, tramite la cosiddetta cascata dopaminergica, il segnale biochimico che l’esperienza in atto è la cosa giusta in quel momento, una sensazione di allentamento della tensione paragonabile al sentirsi a casa propria.

È l’intensità della percezione che facilita l’apprendimento: più è forte il vissuto associato all’esperienza più l’apprendimento si integra stabilmente nello sfondo esistenziale modificando le strutture e le funzioni cerebrali. Un ruolo centrale è svolto, come detto, dai neuroni dopaminergici del sistema mesolimbico particolarmente impegnati nella modulazione dei processi di aspettativa del piacere (desiderio), mentre la componente consumatoria che genera appagamento sembra da attribuirsi all’endorfina (Guerrini, Marraffa, 2012). La distinzione tra desiderio e piacere è fondamentale nell’instaurarsi di un’esperienza di addiction poiché è l’aspettativa della ricompensa già sperimentata in precedenza a muovere la ricerca compulsiva dell’oggetto gratificante anche quando, per l’azione omeostatica dell’organismo, gli effetti sperimentati sono di potenza sempre inferiore.

2. Addiction come esperienza traumatica

3. Neuroplasticità e competenze relazionali nell’esperienza addictive

4. La terapia: tra biochimica ed esperienza di buon contatto

Tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVIII, 2015-1, La psicopatologia in psicoterapia della gestalt II Parte
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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La psicoterapia del trauma ad orientamento gestaltico


-Willi Butollo e Regina Karl.

Le esperienze traumatiche non solo provocano i noti sintomi legati al trauma, ma modificano altresì il sé ed i processi del sé della persona. Per il trattamento dei disturbi post-traumatici abbiamo a disposizione molteplici concetti terapeutici alternativi, che si basano su diversi modelli patogenetici. L’importanza della capacità dialogica intrapsichica, necessaria all’elaborazione del disturbo relazionale e delle interruzioni di contatto conseguenti al trauma, viene in genere trascurata.

La psicoterapia del trauma ad orientamento processuale, qui presentata, inserisce alcuni elementi della psicoterapia comportamentale all’interno della cornice della psicoterapia della Gestalt e si fonda su un concetto relazionale, con l’obiettivo di identificare e di sciogliere le interruzioni di contatto del soggetto. In questo modo si rendono nuovamente possibili il vissuto di continuità del soggetto e la capacità di risposta del sé. Utilizzando l’“esposizione dialogica” si fa riferimento alla natura dialogica dei processi del sé in ogni fase della terapia e si permette in questo modo alla persona di entrare in contatto e di confrontarsi con diverse parti di sé (traumatiche, non-traumatiche, pre-traumatiche).

1. Principi della psicoterapia del trauma ad orientamento gestaltico

La psicoterapia del trauma presentata di seguito coniuga dei metodi comportamentali con una cornice gestaltica. I metodi comportamentali, vengono utilizzati specialmente per ridurre i sintomi. I metodi gestaltici affrontano invece l’aspetto relazionale del trauma. Obiettivo della terapia, è sia la riduzione della sintomatologia, sia l’integrazione dell’esperienza traumatica e delle sue conseguenze nell’attuale contesto di vita.

La nostra psicoterapia del trauma comprende quindi due livelli. Il livello del trattamento dei sintomi, è molto specifico ed i relativi metodi si orientano verso una modalità terapeutica comportamentale. Il livello dell’interazione è invece piuttosto a-specifico, perché pone al centro l’elaborazione soggettiva del trauma. L’orientamento relazionale – cioè il contatto e la capacità di entrare in contatto – rappresentano il focus della terapia, dove per contatto si intende la modalità di attuare relazioni sia verso l’esterno (rete sociale), sia verso l’interno (capacità di dialogo tra le rappresentazioni delle parti di sé) (Butollo, 1997; Butollo, Krüsmann e Hagl, 1998).

L’articolo tratta i seguenti temi:

2. Il modello della psicoterapia del trauma ad orientamento gestaltico
3. Processo terapeutico
4. Esposizione dialogica

Tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXIIV, 2011-1, Concentrazione, emergenza e trauma
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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Trauma e Gestalt


Rinarrare una storia indicibile

– Lucia Guarnaccia e Jlenia Baldacchino.

L’articolo offre uno spunto per affrontare il trauma secondo la psicoterapia della Gestalt. Oltre alla lettura gestaltica del fenomeno, viene presentato il Protocollo Nova, in cui sono state previste delle domande il cui obiettivo è quello di fornire un primo sostegno al ciclo di contatto interrotto. L’aspetto originale consiste nell’integrazione del protocollo all’uso delle foto nella ricostruzione autobiografica dell’esperienza traumatica e il superamento di essa. L’articolo, inoltre, descrive una seduta terapeutica in cui L., paziente con diverse esperienze traumatiche alla spalle, sperimenta un nuovo modo di raccontarsi, condividendo con il terapeuta un nuovo modo di esserci nella relazione che le consente di sperimentare la spontaneità del contatto.

La trattazione del tema “Trauma e Gestalt” nasce dall’idea di voler approfondire un concetto che molti terapeuti si trovano ad affrontare tentando di fornire il giusto sostegno per quei pazienti, la cui vita è spesso segnata dalla ricerca di una verità, che però non li convince in pieno, o da cui forse si tengono sempre a debita distanza. Infatti, la nostra vita è regolata da attribuzioni di significato che costituiscono vere e proprie griglie per decodificare il mondo in cui viviamo e come ci muoviamo in esso.

Il trauma è un evento che rompe inaspettatamente questo senso che ognuno traccia nella propria vita, e che lascia impotenti di difendersi e di essere difesi.
Quando si è vittima di un’esperienza di sopraffazione inaspettata, violenta, travolgente e inconcepibile, come nel caso di abusi sessuali, di incidenti automobilistici o di disastri naturali, crollano anche numerose funzioni fondamentali della vita psichica, come il senso dell’identità, il senso della temporalità, la possibilità di dare un significato all’evento. Ciò rende l’evento non solo doloroso ma anche traumatico.

La trattazione dell’argomento, sviluppa il concetto di trauma secondo la psicoterapia della Gestalt e fornisce un esempio clinico, partendo da un forte interesse nei confronti dell’autobiografia come strumento valido per costruire l’identità della persona traumatizzata, utilizzando l’approccio della “foto-terapia” di Oliviero Rossi.

Trauma e Gestalt

Secondo la psicoterapia della Gestalt, la persona traumatizzata riesce a proteggere in qualche modo la sua vita psichica dal crollo della propria identità. In particolare, ciò che essa fa è aggirare la consapevolezza del terribile evento e dei bisogni che sono stati frustrati, effettuando come un salto da questa sensazione difficile da assimilare all’azione, che viene compiuta senza alcun significato (Cohen, 2002).

Ne consegue un’energia che rimane bloccata, una figura incompleta e un disorientato muoversi nell’ambiente disgiunto dalla sua eccitazione. L’organismo, così come si evidenzia nel disturbo post-traumatico da stress, proverà ogni tanto ad avvicendare a questa desensibilizzazione dei tentativi di rivivere pienamente le sensazioni di quell’esperienza attraverso vie alternative (flashback, sogni, ricordi), ma esse saranno solo prove iniziali di assimilare un’esperienza che risulterà ripetutamente inassimilabile.

Nell’attività di psicoterapeuta, lavorando con pazienti oncologici e con ragazzi vittime di incidenti stradali, ci si trova ad ascoltare più volte vissuti e storie interrotte e, con esse, tentativi sia di dare senso al dolore sia, successivamente, di voler dimenticare momenti insopportabili. La psicoterapia della Gestalt permette non solo di leggere queste dolorose esperienze, ma soprattutto di offrire ai pazienti un adeguato sostegno. (…)

Tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXIIV, 2011-1, Concentrazione, emergenza e trauma
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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Verso un approccio più profondamente incarnato


in psicoterapia della Gestalt

-James I. Kepner

Questo articolo esamina criticamente l’evoluzione del lavoro ad orientamento corporeo in psicoterapia della Gestalt. L’autore evidenzia i punti di forza dell’approccio gestaltico, come il lavoro sul presente ed il punto di vista integrato, ma ne sottolinea anche alcune possibili limitazioni teoriche come un’interpretazione troppo ristretta dell’epistemologia dei fondatori, l’inadeguatezza del considerare solo la consapevolezza ai fini del cambiamento psicofisico, la mancata inclusione di concetti strutturali e di metodologie corporee che comprendano il toccare ed il movimento e altri metodi corporei. Viene inoltre descritto un breve modello per mostrare i molti livelli di complessità di un approccio pienamente incarnato.

La pubblicazione di Body Process. Il lavoro con il corpo in psicoterapia (Kepner, 1987; trad. it., 1997) risale a ventuno anni fa. In quel libro avevo tentato di delineare una psicoterapia più pienamente orientata al corpo secondo l’approccio gestaltico. La psicoterapia della Gestalt, infatti, si è da sempre interessata al processo e all’esperienza corporea, ma la sua metodologia in questo ambito era rimasta fino a quel momento molto limitata.

L’uso fatto da molti terapeuti della Gestalt di alcune tecniche corporee intensive era a mio avviso una sorta di innesto di metodi o approcci talvolta incompatibili con le tecniche gestaltiche, e il risultato era spesso un pastic- cio poco integrato. A quei tempi ero un “Giovane Turco” di trentaquattro anni con la presunzione di correggere gli anziani e gli insegnanti del mondo gestaltico, rei a mio parere di non spingersi abbastanza in là nel lavoro corporeo. Forte della mia formazione in metodi prettamente corporei, e dei miei studi approfonditi su processi come la postura, la struttura corporea e il respiro, sentivo di avere una prospettiva precisa e la convinzione di aver qualcosa da dire.

Tuttavia, considero oggi questo testo semplicemente l’elaborazione di un punto di partenza per lo sviluppo di un approccio gestaltico orientato al lavoro corporeo, e solo ora, dopo molti anni di pratica, sono in grado di comprendere più pienamente il significato di un approccio incarnato. Sono d’altra parte grato per il posto che Body Process ha occupato nella letteratura gestaltica in tutti questi anni, come testo di base di molti programmi di formazione.

Certo, mi piacerebbe pensare che la longevità di questo testo sia dovuta alla mia grande erudizione, temo tuttavia che dipenda più che altro dal mancato sviluppo di un più ricco approccio corporeo in psicoterapia della Gestalt. Che Body Process non sia ancora stato soppiantato è forse una cri- tica implicita della attuale situazione della psicoterapia della Gestalt per quanto riguarda il lavoro sulla realtà incarnata della persona.

(…)

L’articolo tratta di:

1. La cosa più reale…
2. Body Process: sequenza non è “conversione”
3. Pezzi mancanti
4. Ampliare l’epistemologia ristretta della psicoterapia della Gestalt1
5. La consapevolezza non è sufficiente per un cambiamento psicofisico
6. Metodi fisici per la terapia corporea
7. Dove ci troviamo e di che cosa abbiamo bisogno
8. Verso un futuro incarnato

Tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVII, 2013/1, L’esperienza corporea in psicoterapia
Rivista semestrale di Psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli, pag. 67

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Il corpo come “veicolo” del nostro essere nel mondo.


L’esperienza corporea in psicoterapia della Gestalt
– Margherita Spagnuolo Lobb

“L’esperienza della nostra corporeità
non è l’esperienza di un oggetto,
ma del nostro modo di abitare il mondo”

U. Galimberti (1989)

Ho scelto la parola “veicolo” , in riferimento al corpo, nel titolo di questo lavoro perché penso che esprima bene, oggi, la prospettiva gestaltica sul corpo. Essa non è né analitica, né reichiana/corporea: per la psicoterapia della Gestalt, l’esperienza corporea è innanzitutto esperienza di movimento-con (concetto oggi affermato tra l’altro anche dalle neuroscienze). Essa è colta nella sua valenza fenomenologica ed estetica, che consente di dare sostegno al movimento come now-for-next.

Nel setting terapeutico, che è il contesto che ci interessa maggiormente, l’esperienza corporea esprime il movimento di integrazione/contatto per cui il paziente chiede sostegno al terapeuta.

In questo articolo prenderò in considerazione l’esperienza corporea in un modo che sia coerente con l’ermeneutica gestaltica, e che metta in luce i punti cruciali con cui sviluppare un aspetto così centrale per il nostro approccio – forse proprio per questo a volte dato per scontato. In un percorso che parte dall’antropologia e, passando dallo sfondo culturale e teorico dei fondatori, arriva allo specifico gestaltico contemporaneo sul corpo, cercherò di rispondere alle domande “qual è, per uno psicoterapeuta della Gestalt, il modo più naturale di considerare l’esperienza corporea propria e del paziente?” e “in che modo il coinvolgimento dell’esperienza corporea rende l’intervento terapeutico gestaltico efficace?”.

L’articolo sviluppa i senguenti temi:

1. La prospettiva antropologica in cui si pone l’esperienza corporea in psicoterapia della Gestalt

2. Il corpo come sede di relazioni incarnate e come “movimento” della creatività del sé

3. Esperienza corporea come ad-gredere: il sostegno al now-for-next

4. L’estetica dell’esperienza corporea come un “emergere” da un campo fenomenologico

5. L’esperienza corporea come esperienza del sé (funzioni-es, funzione-io e funzione-personalità)

  1. L’ansia, le somatizzazioni, la desensibilizzazione: l’esperienza cor- porea nella clinica
  2. Il lavoro sul corpo in psicoterapia della Gestalt

(…)

Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVI, 2013/1, L’emergere dell’esperienza somatica nel campo fenomenologico
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da FrancoAngeli, pag. 41

 

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Empatia incarnata tra psicoterapia della Gestalt e neuroscienze


– Valeria Rubino.

In accordo con il nuovo trend culturale che sancisce nell’uomo il primato della dimensione relazionale, l’articolo si propone di approfondire alcune riflessioni teoriche sul concetto di empatia sia in seno alla psicoterapia della Gestalt che in ambito neuroscientifico. Obiettivo del presente lavoro è individuare spunti di condivisione tra i risultati ottenuti dall’Infant Research, le neuroscienze ed alcuni elementi teorici ed epistemologici della psicoterapia della Gestalt.

(…)

Empatia e neuroscienze

Molti degli spunti teorici ed epistemologici caratteristici della psicoterapia della Gestalt, dalla tradizionale teoria del contatto al nuovo modo di concepire l’empatia, trovano un concreto riscontro nelle ultime e straordinarie scoperte raggiunte in ambito neuroscientifico. Nell’ultimo decennio, infatti, si sono compiuti ragguardevoli progressi nell’individuare i substrati neurali alla base dell’intersoggettività e dell’empatia.

 I neuroni specchio

Alcune importanti ricerche, compiute in ambito neurobiologico, hanno rivelato la presenza nel cervello di un gruppo particolare di neuroni, chiamati “neuroni specchio”, la cui caratteristica sarebbe quella di eccitarsi sia quando un soggetto compie una determinata azione, sia quando è un altro a compierla innanzi ai suoi occhi (Rizzolatti, 2006). Secondo alcuni scienziati, questa scoperta potrebbe spiegare il fenomeno dell’empatia rivelandone una presunta base biologica.

Le strutture neuronali coinvolte, infatti, quando noi proviamo determinate sensazioni ed emozioni sembrano essere le stesse che si attivano quando attribuiamo a qualcun altro quelle “stesse” sensazioni ed emozioni. La scoperta dei neuroni specchio è da attribuirsi ad un gruppo di ricercatori italiani che, attraverso studi elettrofisiologici condotti sul cervello del macaco, hanno individuato una classe di neuroni, situati nella porzione ventrale dell’area F5 della corteccia premotoria, e nella regione posteriore del lobo parietale (Gallese et al., 1996, 2002; Fogassi et al., 2005).

La peculiarità di questo gruppo di neuroni riguarda il loro attivarsi non solo quando la scimmia esegue azioni motorie finalizzate al raggiungimento di uno specifico scopo, ma anche quando altre scimmie eseguono azioni simili. Studi successivi hanno dimostrato che, oltre ad una funzione strettamente motoria, una particolare classe di neuroni specchio possiede anche funzioni audiovisive, attivandosi non solo durante l’esecuzione e l’osservazione delle azioni, ma anche di fronte al suono da esse prodotto.

Le straordinarie potenzialità di tali scoperte hanno indotto i neuroscenziati a ricercare anche nell’uomo l’esistenza di un sistema di neuroni specchio, ed i risultati di molteplici studi neurofisiologici e di neuroimaging funzionale, convergono nell’aver individuato anche nell’uomo un sistema mirror localizzato in regioni parieto-premotorie, verosimilmente omologhe a quelle descritte nella scimmia (Rizzolatti, Fogassi, Gallese, 2001; Gallese, Keysers, Rizzolatti, 2004).

La mole di informazioni che nel corso degli anni si sono accumulate sui neuroni specchio, hanno permesso di considerare questo meccanismo non come un semplice sistema finalizzato all’imitazione, ma come la base neurale di una forma diretta di comprensione dell’azione altrui.

Quanto fin qui esposto ci permette di postulare l’esistenza di un substrato neurale preposto a comprendere le azioni compiute dall’altro, una base neurofisiologica della comprensione empatica.

(…)

Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXIV, 2011-2, Psicoterapia della Gestalt e Neuroscienze
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da FrancoAngeli, pag. 26.

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L’arte del prendersi cura: dialogo su una seduta


– Margherita Spagnuolo Lobb, Adriano Schimmenti e Pietro Andrea Cavaleri. A cura di Teresa Borino

L’articolo riporta la trascrizione di una seduta dal vivo condotta nel 2010 da Margherita Spagnuolo Lobb durante un seminario presso l’Università Kore di Enna. La seduta è incentrata sul sostegno della consapevolezza, all’interno dell’esperienza co-costruita tra terapeuta e paziente. Parole e corporeità si intrecciano al confine di contatto, in una danza relazionale in cui il qui-ed-ora dell’incontro diviene bussola del terapeuta, per sostenere il now-for-next, l’intenzionalità di contatto della paziente. A seguire vengono riportati i commenti del Prof. A. Schimmmenti e del dott. P.A. Cavaleri, che hanno assistito alla seduta. Il risultato è un interessante dialogo e uno stimolante confronto tra due vertici osservativi del processo terapeutico: la psicoanalisi e la psicoterapia della Gestalt.

«E allora, non ascoltate le parole,
ma soltanto quello che vi dice la voce,
quel che vi dicono i movimenti,
quel che vi dice l’atteggiamento, quel che vi dice l’immagine. (…)
Se abbiamo occhi e orecchie, il mondo è aperto»
Perls (1980)

Le parole di Fritz Perls introducono alla prospettiva estetico- fenomenologica che ha animato la seduta dal vivo condotta da Margherita Spagnuolo Lobb in occasione di un seminario didattico presso l’Università Kore di Enna. L’intervento clinico poggia sul ground di una prospettiva olistica ed estetica dell’esperienza in cui ogni passaggio, parola e vissuto, anche il luogo più intimo delle percezioni e sensazioni corporee, sono considerati un fenomeno di campo. Le parole che sostengono e accompagnano l’esperienza affondano le loro radici nei vissuti senso-motori che originano al confine di contatto (cfr. Perls, Hefferline, Goodman, 1997; cfr. Borino, 2013). Ed è proprio ciò che avviene in questo confine ad essere disponibile alla nostra osservazione e all’intervento terapeutico.

Il farsi del contatto che anima la seduta è un’esperienza intercorporea (cfr. Merleau-Ponty, 1979; 1996) di movimenti intenzionali in cui la fisiologia e la corporeità in parte sono già date, e in parte si creano e si modificano in un continuum processuale nel campo fenomenologico “dato” (cfr. Borino, 2013). Il lettore viene coinvolto in un processo di progressivo sostegno alla consapevolezza del corpo-in-relazione, al movimento intenzionale della paziente che sottende il desiderio di raggiungere ed essere raggiunta, il processo della co-creazione del sé al confine di contatto. Quello che accade nel qui ed ora del confine di contatto avviene e si rivela a livello di respirazione, postura, tensione muscolare, cuore che batte, occhi che guardano e orecchie che sentono (cfr. Borino, 2013).

Per l’intera seduta Spagnuolo Lobb lavora tenendo costantemente presente il doppio binario del «livello diacronico dell’esperienza che costituisce lo sfondo dell’esperienza della paziente, e il livello sincronico, costituito dalla figura del disagio attuale e dell’intenzionalità di contatto che cerca di portare a compimento» (Spagnuolo Lobb, 2011, p. 98). Se l’attenzione della terapeuta è costantemente rivolta al here-and-now della relazione, la sua tensione è centrata sul now-for-next. All’interno di un’ottica di campo e di una prospettiva antropologica positiva, in cui l’adattamento creativo a situazioni difficili è la lente per guardare al malessere ma anche alle risorse della paziente, la lettura transferale prospettata dal prof. Schimmenti diventa per noi gestaltisti l’attualizzazione di competenze relazionali co-create nell’incontro.

Il modello estetico e processuale di Spagnuolo Lobb rende l’intervento psicoterapico fiducioso nell’autoregolazione della relazione, in ciò che già funziona, nella tensione verso. Per la psicoterapia della Gestalt, infatti, è proprio l’incontro tra il terapeuta ed il paziente che genera la possibilità di crescita e cambiamento attraverso la ristrutturazione percettiva dell’esperienza e la novità relazionale co-creata nel qui-ed-ora del contatto. Scopo della “cura” non è la comprensione razionale bensì qualcosa che ha a che fare con aspetti processuali ed estetici: il recupero della spontaneità nel contattare l’ambiente.

La seduta: Margherita Spagnuolo Lobb conduce la seduta, Adriano Schimmenti e Pietro A. Cavaleri osservano per poi fare il commento.

T.: Come ti chiami? Pz.: Paola.
T.: Vuoi che inizi io? Pz.: Sì.

T.: Puoi sederti più comoda possibile? Ok, prova a respirare un po’ più pienamente…

(…)

Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVIII, 2015-1, La psicopatologia in psicoterapia della Gestalt
Rivista Semestrale di Psicoterapia della Gestalt, edita da FrancoAngeli, pag 73

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Il Training Autogeno in psicoterapia della Gestalt. Rilassamento, consapevolezza, vitalità


– Teresa Borino

 

Il corpo e l’anima sono identici “in re” anche se non “in verbo”,
le parole corpo e anima denotano due aspetti della stessa cosa.

F. Perls (1995)

Il presente articolo propone una contestualizzazione dell’apprendimento e dell’utilizzo del Training Autogeno entro la cornice teorico-metodologica della psicoterapia della Gestalt. Dimostra come questa “adozione” può dare benefici non solo sul versante dell’acquisizione di una maggiore consapevolezza corporea, e dunque di un rilassamento psico-fisico, ma anche a sostegno di un percorso di apertura di sé al cambiamento nel contatto organismo/ambiente, ai fini del cambiamento terapeutico. L’uso del Training  Autogeno è anche utile al terapeuta per tenere la propria capacità di sentire il proprio corpo in allenamento.

Il Training Autogeno, che letteralmente significa “allenamento che si genera da sé”, è considerato una delle tecniche di rilassamento più efficaci. La distensione psichica e l’autoregolazione di funzioni normalmente involontarie, regolate dal sistema nervoso autonomo, sono tra gli obiettivi più conosciuti della tecnica.

La pratica del Training Autogeno consiste in un graduale e sistematico apprendimento di una serie di esercizi di concentrazione psichica passiva, particolarmente studiati e concatenati allo scopo di portare progressivamente al realizzarsi di spontanee modificazioni del tono muscolare, della funzionalità vascolare, dell’attività cardiaca e polmonare, dell’equilibrio neurovegetativo e dello stato di coscienza (Crosa, 1993, p. XI).

Il Training Autogeno è uno strumento poliedrico ideato da J.H.Schultz all’interno di una complessa concezione della vita, la bionomia, e di una teoria del metodo, l’autogenia, in cui il rilassamento è conseguenza del recupero del proprio equilibrio e della riarmonizzazione dei circoli vitali. La duttilità e la flessibilità della tecnica ne consentono l’impiego anche all’interno di modelli clinici diversi, ove è possibile recuperare le valenze psicoterapiche prospettate da Schultz nell’ambito della psicoterapia bionomica.

Psicoterapia della Gestalt e Training Autogeno sono accomunati da una visione olistica e integrativa dell’esperienza e si basano su alcuni principi teorici comuni: la focalizzazione sui processi di concentrazione e consapevolezza nel qui ed ora, l’accettazione passiva di quanto emerge spontaneamente, e la capacità di autoregolazione organismica.

L’ipotesi prospettata nel presente articolo è che contestualizzare l’apprendimento e l’utilizzo del Training Autogeno entro la cornice teorico-metodologica del modello della psicoterapia della Gestalt offre strumenti utili agli allievi che apprendono il metodo gestaltico, ai terapeuti che con esso si identificano nella pratica clinica, e ai loro pazienti. La tecnica del Training Autogeno, declinata secondo l’ermeneutica gestaltica, infatti, non solo addestra al rilassamento psico- fisico, ma sostiene anche un percorso di conoscenza e di consapevolezza di sé e dunque di cambiamento.

Vorrei, in ultimo, sottolineare che è consigliabile, a garanzia e tutela per i pazienti, che il terapeuta che voglia inserire nella propria pratica clinica il Training Autogeno, possieda delle nozioni (almeno di base) sulla fisiologia dei vari apparati e sistemi coinvolti.

(…)

L’articolo tratta i seguenti temi:

1. Stress e eccitazione

2. La respirazione e l’ansia

3. Il Training Autogeno nel trattamento dello stress e dell’ansia

4. Livelli di manifestazione dell’ansia e indicazione per il Training Autogeno

5. Il Training Autogeno in psicoterapia della Gestalt

Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVI, 2013/1, L’emergere dell’esperienza somatica nel campo fenomenologico
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da FrancoAngeli, pag. 109

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