Il caso di Simona da una prospettiva psicoanalitica


– Laura Grignola.

Questo articolo rappresenta un commento di una esponente della scuola psicoanalitica ortodossa all’esposizione di un caso centrato su un disturbo da attacchi di panico, seguito con approccio gestaltico. Risaltano quattro elementi di divergenza metodologica tra i due modelli:

  • la diagnosi
  • il tempo del percorso
  • l’azione nel setting terapeutico
  • la conclusione del lavoro clinico

Pur nella diversità degli approcci, e nel rispetto delle rispettive peculiarità, è evidente la possibilità di un confronto e l’opportunità di una reciproca “legittimazione” tra due scuole di pensiero e di prassi terapeutica che godono entrambe di dignità scientifica ed epistemologica. (…)

L’inflazionata diagnosi di attacco di panico, dal punto di vista della psicoanalisi non significa molto, perché può costituire ad esempio l’espressione di una sindrome fobica in senso stretto (il paziente riesce a circoscrivere il panico in determinati spazio situazioni), o essere l’angoscia senza nome di una strutturazione narcisistica e psicotica della personalità. La psicoanalisi (e questa è una delle critiche più accese che le vengono dirette), non si pone problemi di tempo. Naviga controcorrente, accompagna il paziente, come una guida, alla scoperta del mondo interno e delle modalità relazionali che gli sono proprie; va alla ricerca, in altre parole, della sua verità affettiva nel qui ed ora, lo aiuta ad orientarsi nella propria dimensione simbolica ( etimologicamente “mettere insieme” e cioè unire il fatto con il significato emotivo che esso ha per il soggetto). (…)

La patologia, in fondo, non è altro che interruzione dei nessi, un velo di mistificazione che si distende sul pensiero pervertendone o annullandone i significati. In una analisi, che si concede molto tempo (anni, a tre o quattro sedute settimanali), il sintomo non viene corretto o contrastato, viene accolto e dimenticato insieme, fino a che il suo significato affiora sullo sfondo proprio nel momento in cui il sintomo stesso non ha più troppi motivi di sussistere. (…)

 

Tratto da Quaderni di Gestalt, vol XXII, 2009/2, Psicoterapia della Gestalt e psicoanalisi
Rivista semestrale di Psicoterapia della Gestalt edita da FrancoAngeli

 

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Esperienza addictive: processi neurobiologici e riconoscimento terapeutico


-Giancarlo Pintus

Nel solco del rapporto tra teoria e pratica della psicoterapia della Gestalt e sapere neuro- scientifico, l’autore delinea le connessioni tra i processi neurobiologici nell’addiction e i vissuti traumatici di questa esperienza. Le aree corticali e subcorticali implicate nei processi dell’addiction risultano profondamente interconnesse con quelle deputate alle funzioni cognitive. Si tratta delle stesse aree che si attivano nelle primarie relazioni di attaccamento e che nell’addiction vengono traumatizzate dalla potenza dell’esperienza addictive. Esiste un nesso funzionale tra bisogno di appartenenza, sostegno e vulnerabilità all’addiction. La terapia dell’addiction diventa trasformativa nella misura in cui sa accogliere e coronare questa intenzionalità di appartenenza del campo organismo-ambiente.

Desiderio, piacere, addiction

Non si può comprendere l’esperienza addictive senza una riflessione sul piacere quale quota esistenziale determinante nella vita umana, ed è necessario guardare all’addiction come una disfunzione del piacere e dell’attaccamento. Cuore dell’esperienza addictive è la ricerca del piacere assoluto (Pintus e Crolle Santi, 2014); le aree corticali e subcorticali implicate nei processi percettivi del piacere risultano profondamente interconnesse e interdipendenti con le aree deputate alla memoria, l’apprendimento e il comportamento volontario. Stimoli particolarmente piacevoli attivano questi circuiti inviando all’organismo, tramite la cosiddetta cascata dopaminergica, il segnale biochimico che l’esperienza in atto è la cosa giusta in quel momento, una sensazione di allentamento della tensione paragonabile al sentirsi a casa propria.

È l’intensità della percezione che facilita l’apprendimento: più è forte il vissuto associato all’esperienza più l’apprendimento si integra stabilmente nello sfondo esistenziale modificando le strutture e le funzioni cerebrali. Un ruolo centrale è svolto, come detto, dai neuroni dopaminergici del sistema mesolimbico particolarmente impegnati nella modulazione dei processi di aspettativa del piacere (desiderio), mentre la componente consumatoria che genera appagamento sembra da attribuirsi all’endorfina (Guerrini, Marraffa, 2012). La distinzione tra desiderio e piacere è fondamentale nell’instaurarsi di un’esperienza di addiction poiché è l’aspettativa della ricompensa già sperimentata in precedenza a muovere la ricerca compulsiva dell’oggetto gratificante anche quando, per l’azione omeostatica dell’organismo, gli effetti sperimentati sono di potenza sempre inferiore.

2. Addiction come esperienza traumatica

3. Neuroplasticità e competenze relazionali nell’esperienza addictive

4. La terapia: tra biochimica ed esperienza di buon contatto

Tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVIII, 2015-1, La psicopatologia in psicoterapia della gestalt II Parte
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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