Quaderni di Gestalt n.2010/2 – La formazione in psicoterapia della Gestalt


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Quaderni di Gestalt
2010/2 – volume XXIII
La formazione in psicoterapia della Gestalt

Indice del numero

EDITORIALE

La formazione in psicoterapia della Gestalt: l’evoluzione del metodo,
di Margherita Spagnuolo Lobb

DIALOGHI

Nuove tendenze nella formazione dello psicoterapeuta,
di Donna Orange e Margherita Spagnuolo Lobb

RELAZIONI

Il processo di contatto formativo in psicoterapia della Gestalt,
di Margherita Spagnuolo Lobb, Maria Mione e Gianni Francesetti

West and East coasts: la formazione nella Gestalt terapia tra scienza ed esperienza
di Riccardo Zerbetto

LA GESTALT IN AZIONE

L’uso del verbatim nel processo formativo, di Giuseppe Sampognaro

STUDI E MODELLI APPLICATIVI

Dalla casa al mondo: quando l’eccitazione diventa paura di andare a scuola. Una lettura gestaltica del rifiuto della scuola
di Sebastiano Messina

Guaritori del Mali e terapeuti della Gestalt: due modelli formativi, un’unica
saggezza
di Carla De Gaetano

CONGRESSI

Lost in transformation? Changing identities in a Changing World,
di Cornelia Georgus e Paola Merlo

Nodi problematici della psicoterapia e prospettive future
di Irene Barbagallo e Sebastiana Giuliano

RECENSIONI

Giuseppe Galli (2009) (a cura di). La persona in relazione. Sviluppi della psicologia della Gestalt
di Bernd Bocian

Philippson, P. (2009). The Emergent Self: An Existential-Gestalt approach,
di Leslie Greenberg

Menditto M. (2011) (a cura di). Psicoterapia della Gestalt contemporanea.
Esperienze e strumenti a confronto
di Paolo Greco e Maria Maddalena Di Pasqua

Marini D. (2010). V come Vergogna
di Barbara Crescimanno

Virzì A., Signorelli M. (2007). Medicina Narrativa. Un viaggio nella
letteratura per comprendere il malato (e il suo medico)
di Giuseppe Armenia

APPENDICE

“Respira”. Racconto
di Giuseppe Sampognaro

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19,00 €

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Contenuti

La formazione in psicoterapia della Gestalt: l’evoluzione del metodo

Dalla sua fondazione, la psicoterapia della Gestalt è passata da una metodologia della prassi formativa “ingenua” ad una prassi ben articolata e varia. Sono lontani ormai i tempi in cui la formazione dello psicoterapeuta di orientamento umanistico avveniva fondamentalmente attraverso metodiche esperienziali (il lavoro personale in gruppo) e dimostrative (l’osservazione dal vivo del lavoro clinico dei “maestri”). Il concetto di essere centrato sul paziente (o sull’allievo), che 50 anni fa esprimeva il superamento della logica interpretativa, nei decenni si è evoluto nella conoscenza sempre più dettagliata delle emozioni che si sviluppano nella relazione terapeutica (e formativa) e nel suo sviluppo temporale.

In Italia, in particolare, il riconoscimento giuridico della professione dello psicoterapeuta (all’interno della legge n. 56/89 sull’ordinamento della professione dello psicologo) ha portato tutte le scuole ad una regolamentazione ufficiale della formazione, da depositare presso il Ministero dell’Università, che le ha condotte ad una riflessione sulla teoria della prassi. Questo “obbligo” da una parte ha migliorato la performance dei servizi formativi erogati, dall’altra ha fatto evolvere il pensiero sulla formazione, che, in linea con i trend culturali, ha decisamente abbandonato la formula del maestro come unico referente di un modello da apprendere. Oggi sono le scuole a proporre modelli formativi, comunità di insegnamento/apprendimento che crescono sia nel dialogo interno – tra i didatti e tra i didatti e gli allievi – che esterno, tra approcci diversi. La regolamentazione ufficiale dei programmi formativi ha anche favorito lo scambio tra metodi rispetto alle prassi formative, con una evidente apertura dei didatti verso terre di confine, quali la condivisione di ricerche e il dialogo sui casi clinici da epistemologie diverse.

Parallelamente a questo processo di evoluzione della prassi formativa gestaltica italiana, la fondazione degli Ordini degli Psicologi ha consentito l’istituzione di un codice etico della psicoterapia, che ha ben definito i confini del setting psicoterapico, escludendone possibili manipolazioni narcisistiche: ciò che guida l’intervento e la formazione è la domanda del paziente/allievo, non l’idea che il terapeuta o “maestro” si fa di essa.

In Italia dunque il confronto con le definizioni imposte dalla legge e dal codice deontologico ha portato le scuole di specializzazione in psicoterapia a erogare servizi formativi con standard altamente qualificati.

Oggi sappiamo che formare implica:

  • – aspetti giuridici: il riconoscimento formale della professione;
  • – aspetti amministrativi e gestionali: la struttura organizzativa che consente all’allievo di impegnarsi nella formazione in modo significativo. Le facilitazioni amministrative, la possibilità di rintracciare materiale didattico, la considerazione del punto di vista degli allievi sulla qualità, sono tutti strumenti che favoriscono il rispetto del bisogno formativo dell’allievo e le condizioni adeguate alla alta formazione;
  • – aspetti metodologici e didattici.
    L’aspetto metodologico-didattico della formazione gestaltica include a sua volta tre grandi categorie:
  • – la programmazione didattica (che deve essere in grado di trasmettere il modello in modo fluido e armonico);
  •  – la qualità dell’ambiente umano didattico (che riguarda sia la qualità dei didatti che il clima tra di loro e il senso di appartenenza al modello e alla Scuola);
  •  – una mappa per osservare il processo di gruppo della classe, come evoluzione delle intenzionalità di contatto degli allievi.
  • Ma, al di sopra di tutti questi aspetti, occorre collocare l’etica dell’azione formativa, come definizione sovraordinata a cui tutto ciò che riguarda la formazione va ricondotto, dalle dinamiche relazionali che e- mergono nel campo fenomenologico formativo alle pratiche amministrative e didattiche. L’etica garantisce il raggiungimento dello scopo “con- trattato” tra le parti, ossia la realizzazione dell’obiettivo formativo, il “dare forma” all’intenzione dell’allievo di diventare psicoterapeuta e all’intenzione del formatore di trasmettere un modello favorendone l’“incarnazione” in persone concrete.

La maggiore complessità e articolazione della formazione in psicoterapia della Gestalt deve tuttavia convivere con l’epistemologia gestaltica basata sulla spontaneità dei processi relazionali: per questo, formare nel nostro approccio diventa una sfida molto interessante. La prassi della formazione in gruppo – a differenza degli inizi storici del modello, in cui la formazione avveniva attraverso seminari molto significativi ma sporadici – è diventata un processo a lungo termine e si è arricchita della considerazione dei processi di gruppo. La “novità, eccitazione e crescita” che, come nel titolo del testo fondante di Perls, Hefferline e Goodman, erano considerate necessarie per la crescita individuale, oggi sono considerate necessarie per il processo di crescita del gruppo in formazione. Il processo di gruppo, mai preso in considerazione nel modello formativo di Perls, è diventato uno specifico gestaltico della formazione psicoterapica dagli anni ’80 in poi, grazie soprattutto alle riflessioni all’interno del New York Institute for Gestalt Therapy e da parte di altri colleghi.

I contributi raccolti in questo numero dei Quaderni di Gestalt intendono offrire ai lettori il punto di vista di alcuni psicoterapeuti contemporanei.

Apre il numero, nella sezione “Dialoghi”, una mia intervista a Donna Orange, una psicoanalista che da anni è in dialogo con alcuni colleghi di psicoterapia della Gestalt, sia negli Stati Uniti che in Europa, in particolare con Lynne Jacobs, Dan Bloom e Frank Staemmler. La sua prospettiva sulla formazione dello psicoterapeuta e sul contributo che a questo tema può dare la psicoterapia della Gestalt rappresenta per i lettori dei Quaderni di Gestalt uno sguardo prezioso, una possibilità di confrontarsi con colleghi di altri modelli sull’evoluzione della mentalità terapeutica.

Nella sezione “Relazioni”, tre didatti dell’Istituto di Gestalt HCC presentano il loro pensiero sulla formazione, per come esso si è evoluto a partire da alcune formulazioni pubblicate in questa Rivista negli anni ’90. Gli autori, Maria Mione, Gianni Francesetti e la sottoscritta, si riferiscono a più di 20 anni di esperienza di gruppi formativi a lungo termine, in primo luogo nella Scuola di Specializzazione riconosciuta dal Ministero dell’Università.

Nella stessa sezione, Riccardo Zerbetto – in “West and East Coasts: la formazione nella psicoterapia della Gestalt tra scienza ed esperienza” – fa da contraltare al precedente articolo, presentando fondamentalmente la prospettiva sulla teoria e la prassi gestaltica di Claudio Naranjo. Convinti della validità dell’atteggiamento di Perls che, nel periodo del dopoguerra, affermava il primato dell’esperienza (e quindi della prassi) contro il prevalere dello psicologismo (allora facilmente assimilabile alla “teoria”), siamo altrettanto convinti che, per la sopravvivenza della psicoterapia della Gestalt nella società attuale, l’integrazione tra teoria e pratica garantisce valori importanti per la cura della “liquidità” post-moderna, quali una onestà teorica, una realistica identità e una pratica clinica non “grandiosa”. Nella tradizione del dialogo che i Quaderni di Gestalt vogliono favorire tra gli istituti italiani di psicoterapia della Gestalt, lasciamo ai lettori la possibilità di cogliere aspetti integrativi da sviluppare attraverso contributi scientifici, che la Rivista sarà lieta di ospitare.

Nella sezione “La Gestalt in azione”, Giuseppe Sampognaro, didatta di psicoterapia e maestro della scrittura creativa, fornisce uno strumento formativo per gli allievi delle scuole di specializzazione in psicoterapia. L’articolo, dal titolo “L’uso del verbatim nel processo formativo gestaltico”, rivela l’arte di scrivere un verbatim, come momento di riflessione sulle scelte cliniche operate dall’allievo e sul processo terapeutico. Il verbatim è anche un importante strumento di valutazione da parte dello staff didattico. Sulla scia del famoso libro di Perls, l’allievo potrà sviluppare le proprie competenze terapeutiche a vari livelli: sia scegliendo che cosa e come riportare i passi all’interno di una seduta, sia riconoscendo i momenti salienti del processo terapeutico a lungo termine.

Nella sezione “Studi e modelli operativi”, Sebastiano Messina, psicoterapeuta didatta, propone una lettura e un modello di intervento gestaltico sul rifiuto dei bambini di andare a scuola: “Dalla casa al mondo: quando l’eccitazione diventa paura di andare a scuola. Una lettura gestaltica del rifiuto della scuola”. Il contributo, utile per gli interventi psicologici sulla dispersione scolastica, aiuta a comprendere gli aspetti processuali del rifiuto e a sostenere l’intenzionalità del bambino di realizzare la riuscita scolastica.

Nella stessa sezione, Carla De Gaetano presenta la sua tesi di specializzazione: “Guaritori del Mali e terapeuti della Gestalt: due modelli formativi, un’unica saggezza”. L’articolo esplora un aspetto etnico e culturale della formazione: come i guaritori del Mali vengono formati con uno spirito simile a quello che anima il formatore terapeuta della Gestalt.

Nella sezione “Recensioni”, Bernd Bocian ci presenta il libro a cura di Giuseppe Galli, La persona in relazione. Sviluppi della psicologia della Gestalt. Il professore di Macerata raccoglie in quest’opera alcuni studi sul rapporto tra psicologia della Gestalt e la persona, con un approccio relazionale e di campo. Si tratta di un’opera particolarmente interessante per noi psicoterapeuti della Gestalt, recensita da uno psicoterapeuta ricercatore tedesco, autore tra l’altro del libro Fritz Perls a Berlino, di recentissima pubblicazione, che è già un best seller all’estero, di prossima uscita in Italia a cura di questo Istituto.

Ed è proprio la recensione del libro di Bocian che segue, a firma di Zvi Lothane, psicoanalista newyorkese che ha tra l’altro scritto il saggio in difesa di uno dei più famosi pazienti della storia della psichiatria: In Defense of Schreber: Soul Murder and Psychiatry.

Segue una recensione del libro di Peter Philippson (2009), The Emergent Self: An Existential-Gestalt Approach, a firma di Leslie Greenberg, famoso psicoterapeuta umanistico che ha dedicato gran parte della sua carriera alla ricerca, egli stesso fondatore di un metodo psicoterapico basato sulle emozioni. La schiettezza con cui Greenberg critica il libro dello psicoterapeuta della Gestalt di Manchester è esemplare e stimolante.

Paolo Greco e Maria Maddalena Di Pasqua recensiscono il libro degli atti del convegno della FISIG (Federazione Italiana Scuole e Istituti Ge- stalt) svoltosi a Roma nel febbraio 2008, curato dalla collega Maria Menditto, al tempo presidente dell’associazione.

Barbara Crescimanno recensisce il libretto di Daniele Marini “V” come vergogna, inserito in una collana chiamata Psicoguide, Alfabeti per le emozioni. Sia il recensore che l’autore sono psicoterapeuti della Gestalt.

Infine Giuseppe Armenia, un didatta della Scuola di Specializzazione, ci parla del libro sulla medicina narrativa (Un viaggio nella letteratura per comprendere il malato – e il suo medico) scritto da Antonino Virzì e Maria Signorelli, quest’ultima psicoterapeuta della Gestalt. Il testo testimonia la tendenza (e la necessità) di integrazione tra l’evidenza clinica così come è raccontata dal medico con quella raccontata dal malato. La psicoterapia della Gestalt non può che essere in prima linea nell’attuazione di questo sviluppo.

Nella sezione “Congressi”, Cornelia Georgus e Paola Merlo raccontano il 10° congresso della European Association for Gestalt Therapy, svoltosi a Berlino a settembre 2010. Con le loro parole riescono a trasmetterci le emozioni, i contenuti e la complessità che ha caratterizzato l’incontro di Berlino, e ci danno il senso di “comunità-in-evoluzione” che si respira in questi congressi triennali.

Nella stessa sezione, Irene Barbagallo e Sebastiana Giuliano raccontano il 35° convegno dell’Accademia di Psicoterapia della Famiglia, organizzato da Maurizio Andolfi nel giugno 2010 a Roma, con la presenza, tra gli altri, di Vittorio Gallese e Daniel Stern. Si è trattato di un dialogo tra la psicoterapia, le neuroscienze, le teorie evolutive, le teorie motivazionali, un dialogo insomma tra saperi che porta la nostra mente terapeutica nel futuro e che ci rende più appassionati del nostro lavoro e del nostro approccio.

Infine, in appendice, un racconto di Giuseppe Sampognaro, “Respira”, ci fa vivere con toccante poesia quanto il diventare psicoterapeuti incide sul senso della nostra esistenza.

Ed è su questa nota di passione per il dialogo e per la trasmissione dell’arte terapeutica che vi auguro buona lettura, dandovi appuntamento per i prossimi numeri del 2011, che saranno dedicati, il primo, a “trauma ed emergenza” ed il secondo a “neuroscienze e psicoterapia”.

Margherita Spagnuolo Lobb
Direttore Istituto di Gestalt HCC Italy
Siracusa, Dicembre 2010

Il numero apre con un’intervista a Donna Orange, una psicoanalista
intersoggettiva che da qualche anno è in continuo dialogo con alcuni colleghi del New York Institute for Gestalt Therapy, e prosegue con articoli sulla formazione di colleghi gestaltisti italiani appartenenti a correnti diverse.
I due contributi di Giuseppe Sampognaro (uno sull’uso del verbatim, scritto
per gli allievi delle scuole di psicoterapia, e il racconto in appendice sul “senso” dell’essere psicoterapeuti), come pure il modello per l’assenteismo scolastico di Sebi Messina, rendono il numero particolarmente utile e innovativo per i lettori. Il contributo di Riccardo Zerbetto e quello di Spagnuolo Lobb, Mione, Francesetti, poi, sostengono lo stimolante confronto tra diversi approcci di psicoterapia della Gestalt in Italia.

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