L’utilizzo dell’approccio sensomotorio nel lavoro con il trauma


-Miriam Taylor

Ispirandosi alle intuizioni legate alla ricerca neuroscientifica – nello specifico sull’eccitazione autonomica, sulla struttura cerebrale e la plasticità neuronale – l’articolo prende in esame i recenti sviluppi in materia di trattamento del trauma e le modalità d’integrazione delle nuove conoscenze con la metodologia gestaltica. 

La terapia sensomotoria del trauma offre alcuni nuovi concetti attraverso i quali è possibile riconsiderare il trattamento in una modalità che lo renda più sicuro ed efficace. Attraverso l’uso di esempi clinici, l’articolo illustra l’applicazione di tre concetti sensomotori, integrandoli con la pratica gestaltica. Descrive inoltre brevemente il ruolo del sistema difensivo nel trattamento del trauma in una prospettiva sensomotoria. In tutto il testo vengono considerati gli aspetti relazionali di questa tipologia di lavoro.

La terapia sensomotoria per il trattamento del trauma è nata sulla scia dei principi della Hakomi Therapy (Kurtz, 1990; 2007), a sua volta influenzata da Fritz Perls e Wilhelm Reich. Sebbene le sue basi teoriche, ispirate alle ricerche sul trauma, siano diverse da quelle della terapia della Gestalt, molti sono gli aspetti condivisi. La terapia sensomotoria ricava alcuni elementi dalle neuro- scienze e li elabora al fine di formulare una metodologia coerente per il trattamento del trauma (Odgen, Minton, Pain, 2006). Essa ci consente di attingere ad alcuni concetti teorici, diagnostici e metodologici interconnessi fra loro, quattro dei quali saranno discussi in questo articolo.

La psicoterapia sensomotoria enfatizza il ruolo del corpo nella cura finalizzata al superamento del trauma (vedi anche van der Kolk, 1994) e considera il fatto che il fallimento nell’integrazione dell’esperienza fa parte del lavoro con il trauma (Janet, in Ogden, Minton, Pain, 2006, p. 36). Personalmente ho trovato il metodo sensomotorio prezioso ed efficace quando l’ho integrato nella mia pratica gestaltica, per quanto esso presenti alcune “sfide” per gli psicoterapeuti della Gestalt e malgrado, ad una prima impressione, la psicoterapia sensomotoria sembri avere poco da offrire ai terapeuti della Gestalt, per la presenza di numerosi aspetti comuni.

La psicoterapia sensomotoria si esprime in termini di monitoraggio, speri- mentazione, contatto e mindfulness. Descrive con chiarezza e precisione per- ché questi atteggiamenti supportano la terapia del trauma, cosa che invece non è esplicitata nella letteratura della Gestalt. Il terapeuta sensomotorio è più selettivo nello scegliere le figure da trattare, più ripetitivo nell’applicare le tecniche e ha uno scopo ben preciso quando lavora con il trauma.

Ciò può essere applicato anche alla pratica gestaltica, ma è nell’attenzione a certi dettagli dell’esperienza che sta la differenza. La psicoterapia sensomotoria potrebbe essere criticata in quanto eccessivamente tecnica e stereotipata, troppo “io-esso”, ma in realtà richiede una grande maestria perché le sue competenze siano usate in modo fluido e «incorporate nella spontaneità relazionale» (Bromberg, 2011, p. 123). Nelle mani di un terapeuta relazionale esperto diventa un approccio altamente flessibile, efficace e singolare.

(…)

L’articolo affronta i seguenti temi:

2. La finestra di tolleranza

3. Risorse somatiche

4. La risposta orientativa

5. I sistemi difensivi

Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVIII, 2015-1, La psicopatologia in psicoterapia della Gestalt parte II
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli, pag. 9

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Dalla solitudine alla condivisione della sofferenza nel mondo del lavoro


-E. Conte, M. Mione e P. Fontana.

Le Autrici presentano l’esperienza di un gruppo di auto-aiuto sul tema della solitudine e della condivisione nel mondo del lavoro, nato in un’azienda, tramite un’intervista ad una lavoratrice dell’azienda stessa. Dopo una introduzione che evidenzia l’importanza socio-politica dell’essere gruppo e la presentazione dell’intervista vengono proposte delle riflessioni conclusive nelle quali viene riletta l’esperienza della solitudine secondo l’ottica della psicoterapia della Gestalt, sottolineando l’importanza del gruppo di auto-aiuto come laboratorio di costruzione di ground e di competenze relazionali “rivoluzionarie” per la società attuale.

La psicologia e la psicoterapia partecipano a pieno titolo alla costruzione di un pensiero e di una prassi in rapporto alla “pòlis”, alla costruzione della comunità e della cittadinanza. La psicoterapia della Gestalt, in particolare, è da sempre interessata ad offrire il suo contributo alle modalità del convivere nella pòlis (Goodman, 1967; Polster, 2006; Francesetti 2011), alla qualità di quell’incessante scambio relazionale che avviene tra l’organismo umano e il suo ambiente, tra gli individui e le loro comunità, tra il cittadino e la pòlis.

La psicoterapia della Gestalt si impegna a favore della qualità delle relazioni e, nel fare questo, promuove lo sviluppo di quelle capacità critiche e di condivisione che costituiscono i presupposti necessari per la creazione di un tessuto sociale, per un senso di identità collettiva, in cui le singole soggettività abitino a pieno diritto. Tutto ciò si riassume nel concetto gestaltico di adattamento creativo alla solitudine, che esprime la possibilità di integrazione tra «la creatività, che esprime l’unicità, e l’adattamento che esprime la reciprocità (…), tra la necessità di adeguarsi alle esigenze della società e il bisogno di sviluppo differenziato e creativo che è insito in ogni individuo» (Spagnuolo Lobb, Salonia e Sichera, 2001, p. 186).

Coniugare l’esperienza dell’individualità con quella della socialità favorisce la produzione e la trasformazione di senso, e quindi la creazione di nuovi mondi possibili, di nuovi modelli di vita (Mione, Conte, 2004). L’essere gruppo è uno spazio-tempo particolarmente significativo nel quale questo processo può attuarsi, spazio-tempo all’interno del quale è possibile radicarsi in nuove appartenenze, aprirsi alla creatività, alla diversità, alla conflittualità, costruire narrazioni che si traducano in sistemi di rappresentazione comune. Per questi motivi, l’essere gruppo in qualsiasi ambito (sociale, ricreativo, terapeutico, ecc.) appare oggi una cerniera preziosa tra l’individuo e il macro sistema, un “ganglio” che connette il tessuto vivo della società attuale, tessuto che è sottoposto a continue lacerazioni e dal quale i più “svantaggiati” rischiano di essere espulsi.

L’esperienza che raccontiamo in questo articolo testimonia quanto appena affermato. Essa è stata presentata nella terza edizione del festival dei Matti di Venezia, nel 2011, da  Paola Fontana (protagonista della nostra intervista) e Tiziana Crostelli (impiegata, assieme a Fontana, dell’azienda Agile – ex-Eutelia – di Pregnana Milanese), da Corrado Mandreoli (responsabile delle politiche sociali della Camera del Lavoro di Milano) e da Massimo Cirri (psicologo presso la Camera del Lavoro di Milano e conduttore del programma radiofonico “Caterpillar”). Ci sembra che la loro esperienza di formazione di un gruppo di auto-aiuto in azienda meriti di essere raccontata, per la qualità innovativa che caratterizza il modo con cui si sono occupati di relazioni nel mondo aziendale, dando sostegno al singolo lavoratore e soprattutto contribuendo a creare un nuovo concetto di lavoro e di comunità.

Maria Mione ed Elisabetta Conte intervistano Paola Fontana

Puoi descrivere in breve quale è stata l’evoluzione di questa esperienza, ricostruendone la storia, dall’occupazione dell’azienda alla costituzione del gruppo di auto-aiuto?

(…)

Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXV, 2012/1, La psicoterapia della Gestalt per i gruppi
Rivista semestrale di Psicoterapia della Gestalt edita da FrancoAngeli,  pag. 12

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La Relazione secondo la PdG


Noi, l’altro e l’ambiente. Gli psicoterapeuti rispondono..

La psicoterapia della Gestalt (PdG) studia il qui e ora della relazione, definito come l’accadere, il rivelarsi dell’esperienza co-creata da organismo-e-ambiente-in-contatto. In PdG la relazione è definita come l’evolversi dei contatti tra un dato “organismo-animale-umano” e una parte del suo ambiente (umano o non umano).
Il termine “contatto” implica l’interesse per l’esperienza generata dalla concretezza dei sensi, e dunque per i valori estetici e processuali della relazione. Il confine di contatto è il luogo in cui si dispiega il sé e la fenomenologia dell’incontro, con le fasi del pre-contatto, contatto, contatto pieno e post-contatto, include sfondi (acquisizioni passate) e figure (determinazioni attuali protese al futuro).
L’aggressività, in quanto forza spontanea destrutturante di sopravvivenza, sostiene l’esperienza di andare verso l’altro, e l’adattamento creativo consente all’individuo di differenziarsi dal contesto sociale, ma anche di esserne pienamente e significativamente parte.

La relazione terapeutica: l’esserci-con del terapeuta e del paziente creano un campo esperienziale in cui l’evolversi spontaneo (non ansioso) del sé al confine di contatto è possibile e l’intenzionalità insita nella richiesta di cura del paziente può attuarsi.

M. Spagnuolo Lobb e P.A. Cavaleri

Definizione tratta da GestaltPedia, l’enciclopedia della Gestalt

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