Dalla solitudine alla condivisione della sofferenza nel mondo del lavoro


-E. Conte, M. Mione e P. Fontana.

Le Autrici presentano l’esperienza di un gruppo di auto-aiuto sul tema della solitudine e della condivisione nel mondo del lavoro, nato in un’azienda, tramite un’intervista ad una lavoratrice dell’azienda stessa. Dopo una introduzione che evidenzia l’importanza socio-politica dell’essere gruppo e la presentazione dell’intervista vengono proposte delle riflessioni conclusive nelle quali viene riletta l’esperienza della solitudine secondo l’ottica della psicoterapia della Gestalt, sottolineando l’importanza del gruppo di auto-aiuto come laboratorio di costruzione di ground e di competenze relazionali “rivoluzionarie” per la società attuale.

La psicologia e la psicoterapia partecipano a pieno titolo alla costruzione di un pensiero e di una prassi in rapporto alla “pòlis”, alla costruzione della comunità e della cittadinanza. La psicoterapia della Gestalt, in particolare, è da sempre interessata ad offrire il suo contributo alle modalità del convivere nella pòlis (Goodman, 1967; Polster, 2006; Francesetti 2011), alla qualità di quell’incessante scambio relazionale che avviene tra l’organismo umano e il suo ambiente, tra gli individui e le loro comunità, tra il cittadino e la pòlis.

La psicoterapia della Gestalt si impegna a favore della qualità delle relazioni e, nel fare questo, promuove lo sviluppo di quelle capacità critiche e di condivisione che costituiscono i presupposti necessari per la creazione di un tessuto sociale, per un senso di identità collettiva, in cui le singole soggettività abitino a pieno diritto. Tutto ciò si riassume nel concetto gestaltico di adattamento creativo alla solitudine, che esprime la possibilità di integrazione tra «la creatività, che esprime l’unicità, e l’adattamento che esprime la reciprocità (…), tra la necessità di adeguarsi alle esigenze della società e il bisogno di sviluppo differenziato e creativo che è insito in ogni individuo» (Spagnuolo Lobb, Salonia e Sichera, 2001, p. 186).

Coniugare l’esperienza dell’individualità con quella della socialità favorisce la produzione e la trasformazione di senso, e quindi la creazione di nuovi mondi possibili, di nuovi modelli di vita (Mione, Conte, 2004). L’essere gruppo è uno spazio-tempo particolarmente significativo nel quale questo processo può attuarsi, spazio-tempo all’interno del quale è possibile radicarsi in nuove appartenenze, aprirsi alla creatività, alla diversità, alla conflittualità, costruire narrazioni che si traducano in sistemi di rappresentazione comune. Per questi motivi, l’essere gruppo in qualsiasi ambito (sociale, ricreativo, terapeutico, ecc.) appare oggi una cerniera preziosa tra l’individuo e il macro sistema, un “ganglio” che connette il tessuto vivo della società attuale, tessuto che è sottoposto a continue lacerazioni e dal quale i più “svantaggiati” rischiano di essere espulsi.

L’esperienza che raccontiamo in questo articolo testimonia quanto appena affermato. Essa è stata presentata nella terza edizione del festival dei Matti di Venezia, nel 2011, da  Paola Fontana (protagonista della nostra intervista) e Tiziana Crostelli (impiegata, assieme a Fontana, dell’azienda Agile – ex-Eutelia – di Pregnana Milanese), da Corrado Mandreoli (responsabile delle politiche sociali della Camera del Lavoro di Milano) e da Massimo Cirri (psicologo presso la Camera del Lavoro di Milano e conduttore del programma radiofonico “Caterpillar”). Ci sembra che la loro esperienza di formazione di un gruppo di auto-aiuto in azienda meriti di essere raccontata, per la qualità innovativa che caratterizza il modo con cui si sono occupati di relazioni nel mondo aziendale, dando sostegno al singolo lavoratore e soprattutto contribuendo a creare un nuovo concetto di lavoro e di comunità.

Maria Mione ed Elisabetta Conte intervistano Paola Fontana

Puoi descrivere in breve quale è stata l’evoluzione di questa esperienza, ricostruendone la storia, dall’occupazione dell’azienda alla costituzione del gruppo di auto-aiuto?

(…)

Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXV, 2012/1, La psicoterapia della Gestalt per i gruppi
Rivista semestrale di Psicoterapia della Gestalt edita da FrancoAngeli,  pag. 12

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Il setting di gruppo, il dialogo


Dialogo tra: C. Lo Piccolo, G. Lo Castro e M. Spagnuolo Lobb (Parte I)

Gli Autori invitano tre capiscuola di modelli psicoterapici diversi – Calogero Lo Piccolo per la gruppoanalisi, Giovanni Lo Castro per lo psicodramma freudiano e Margherita Spagnuolo Lobb, per la psicoterapia della Gestalt – a rispondere ad alcune domande cruciali per la terapia di gruppo nella clinica contemporanea. I temi affrontati trasversalmente dai tre approcci riguardano la definizione del setting gruppale, la dimensione del sentire corporeo, l’estetica dell’essere gruppo, le riflessioni sul concetto di autoregolazione e sull’an-tropologia sociale che animano l’intervento di gruppo, e infine valutazioni sul futuro della psicoterapia di gruppo in considerazione delle evoluzioni sociali e culturali degli ultimi anni. Un confronto tra epistemologie e prospettive di pensiero che forniscono un’opportunità di riflessione e un’occasione per ampliare gli orizzonti di conoscenza sulla clinica dei gruppi.

  1. La prima domanda riguarda proprio la definizione di setting di gruppo. Nel vostro approccio c’è una lettura dell’esperienza del singolo nel gruppo o dell’esperienza del gruppo come un unico organismo? In che misura si considera l’uno o l’altro aspetto e a quale viene dato più rilievo in termini di modello di cura?

Calogero Lo Piccolo: La definizione più classica che viene data dagli autori, in primo luogo Foulkes, alla funzione terapeutica del gruppo secondo il modello gruppoanalitico è “terapia analitica dell’individuo attraverso il gruppo” (cfr. F. Di Maria, I. Formica, 2009). Tale espressione sta ad indicare che il focus dell’attenzione non è centrato né sul gruppo come insieme unico ed indistinto, né sull’individuo in relazione al gruppo. Il focus è contemporaneamente sulle relazioni attuali, vive e concrete tra i vari componenti del gruppo, e sulle relazionalità interne inconsce che in modo transferale vengono elicitate dall’esperienza attuale del gruppo. Il rimando continuo è quindi tra il qui ed ora dell’esperienza gruppale e il lì ed allora delle esperienze soggettive, attraverso l’attivazione dei processi di risonanza, rispecchiamento, identificazione tra i vari membri del gruppo. La lettura da parte del conduttore dei diversi momenti del processo gruppale è principalmente finalizzata a facilitare la comunicazione autentica tra i partecipanti al gruppo. Il focus terapeutico ultimo, nella mia pratica analitica, resta comunque molto centrato sulla persona.
L’esperienza del gruppo terapeutico è una straordinaria opportunità di apprendimento su se stessi e sulle proprie modalità affettive e relazionali meno visibili, un luogo in cui esplorare potenzialità soggettive inespresse e spesso a se stessi ignote, il tutto reso possibile da un campo esperienziale in cui si creano e attivano legami affettivi profondi tra i vari partecipanti.

(…)

Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXV, 2012/1, La psicoterapia della Gestalt con i gruppi
Rivista semestrale di Psicoterapia della Gestalt edita da FrancoAngeli, pag. 12

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La psicoterapia della Gestalt con i gruppi


In linea con una visione che amplia lo sguardo dall’individuo al campo organismo/ambiente, la psicoterapia della Gestalt afferma l’unicità e l’autonomia del processo di gruppo rispetto all’individuo.
È interessante notare come, nello stesso periodo in cui nasceva la psicoterapia della Gestalt, Bion (1952), per esempio, considerava il gruppo come un apparato psichico a sé, con una propria mentalità e una propria cultura; vedeva nello scopo di preservare il gruppo quasi una motivazione sovra-ordinata delle persone, e perfino il conflitto era per lui una tecnica che i membri adottano per preservare il gruppo (Bion, 1952, p. 63). Non possiamo non legare questo interesse degli studi psicoterapici verso i gruppi e la comunità sociale all’evoluzione di una cultura, quella occidentale, che a metà del secolo scorso voleva prendere le distanze da regimi autoritari e mentalità egoiche.
A differenza di altri studi sistemici o analitici, la psicoterapia della Gestalt si interessa del campo fenomenologico nel setting terapeutico. L’esperienza dei soggetti coinvolti è il focus del nostro studio, laddove esperienza per noi vuol dire presenza ai sensi, globalità dell’esserci in una data situazione. Se questo processo è stato considerato in psicoterapia della Gestalt per quanto riguarda l’esperienza degli individui in gruppo, non c’è stata ancora una riflessione approfondita e sufficientemente condivisa sull’ottica fenomenologica del processo di gruppo.

Questo numero dei Quaderni di Gestalt ha il duplice scopo di dialogare con alcuni esponenti non gestaltici sulla clinica contemporanea dei gruppi, e di fare un punto sulla clinica gestaltica dei gruppi.
Sono contenuti una serie di dialoghi inediti: Teresa Borino coordinatrice editoriale della rivista, e Giuseppe Craparo, docente universitario, psicodrammatista, intervistano tre rappresentanti di altrettanti modelli: Calogero Lo Piccolo (gruppoanalista), Giovanni Lo Castro (psicodrammatista e lacaniano) e Margherita Spagnuolo Lobb (gestaltista), sulla definizione, la valenza terapeutica e l’uso del corpo nel setting gruppale. Dalle loro risposte emergono differenze epistemologiche e condivisioni cliniche ed etiche, utilissime per chi vuole fare un confronto tra pratiche gruppali diverse.

Margherita Spagnuolo Lobb

Quaderni di Gestalt, volume XXV, 2012/1, La psicoterapia della Gestalt con i gruppi
Rivista semestrale di Psicoterapia della Gestalt edita da FrancoAngeli

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