Dal triadico al quadriadico


il sé gemellare e riflessioni sulla fratria in psicoterapia della Gestalt

-Gina Merlo.

Nel panorama di circa trenta anni fa, nelle teorie di quella che allora veniva definita psicologia dell’età evolutiva, lo sviluppo della struttura di personalità, del sé o delle modalità di contatto del bambino, a seconda del paradigma teorico di riferimento, veniva osservato e teorizzato all’interno della relazione diadica madre-bambino; veniva sottolineata una relazione non circolare, univoca più che biunivoca; la Mahler descriveva una fase iniziale nel bambino di autismo naturale (cfr. Mahler M. et al., 1978).

Grazie agli studi dell’Infant Research, le cui prime pubblicazioni risalgono al 1983, al concetto di costruzione del sé intersoggettivo di Daniel Stern con la pubblicazione de Il mondo interpersonale del bambino (1987) e alla pubblicazione del Il triangolo primario di Elisabeth Fivaz-Depeursinge e Antoinette Corboz Warnery (1999), l’osservazione si è allargata alla relazione triadica, includendo anche la figura del padre.

L’Infant Research ha dimostrato come:

«fin da primi giorni di vita, il neonato e la madre siano predisposti ad agire consensualmente, piuttosto che a vivere da esseri separati e come la matrice relazionale divenga, in questa prospettiva, il campo costitutivo dell’esperienza e dei significati interpersonali e personali, a meno che una deficienza nella relazione di accudimento intacchi la “dimensione relazionale” della psiche» (Sameroff, Emde, Fivaz-Depeursinge et al., 1999, p. 13).

Osservando la famiglia come insieme, attraverso il gioco triadico di Losanna (LTP) E. Fivaz e A. Corboz Warney, affermano che il terzo non è un oggetto o un evento, ma il terzo è il padre. «L’introduzione di una terza persona, invece che di un oggetto, amplia di colpo le possibilità dell’universo psichico ed emotivo del bambino, rendendolo immensamente più ricco e più complesso» (ibidem, p. 67).

«Non vi è quindi da stupirsi se emerge una competenza triadica precoce se i genitori rispondono appropriatamente, e si creano degli “stati di espansione della consapevolezza” a tre per tutte le parti coinvolte» (ibidem, p. 19).

Attraverso queste nuove linee teorico-cliniche viene quindi messa in discussione la visione dello sviluppo, che presuppone un percorso che porta dalla diade alla triade, dalla capacità di regolare le relazioni diadiche, per “poi” accedere a quelle triadiche.

La dott.ssa A. Simonelli, un ricercatore dell’Università di Padova, formatasi con E. Fivaz, sottolinea l’importanza di «considerare la competenza triadica, non come una generalizzazione della dimensione diadica, ma come una competenza a sé». Questa evoluzione teorico-clinica, a mio avviso rivoluzionaria, è rintracciabile nell’ermeneutica del paradigma della psicoterapia della Gestalt, che sin dagli anni ’50 del secolo scorso, ha come elemento fondante il confine di contatto: «La crescita rappresenta la funzione del confine di contatto nel campo organismo-ambiente» (Perls et al., 1971, pp. 248-249).

In psicoterapia della Gestalt, quando parliamo di relazioni, intendiamo tutto quello che avviene al confine di contatto, dando «uno sguardo sulla relazione che non è né intrapsichico né interpersonale né tanto meno sistemico, ma centrato sull’esperienza del “tra”, ossia su quello spazio esperienziale che resta in posizione mediana tra l’io e il tu, tra l’esperienza interna e l’influsso ambientale… si tratta, per l’epistemologia gestaltica, di eventi di confine, in continua evoluzione, a cui il terapeuta della Gestalt guarda in termini processuali, interessato all’evolversi dell’intenzionalità relazionale» (Spagnuolo Lobb, 2001, pp. 9-10).

È quindi ipotizzabile leggere il triangolo primario, in psicoterapia della Gestalt, guardando allesperienza di ogni singolo componente familiare al confine di contatto, in termini olistici, intenzionali e processuali.

– il sé gemellare

– riflessioni sulla fratria

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Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXIV, 2011-2, Psicoterapia della Gestalt e Neuroscienze
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da FrancoAngeli, pag. 26

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Adolescenti ed espressioni depressive


– Michele Lipani e Elisabetta Conte.

L’articolo propone una chiave di lettura dell’esperienza depressiva che può essere vissuta da molti adolescenti e che spesso si colloca sul crinale tra “fisiologia” e rischio psicopatologico. L’aspetto fenomenologico viene delineato sullo sfondo di significati culturali, evolutivi, e, in sintonia con l’approccio gestaltico, nella prospettiva della teoria del sé. Alla proposta di lettura teorica seguono alcune possibili direzioni di supporto psicoterapeutico.

La significativa rilevanza delle problematiche depressive durante l’età evolutiva è ormai condivisa a livello scientifico (Ammaniti, 1999; Bracconier et al.,1995; Cappelli e Cimino, 2002; Carau, 2008; Marcelli, 1993; Tabanelli, 2008) ed è certamente aumentata l’attenzione clinica al disagio depressivo durante l’adolescenza.
Questo lavoro propone una chiave di lettura del fenomeno depressivo in età adolescenziale, tracciando possibili direzioni di intervento coerenti con la prospettiva della psicoterapia della Gestalt.

Pur rilevandone l’importanza, non ci soffermeremo sull’analisi dello sfondo culturale quale contesto che dà significato alle nuove forme della famiglia, alle sue strutture, dinamiche relazionali, valori e riferimenti educativi, rimandando all’ampia letteratura presente su questo tema (Cavaleri, 2000; Conte e Mione, 2008; Galimberti, 2007; Jeammet, 2011; Pietropolli Charmet, 2000; 2008; Recalcati, 2013; Spagnuolo Lobb, 2010; 2011; 2014). Così come i temi, anche i significati evolutivi non sono avulsi dai modi in cui l’ambiente in generale e la famiglia in particolare attraversano i cambiamenti che l’adolescenza impone (Lipani, 2002).

Tenendo sullo sfondo tale contesto, ci soffermeremo sulla descrizione e sui possibili significati delle manifestazioni depressive adolescenziali, muovendoci da un’ottica fenomenologico-relazionale e dando rilievo al frequente collocarsi di tali manifestazioni come zona di frontiera fluida (Cappelli e Cimino, 2002), tra la fisiologica instabilità dell’umore dell’adolescente e la valenza clinica di un quadro patologico strutturato.

Può essere infatti difficile tracciare confini netti capaci di distinguere tra le fasi alterne dell’umore, i sentimenti di tristezza e disistima di sé spesso presenti e tipici di questa età e la presenza di vissuti che denotano invece un’esperienza depressiva che spinge a rifugiarsi, sfiduciati, in un intimo silenzioso.

Peculiarità nell’esperienza depressiva adolescenziale: gli elementi borderline e narcisistici

La letteratura, riferendosi alla nostra società, ha spesso parlato di un’epoca caratterizzata da elementi narcisistici e borderline; anche l’adolescenza, per definizione, porta con sé aspetti narcisistici e borderline. Tali similitudini presenti sia nel contesto culturale che negli adolescenti, secondo noi, si miscelano avendo l’effetto di amplificare i vissuti e le fragilità.

In altri termini, quegli elementi di fragilità che durante l’adolescenza necessiterebbero di sostegno, trovano invece la stessa vulnerabilità nei genitori, figli a loro volta di questo sfondo culturale. La stessa esperienza depressiva può declinarsi allora o sul piano della vulnerabilità narcisistica, o su quello del disagio borderline (Salonia, 2013; Spagnuolo Lobb, 2011, p. 24 ss.; 2014).

La fatica nell’elaborare gli elementi narcisistici e gli introietti genitoriali può fare emergere temi di autocritica negativa, disistima e fallimento. Molti ragazzi manifestano così la paura dell’insuccesso e un senso di autonomia e autostima molto fragili. È questo il caso in cui l’adolescente non riesce a fare fronte alla discrepanza tra il come è, il come vorrebbe essere, e il come gli altri vorrebbero che fosse.

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Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVII, 2014-2, La psicopatologia in psicoterapia della Gestalt
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt, edita da FrancoAngeli, pag. 109

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I luoghi della mente e la bellezza


– Pietro A. Cavaleri.

Per migliorare la salute della mente occorre avere cura non solo dell’organismo umano, ma anche dell’ambiente che lo circonda. L’ambiente al quale l’autore si riferisce non è soltanto quello sociale, costituito da altri esseri umani, ma anche un ambiente fatto da realtà e presenze “non-umane”, come gli oggetti, gli spazi, le abitazioni. Sappiamo da tempo come non sia possibile comprendere la mente senza tener conto dei suoi ambienti umani (la famiglia, la comunità, la rete sociale). È giunto il momento di evidenziare come la comprensione e la cura della mente passino anche attraverso una debita considerazione dei suoi “ambienti non-umani”, cioè dei suoi spazi di vita, dei suoi principali “luoghi” di riferimento, come la casa, la città o, più in generale, la natura.

L’uomo e l’ambiente non-umano

Da lungo tempo la cultura occidentale ama utilizzare la metafora della profondità per indicare, soprattutto sul piano qualitativo, qualcosa di molto consistente e pregevole. Non a caso, infatti, è “profonda” una persona che possiede un sapere elevato o un animo molto sensibile. È “profondo” un pensiero originale o complesso. È “profonda” un’amicizia che è stata vagliata dal tempo e dalle difficoltà. È “profondo” un uomo che sa intuire e cogliere in pieno ciò che agli altri sfugge del tutto. Di contro, è “superficiale” tutto ciò che rimanda all’ovvio, al banale, ad una realtà scontata, già vista.

Sicché, per fare un esempio, se la mente con le sue innumerevoli astrazioni e con le sue sofisticate operazioni logiche è “profonda”, il corpo umano con il suo banale coacervo di muscoli e viscere, con la sua scontata fisicità, appare “superficiale”, come del resto l’ambiente che lo circonda, fatto di bruta materia e di inermi estensioni. In modo del tutto implicito, la cultura occidentale contrappone rigidamente la profondità della mente alla superficiale e materiale fisicità del corpo umano. Da un lato è posta la mente e la sua profonda capacità di elaborazione razionale, da un altro lato viene collocato il corpo, con le sue meno nobili funzioni fisiologiche, con le sue strutture meccaniche, con le sue forze istintuali.

Contraddicendo questo radicale dualismo, erroneamente introdotto da un filosofo francese di nome Cartesio, autorevoli studi nell’ambito della neurobiologia hanno dimostrato come la complessa e inafferrabile profondità della mente, quasi paradossalmente, abbia la sua origine e il suo costante alimento nella inesplorata superficie del “confine di contatto”, cioè nella pelle del nostro corpo, nei nostri organi di senso e in ogni altro spazio in cui si concretizza la fondamentale interazione tra l’organismo umano e l’ambiente che di continuo lo circonda (Cavaleri, 2003; Perls, Hefferline, Goodman, 1971).

La mente “pura”, scissa dal corpo, è da considerarsi una astrazione inaccettabile. Il cervello umano e il resto del corpo, invece, costituiscono un organismo inscindibile che, a sua volta, non potrebbe sussistere senza interagire costantemente con l’ambiente circostante. Infatti, è dall’interazione fra cervello, corpo e ambiente che si sviluppano quei processi fisiologici che noi chiamiamo mente.

Sia nei suoi aspetti più elementari, che in quelli più complessi, l’attività della mente implica sempre il coinvolgimento del cervello e del corpo. Le stesse “rappresentazioni” cerebrali (le immagini mentali) non sono mai pure, non possono in qualsiasi caso prescindere dall’esperienza sensoriale. Esse richiedono la presenza del corpo, che fornisce la “materia” indispensabile, fatta essenzialmente di sensazioni, di percezioni, di tensioni muscolari. Le più diverse manifestazioni della razionalità umana sono orientate e sostenute dai sentimenti e dalle emozioni, che a loro volta sono espressione dei meccanismi di regolazione biologica del nostro corpo.

Ciò che in genere viene definita “mente” non può nascere e sussistere senza quella cornice fondante che è il “corpo”. Le nostre azioni più importanti, i nostri pensieri più elevati, le nostre gioie più grandi, i nostri dolori più indelebili hanno come riferimento costante il corpo. Se in passato Cartesio aveva detto: “Penso, dunque sono”, alla luce di queste considerazioni potremmo affermare il contrario: “Sono, dunque penso”. Sono un corpo, sono un flusso di percezioni, di sensazioni, di sentimenti e di emozioni, dunque tutto ciò diventa “materiale” oggetto del mio pensiero e rende possibile il mio stesso pensare.

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Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXIV, 2011-2, Psicoterapia della Gestalt e Neuroscienze
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da FrancoAngeli, pag. 26.

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I disturbi sessuali nel DSM 5.


Aspetti relazionali tra vecchie e nuove diagnosi

-Maria Salvina Signorelli.

L’articolo analizza i cambiamenti nella classificazione diagnostica dei disturbi sessuali nel passaggio dal DSM IV-TR al DSM 5. Sottolinea, oltre all’inquadramento nosografico, l’importanza di cogliere l’aspetto relazionale di tali disturbi e propone la lettura fenomenologica e relazionale della psicoterapia della Gestalt.

L’American Psychiatric Association (APA) ha pubblicato nel 2013 l’ultima edizione del Manuale Statistico Diagnostico dei Disordini Mentali (DSM 5). A differenza della precedente edizione, nel DSM 5 i disturbi sessuali non sono più inclusi in un’unica categoria diagnostica, ma vengono distinti in: Disforie di Genere, Parafilie e Disfunzioni Sessuali.(…)

Le disfunzioni sessuali

Quando un problema sessuale diventa una disfunzione o un disturbo?
Qual è il confine tra normale e patologico?
Alcune condizioni, come la disfunzione erettile, possono essere considerate una variazione della normale risposta sessuale, una alterazione transitoria del normale funzionamento, effetto di patologie mediche sistemiche, o possono emergere come conseguenza di un problema relazionale o in risposta a comportamenti del partner. Da qui la necessità nel DSM 5 di utilizzare definizioni più precise, sia in termini temporali che sul meccanismo di funzionamento coinvolto, atte a differenziare un disturbo sessuale da una condizione transitoria (Sungur, Gündüz, 2014).

Il rapporto con il ciclo della risposta sessuale, che ha determinato nelle precedente edizione del manuale la suddivisione delle disfunzioni in tre aree disfunzionali (area del desiderio, dell’eccitazione e dell’orgasmo), si è fortemente indebolito (Sungur, Gündüz, 2014). Al contrario, la recente letteratura ha dimostrato che la risposta sessuale non è un processo lineare ed uniforme, e la distinzione dei disturbi in funzione delle fasi (ad esempio desiderio ed eccitazione) può essere artificiosa.

Altro importante aspetto è che fino al DSM 5 la risposta sessuale nei differenti generi veniva considerata analoga, mentre sempre più la letteratura scientifica attuale concorda sul fatto che l’interesse sessuale, la motivazione, l’arousal ed il piacere posso essere esperiti differentemente nei due generi (Sungur, Gündüz, 2014). Per ciò che concerne le disfunzioni del sesso femminile queste sono state unificate nel disturbo del desiderio sessuale e dell’eccitazione sessuale femminile. Il vaginismo e la dispareunia sono stati conglobati nel disturbo del dolore genito-pelvico e della penetrazione (Goldstein et al., 2005). È stato aggiunto un nuovo disturbo relativo all’eiaculazione ritardata, in cui il soggetto sperimenta un marcato ritardo o assenza d’eiaculazione, non intenzionali o desiderati, in quasi tutte le occasioni di attività sessuale con un partner. Bisogna, come già detto in precedenza, prestare attenzione alla diagnosi differenziale con altre condizioni mediche (neuropatie periferiche, patologie della prostata, ecc.) o a disturbo simile ma indotto da sostanze. Vengono mantenuti il disturbo erettile, il disturbo dell’orgasmo femminile, il disturbo del desiderio ipoattivo maschile, l’eiaculazione precoce.

Il disturbo da avversione sessuale è stato abolito dalle categorie principali e spostato in “altre disfunzioni sessuali specifiche” (Borg et al., 2014).

Per aumentare l’accuratezza diagnostica e ridurre le sovrastime legate a problemi sessuali transitori, le disfunzioni devono avere una durata minima di sei mesi, ad eccezione di quelle secondarie all’uso di sostanze. Ancora una volta però la raccomandazione è quella di considerare i sintomi sessuali come disturbi psichici solo dopo aver escluso ogni componente organica. La collaborazione tra specialisti diventa quindi ulteriormente valorizzata.

Inoltre, mentre nel DSM IV-TR la definizione al criterio B di distress nelle disfunzioni sessuali era quella di “marcato distress e difficoltà interpersonali”; il DSM 5 ha riformulato marcato distress come “distress clinicamente significativo nell’individuo” ed ha cancellato nel criterio C la dimensione “difficoltà interpersonali”. Nonostante, nella maggior parte dei casi, l’attività sessuale coinvolge almeno due partner, molti clinici sottolineano che un distress sessuale debba considerarsi un disturbo sia quando causa un disagio personale sia quando causa difficoltà interpersonali. (Sungur, Gündüz, 2014).

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Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVII, 2014-1, I vissuti sessuali in psicoterapia
Rivista semestrale di Psicoterapia della Gestalt, edita da FrancoAngeli, pag. 74.

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Empatia incarnata tra psicoterapia della Gestalt e neuroscienze


– Valeria Rubino.

In accordo con il nuovo trend culturale che sancisce nell’uomo il primato della dimensione relazionale, l’articolo si propone di approfondire alcune riflessioni teoriche sul concetto di empatia sia in seno alla psicoterapia della Gestalt che in ambito neuroscientifico. Obiettivo del presente lavoro è individuare spunti di condivisione tra i risultati ottenuti dall’Infant Research, le neuroscienze ed alcuni elementi teorici ed epistemologici della psicoterapia della Gestalt.

(…)

Empatia e neuroscienze

Molti degli spunti teorici ed epistemologici caratteristici della psicoterapia della Gestalt, dalla tradizionale teoria del contatto al nuovo modo di concepire l’empatia, trovano un concreto riscontro nelle ultime e straordinarie scoperte raggiunte in ambito neuroscientifico. Nell’ultimo decennio, infatti, si sono compiuti ragguardevoli progressi nell’individuare i substrati neurali alla base dell’intersoggettività e dell’empatia.

 I neuroni specchio

Alcune importanti ricerche, compiute in ambito neurobiologico, hanno rivelato la presenza nel cervello di un gruppo particolare di neuroni, chiamati “neuroni specchio”, la cui caratteristica sarebbe quella di eccitarsi sia quando un soggetto compie una determinata azione, sia quando è un altro a compierla innanzi ai suoi occhi (Rizzolatti, 2006). Secondo alcuni scienziati, questa scoperta potrebbe spiegare il fenomeno dell’empatia rivelandone una presunta base biologica.

Le strutture neuronali coinvolte, infatti, quando noi proviamo determinate sensazioni ed emozioni sembrano essere le stesse che si attivano quando attribuiamo a qualcun altro quelle “stesse” sensazioni ed emozioni. La scoperta dei neuroni specchio è da attribuirsi ad un gruppo di ricercatori italiani che, attraverso studi elettrofisiologici condotti sul cervello del macaco, hanno individuato una classe di neuroni, situati nella porzione ventrale dell’area F5 della corteccia premotoria, e nella regione posteriore del lobo parietale (Gallese et al., 1996, 2002; Fogassi et al., 2005).

La peculiarità di questo gruppo di neuroni riguarda il loro attivarsi non solo quando la scimmia esegue azioni motorie finalizzate al raggiungimento di uno specifico scopo, ma anche quando altre scimmie eseguono azioni simili. Studi successivi hanno dimostrato che, oltre ad una funzione strettamente motoria, una particolare classe di neuroni specchio possiede anche funzioni audiovisive, attivandosi non solo durante l’esecuzione e l’osservazione delle azioni, ma anche di fronte al suono da esse prodotto.

Le straordinarie potenzialità di tali scoperte hanno indotto i neuroscenziati a ricercare anche nell’uomo l’esistenza di un sistema di neuroni specchio, ed i risultati di molteplici studi neurofisiologici e di neuroimaging funzionale, convergono nell’aver individuato anche nell’uomo un sistema mirror localizzato in regioni parieto-premotorie, verosimilmente omologhe a quelle descritte nella scimmia (Rizzolatti, Fogassi, Gallese, 2001; Gallese, Keysers, Rizzolatti, 2004).

La mole di informazioni che nel corso degli anni si sono accumulate sui neuroni specchio, hanno permesso di considerare questo meccanismo non come un semplice sistema finalizzato all’imitazione, ma come la base neurale di una forma diretta di comprensione dell’azione altrui.

Quanto fin qui esposto ci permette di postulare l’esistenza di un substrato neurale preposto a comprendere le azioni compiute dall’altro, una base neurofisiologica della comprensione empatica.

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Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXIV, 2011-2, Psicoterapia della Gestalt e Neuroscienze
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da FrancoAngeli, pag. 26.

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Crescite difficili. La Gestalt incontra il trauma


– Anna Fabbrini.

L’articolo affronta il tema del trauma relazionale. Prende in esame la relazione di cura basata sul potere e i suoi effetti distruttivi sulla crescita cognitiva ed emotiva della persona, privata del riconoscimento identitario. Gli strumenti della psicoterapia della Gestalt si sono rivelati efficaci per generare nuove matrici di dipendenza fiduciosa in grado di riparare il danno.

Introduco con le parole di una mia paziente che mi hanno ispirato il titolo:

Quando qualcuno mi chiede …
dico che ho avuto una vita difficile … Tanto per dire qualcosa.
Nessuno potrebbe comprendere
il terrore in cui sono cresciuta …

Ho scelto di parlare delle crescite difficili per portare una testimonianza del mio lavoro clinico di questi anni con persone che hanno subìto dei traumi in età infantile. Nel condividere queste mie riflessioni, mi propongo anche di fare qualche collegamento tra la teoria evolutiva di riferimento e la pratica clinica gestaltica. E questa è anche un’occasione per meditare su uno dei mali del nostro tempo, non certo nuovo, un male antico che oggi prende grande visibilità. Mi riferisco alla violenza morale e fisica verso i piccoli che è molto più presente di quello che pensiamo e che sentiamo così sconcertante quando arriva a diventare fatto di cronaca. Sullo sfondo, meditiamo anche su un altro male del nostro tempo: la pressione sociale alla felicità e la rimozione del dolore.

E dedico questo intervento a tutte quelle persone che sono stati bambini cresciuti nella solitudine e nel terrore.

Il trauma

Un trauma – dice Winnicott (1996) – «è una frattura nella continuità dell’esistenza dell’individuo (…) ed è solo grazie al senso di continuità dell’esistenza che può realizzarsi, nella persona, il senso di sé, del sentirsi reali e dell’esistere» (p. 13). Questa frattura d’esistenza può essere causata da un evento puntuale, come un incidente o una perdita improvvisa e produce, in questo caso, quel complesso sintomatico conosciuto come Sindrome da Stress Post Traumatico (DPTS).

In questa sede, però, farò riferimento a un altro tipo di trauma, quello che deriva dalla inadeguatezza del sistema delle cure primarie, quando cioè l’ambiente familiare è privo dei requisiti idonei all’accoglimento e alla protezione dei figli, al loro accudimento e alla trasmissione del sapere relazionale e culturale. In questo caso parliamo di crescita traumatica o Disturbo Post Traumatico da Stress Complesso (DPTSc) che è di natura relazionale.

A questo punto della stesura del mio testo, cercavo qualche esempio per darvi un’idea del tipo di problemi di cui parlo e mi sono venuti in mente volti e storie di adulti che ho incontrato.

Ho pensato a Maria, nata non voluta da una madre intellettuale che si sentiva rovinata dalla maternità, che per tutta la vita ha rimpianto una carriera fallita causata – a suo dire – dalla presenza dei figli. Affidata alla nonna fino all’età di quattro anni, per tutta la sua vita si è sentita ripetere: «Io i figli non li volevo… era meglio se non nascevi».

Ho pensato a Lucia, anch’essa allontanata da casa, figlia di una coppia simbiotica che la sentiva minaccia dell’intimità coniugale. Come conforto alle sue incertezze adolescenziali riceveva dalla madre frasi come: «Bisogna che tu accetti la verità… sei brutta. Non potrai piacere mai a nessuno… nessuno ti vorrà».

Ho pensato a Renata, abusata dal padre che le diceva col fiato sul collo: «Questo non è mai successo. Se lo dici ti ammazzo»… mentre nella stanza a fianco la mamma – maniaca dell’ordine e della pulizia – passa l’aspirapolvere per non sentire il rumore… (…)

E ho pensato ad altri ancora. Storie diverse, ma con un aspetto in comune: l’uso malvagio e perverso del potere dell’adulto sul bambino. Per affrontare un tema di questa complessità ci sono tante direzioni possibili. Io ho scelto di seguire il filo di una riflessione concentrandomi sulla deviazione della naturale disparità tra genitore e figlio quando, invece di esprimersi come cura, prende la direzione dell’assoggettamento, della manipolazione.

(…)

L’articolo approfondisce i seguenti temi:

  • la crescita sana
  • la crescita traumatica
  • limen
  • linee dell’azione terapeutica

 

Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVII, 2014-2, La psicopatologia in psicoterapia della Gestalt
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt, edita da FrancoAngeli, pag. 81

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Psicopatologia in psicoterapia della Gestalt: fenomenologia ed estetica del contatto


– I Quaderni di Gestalt si raccontano: 2014 -2 

L’interesse per la psicopatologia, che da qualche anno attraversa la riflessione teorica e metodologica del nostro Istituto, prende le mosse dal bisogno degli psicoterapeuti della Gestalt di guardare alle nuove evidenze cliniche con una mappa gestaltica che sia in linea con gli sviluppi delle ricerche e degli studi più attuali. Questa riflessione ha prodotto alcuni volumi originali, come pure articoli e capitoli, tradotti in inglese e in varie lingue, che hanno nutrito la comunità gestaltica internazionale, desiderosa di avere strumenti di lettura e intervento sulle nuove sofferenze relazionali coerenti con l’anima gestaltica.

Sono nati così i training internazionali Gestalt Therapy Approach to Psychopathology and Contemporary Disturbances, svolti in Italia e condotti in lingua inglese (a cui si è aggiunta un’edizione in lingua spagnola), che, arrivati ormai alla loro terza edizione, continuano ad attrarre colleghi da tutto il mondo. A testimoniare l’interesse di psicoterapeuti non solo gestaltici per questo modello di psicopatologia e pratica clinica è la partecipazione al Master in Psicopatologia Gestaltica e Fenomenologica, in lingua italiana, da parte di colleghi di diversi orientamenti.

Questo numero dei Quaderni di Gestalt è stato dedicato al tema della psicopatologia gestaltica per supportare, attraverso il dialogo e approfondimenti specifici, la riedizione di concetti basilari in linea con l’evoluzione culturale e clinica. Fare sentire la voce gestaltica, con tutta la sua originalità e profondità, nel mondo della psicopatologia è un’avventura appassionante, come ormai diversi convegni organizzati dall’Istituto hanno dimostrato.

Il modello di psicopatologia gestaltica si collega fondamentalmente a due matrici contemporanee molto stimolanti: la svolta relazionale che da qualche anno ormai sta attraversando il mondo dell’infant research, della psicoanalisi e delle neuroscienze e la fenomenologia psichiatrica.

La scoperta dei neuroni specchio e i suoi risvolti clinici (Gallese, 2007), la rilettura delle relazioni primarie operata dall’infant research, la teoria di Daniel Stern (2010), in particolare il suo sviluppo ultimo circa le forme dinamiche dell’esperienza vitale, la svolta relazionale operata in psicoanalisi da Stephen Mitchell, l’accento posto sulla alterità da Donna Orange, rieditano concetti per noi familiari: il processo più che il contenuto, le forme percettive, la dinamica figura-sfondo, il sostegno all’intenzionalità, il lasciarsi orientare dall’estetica del contatto. Questi concetti ci portano a cogliere la sofferenza che accade al confine di contatto in termini di sostegno all’intenzionalità e di adattamento creativo.

La fenomenologia psichiatrica e la neofenomenologia ci portano ad apprezzare il sentire del terapeuta, oltre che del paziente, collocandolo in un campo fenomenologico in cui la sua presenza, seppur situazionata e contestuale, è determinante nella diagnosi e nella terapia.

Queste due correnti di ricerca ci sostengono nel guardare alla psicopatologia gestaltica come ad una sofferenza del confine, del “tra”, alla psicodiagnosi come ad uno sguardo situazionato sull’attualizzarsi di una sofferenza che è sempre relazionale, alla psicoterapia come ad un’occasione per riconoscere la bellezza che ogni sofferenza cela, con il suo sacrificare una propria spontaneità per risolvere situazioni difficili. Da questo sfondo emerge uno sguardo originale sulla sofferenza che trascende la psicopatologia classica, sia psicodinamica che fenomenologica: l’evento clinico diventa espressione di un campo co-creato che il terapeuta coglie allo stato nascente attraverso la propria competenza estetica e modula attraverso la propria presenza.

Il presente numero raccoglie alcune testimonianze originali del modello di psicopatologia del nostro Istituto.

Quaderni di Gestalt, volume XXVII, 2014-2, La psicopatologia in psicoterapia della Gestalt
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt, edita da FrancoAngeli

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Sessualità e amore nel setting gestaltico


Dalla morte di Edipo all’emergenza nel campo situazionale,
di Margherita Spagnuolo Lobb

In questo interessante articolo, pubblicato sia in italiano che in inglese (nella prestigiosa rivista “International Journal of Psychotherapy” e nella rivista americana “Gestalt Review”), l’autrice affronta il complesso tema della sessualità e dell’amore nel setting psicoterapeutico, proponendone una lettura che permette di attraversare in termini critici alcuni concetti cardine della psicanalisi, quali il transfert e il complesso di edipo.

Già a partire dalla definizione data dall’autrice dei vissuti d’amore in psicoterapia, entriamo in un modo di vedere squisitamente gestaltico. M. Spagnuolo Lobb infatti descrive l’amore in termini estetici, come “una sorta di faro che illumina la bellezza dell’altro, una luce che ne rende visibile, nella relazione, la vitalità armonica…”. Questa chiave di lettura permette agli psicoterapeuti della Gestalt di avere uno sguardo creativo (cogliere la bellezza nel dolore è impresa complessa) ma anche una solida linea guida nello svolgere il ruolo di cura “orientando il faro del proprio amore terapeutico, affinché il paziente possa risvegliare – attraverso il guardarsi in questa luce- il senso della propria bellezza”. Il riemergere in figura di tale bellezza sarà il frutto, come dice l’autrice, di una cocreazione tra terapeuta e paziente in quello spazio fenomenologico, in quel “tra” che la psicoterapia della Gestalt chiama confine di contatto e che quest’approccio considera come uno spazio di relazione reale, e non solo quindi come un contenitore dei “fantasmi”, dei nostri primi apprendimenti relazionali.

L’autrice infatti definisce l’amore vissuto dal terapeuta e dal paziente nel processo di contatto terapeutico come un “accadimento al confine di contatto” che “risponde ad un’autoregolazione della situazione “e quindi permette l’emergere in figura delle intenzionalità di contatto incompiute, sottese dai sentimenti di attrazione tra terapeuta e paziente. Un aspetto molto innovativo proposto dall’autrice riguarda poi il collocare queste intenzionalità incompiute (che si esprimono nel setting terapeutico in forma di sentimenti di amore o di attrazione erotica), in un campo fenomenologico triadico. M. Spagnuolo Lobb parla inizialmente di ciò riferendosi allo sviluppo del bambino, la percezione del quale è rivolta sia verso il confine di contatto tra la madre e il padre sia a quelli tra sé e la madre e tra sé e il padre. L’autrice poi sposta la sua attenzione sull’applicazione del concetto di campo triadico al setting terapeutico, applicazione che favorisce l’emergere di aspetti dello sfondo dell’esperienza che allargano la percezione, e quindi il contatto, tra il paziente e il terapeuta, permettendo l’integrazione dei “vissuti di amore e sessualità…per ricostruire il ground su cui poggia la vita di relazione, il senso di sicurezza nella terra e nell’altro…” Per mostrarci ciò, l’autrice porta un esempio clinico dell’utilizzo della prospettiva triadica in un setting diadico, mostrando come il passaggio ad una logica di questo genere crei la possibilità di mobilitare il confine di contatto in termini di maggior spontaneità e fluidità.

L’autrice sottolinea inoltre come l’ermeneutica del confine di contatto ci permetta di uscire da una visione individualistica dei bisogni, che si attualizza ad esempio nel concetto del complesso di Edipo, che, secondo M. Spagnuolo Lobb, è “paradigma di una ricerca solipsistica di soddisfazione dei propri bisogni”. Il collegarsi al paradigma del confine di contatto costringe ad un radicale cambiamento di prospettiva in termini relazionali: i vissuti del bambino non sono leggibili come qualcosa che nasce solo “dentro la sua pelle” ma sono frutto di tutto il campo situazionale, campo situazionale, come già detto, è sempre un “campo fenomenologico a vertice triadico”.

Ci sembra che in questo articolo M. Spagnuolo Lobb illustri molto efficacemente la preziosità del concetto cardine della psicoterapia della Gestalt, quello di confine di contatto, inteso come un costrutto che riorganizza non solo il pensare al campo relazionale terapeutico (in particolare in quei suoi aspetti a volte di difficile gestione, quali quelli trattati in questo articolo) ma anche l’interpretazione delle dinamiche sociali. La lettura di questo testo perciò arricchisce il bagaglio di ogni terapeuta della Gestalt, grazie al suo mettere in luce così acutamente possibilità e applicazioni di questo approccio che ancora ci permette di nutrirci di nuovi interessanti sapori, ma è consigliabile anche a quanti desiderino linee guida innovative per orientarsi nella complessità del nostro tempo in trasformazione.

Maria Mione

Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXIII, 2010 /1, Psicoterapia della Gestalt e fenomenologia
Rivista semestrale di Psicoterapia della Gestalt edita da FrancoAngeli, pag. 116

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Referenza:
Spagnuolo Lobb M. (2008). Sessualità e amore nel setting gestaltico: dalla morte di Edipo all’emergenza nel campo situazionale. Idee in Psicoterapia, 1, 1: 35-47.
Spagnuolo Lobb M. (2009). Sexuality and love in a psychotherapyeutic setting: from the death of Oedipus to the emergence of situational field. International Journal of Psychotherapy, 13: 1, 5-16.

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La spontaneità dell’incontro terapeutico


– di Mercurio Albino Macaluso

Facendo riferimento alla teoria del sé presentata da Perls, Hefferline e Goodman in Gestalt Therapy (1951), questo lavoro esamina il concetto gestaltico di spontaneità e le sue implicazioni cliniche. La spontaneità è la qualità propria del buon contatto, dell’esperienza piena. Quando è pienamente presente nel qui e ora dell’incontro con l’altro, il terapeuta è nella condizione migliore per cogliere ciò che si presenta al confine di contatto e per rispondere ad esso in modo spontaneo. Così intesa, la spontaneità del terapeuta, che non è mai disgiunta della responsabilità che il ruolo di cura implica, diventa strumento fondamentale di terapia.

I recenti sviluppi della psicoterapia della Gestalt, a partire dagli anni No- vanta, hanno dato maggiore enfasi agli aspetti relazionali del nostro approccio, già presenti in nuce in Gestalt Therapy (Perls, Hefferline e Goodman, 1951). Secondo Spagnuolo Lobb (2011), nell’attuale contesto socio-culturale, contraddistinto dalla carenza di relazioni intime e dall’incapacità di contenere l’eccitazione dell’incontro con l’altro, compito fondamentale della psicoterapia diventa «dare strumenti di sostegno relazionale orizzontale, che possano far sentire le persone riconosciute dallo sguardo dell’altro paritario» (p. 29). In tale prospettiva, la cura non consiste tanto nel fornire al paziente un sostegno all’espressione dei suoi bisogni inibiti, quanto nel fornirgli un’esperienza di incontro, che gli consenta di ripristinare la spontaneità del sé. La stessa consapevolezza, concetto centrale in psicoterapia della Gestalt, che indica l’essere centrati sul momento presente, è intesa nella situazione terapeutica in termini relazionali. Scrive Spagnuolo Lobb (2011, pp. 45-46): «L’essere nel presente (…) è un essere nella realtà della situazione (sia del paziente che del terapeuta), nella realtà delle loro finitudini umane, ed è dallo stare in questa finitudine condivisa che ambedue si dirigono verso lo scopo terapeutico. Il processo di contatto-ritiro dal contatto è sperimentato per se stesso, allo scopo di trovare in questa relazione percezioni alternative che rendano possibile una spontaneità di contatto, un’integrità del proprio essere-con». Ciò richiede allo psicoterapeuta della Gestalt di essere disposto a lasciarsi coinvolgere emotivamente nella relazione terapeutica e di essere capace di rispondere all’altro in modo personale e spontaneo. Se in una prospettiva centrata sull’individuo lo strumento terapeutico fondamentale è la concentrazione, nella nuova prospettiva relazionale strumento fondamentale diventa la spontaneità del terapeuta. Oggi lo psicoterapeuta della Gestalt è chiamato a favorire la spontaneità del paziente attraverso la propria capacità di essere spontaneo e autentico. Nel suo lavoro la spontaneità costituisce fine e mezzo nello stesso tempo.

In quest’ottica, dunque, acquista centralità il concetto di spontaneità, che Margherita Spagnuolo Lobb definisce, in linea con la lezione di Perls, Hefferline e Goodman (1997), come «la qualità che accompagna l’essere pienamente presenti al confine di contatto, con la consapevolezza di sé, nel pieno uso dei propri sensi» (Spagnuolo Lobb, 2011, p. 84). Così intesa, la spontaneità diventa un requisito specifico dello psicoterapeuta della Gestalt.

In questo lavoro proverò ad affrontare alcune questioni relative alla spontaneità e alla sua funzione terapeutica in un’ottica gestaltica. In cosa consiste la spontaneità e quali sono le sue caratteristiche? Che valore terapeutico ha? Come si apprende la spontaneità dello stare in relazione? Come si concilia la spontaneità con la specifica responsabilità che il ruolo terapeutico comporta? Si tratta di questioni complesse e aperte. Questo lavoro vuole essere un contributo alla riflessione su di esse.

In ultimo, presenterò un esercizio di concentrazione sul confine di contatto, che ha lo scopo di favorire lo sviluppo della capacità di focalizzare l’attenzione su ciò che accade momento per momento nell’interazione con il paziente e di rispondere ad esso in maniera spontanea.

L’articolo affronta i seguenti temi:

1. Concentrazione, consapevolezza e spontaneità ne l’Io, la fame, l’aggressività

2. Il sé spontaneo in Gestalt Therapy

3. La spontaneità dell’incontro terapeutico

4. Spontaneità, competenza e responsabilità

5.Le principali modalità del sé nella situazione terapeutica

6. Un esercizio di concentrazione sul confine di contatto

(…)

Quaderni di Gestalt, volume XXVIII, 2015-2, Il sé e il campo in psicoterapia della Gestalt
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt, edita da FrancoAngeli 

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Convegno di studi 
Condotte impulsive, antisociali, psicopatiche e assessment psicologico

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Nuovo numero dei Quaderni di Gestalt: La psicoterapia della Gestalt con i bambini


Abbiamo il piacere di annunciare la pubblicazione del numero 2016-1 della Rivista Quaderni di Gestalt dal titolo: La psicoterapia della Gestalt con i bambini.

“Questo numero dei Quaderni di Gestalt testimonia un rinnovato interesse dell’Istituto di Gestalt HCC Italy verso la terapia della Gestalt con i bambini. […] Lo sguardo fenomenologico ed estetico al mondo dei bambini, ai loro contatti con i caregiver e con i pari, è oggi sempre più necessario, per dare strumenti adeguati a curare la desensibilizzazione diffusa tra le giovani generazioni.
[…] In questo numero l’approccio estetico e fenomenologico sui bambini è trattato in modo puntuale e articolato”


(Dall’editoriale a cura di Margherita Spagnuolo Lobb e Giuseppe Sampognaro)

 

Per maggiori informazioni e per acquistare il libro clicca qui 

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