Le Life Focus Community e l’arte del buon vivere


la proposta avanguardista di ErvingPolster

Maria Menditto

Nella società della modernità liquida, il legame duraturo nel tempo è in bilico a favore di un inquieto sciame di consumatori che, per la propria voracità, produce una infinita moltitudine di esclusi, dei quali non può sentire la responsabilità, dovendo privilegiare la ricerca spasmodica di sempre nuovi consumi (Bauman, 2007). Il gruppo, che solitamente realizza confine, identità, appartenenza, cultura del territorio, collegamento con la comunità, viene sostituito dallo sciame che si raccoglie e si lega solo per l’atto del consumo.

Questa inquietante e attuale forma di aggregazione, che produce ansia, isolamento, aggressività, dipendenza, si scontra con il nostro destino di creature portatrici di riflessioni sull’agire etico, che sono alla base di qualsiasi agglomerato e civiltà. Il riconoscimento della propria e altrui soggettività rende la persona capace di consapevolezza, sentimenti, riflessioni, scelte, rinunce.

1. Il paradosso contemporaneo

Come risolvere il paradosso contemporaneo tra la raggiunta relatività rispetto ad una autorità assoluta e la tiepida responsabilità rispetto a una ricaduta sugli altri delle nostre scelte? Come possiamo combinare la libertà della scelta individuale con la responsabilità connessa con la comunità?  Come far convivere in impossibile equilibrio la ricerca di una migliore qualità di vita della persona con un benessere più equamente distribuito?

Questi interrogativi hanno generato opportunità di confronto e di riflessione tra diverse discipline accomunate dall’attenzione diretta e indiretta all’individuo e al gruppo, alle diverse forme funzionali o disfunzionali del legame, del vivere comune, alle possibili modalità di miglioramento della qualità di vita degli abitanti del pianeta.

Molteplici professioni, e in particolare la psicoterapia, in un momento di così complessa e profonda trasformazione, alla quale si è aggiunta la crisi dal 2008, stanno vivendo una transizione verso una terra insolita, non segnata nelle mappe. Esse stanno traghettando i saperi verso un indispensabile cambio di rotta sulla visione della persona, delle relazioni, della comunità. Da più parti si avverte un forte bisogno di condivisione di nuove soluzioni, di occasioni per il dialogo nella differenza, per contribuire a riscrivere nuove caratteristiche per la persona che vive nella complessità delle società contemporanee. Tra queste caratteristiche gli studiosi delle discipline psicologiche e psicoterapeutiche, sempre più, individuano strumenti che facilitino l’individuo a far convivere ed armonizzare in sé la tendenza alla realizzazione personale e contemporaneamente il vivo e partecipato rapporto con la comunità (Menditto, 2006,2008, 2010).

Nel libro Psicoterapia del quotidiano, migliorare la vita della persona e della comunità, Erving Poster (2007) offre il suo contributo all’attuale e sempre crescente dibattito. Il focus delle sue riflessioni teoriche culmina mettendo in luce come la psicoterapia, a poco più di 100 anni dalla sua nascita, pur continuando a farsi carico della cura di disturbi specifici, dovrebbe ampliare il suo intervento, offrendo alle persone comuni un orientamento e alcune linee guida per la vita di tutti i giorni. Sottolinea che già 34 anni prima, nel 1972, aveva scritto che nella sua prassi cominciava a integrare la cura del disturbo mentale con la ricerca del miglioramento della vita comune delle persone. Da quel momento la sua teoria ha intrapreso un viaggio che, con successi e imprevisti, oggi approda in una terra non segnata sulle mappe, una terra insolita in cui la psicoterapia accoglie la tendenza umana di base della persona verso una realizzazione di sé più piena, che include il senso di connessione alla comunità (Menditto, 2007).

Come già accennato, gli sforzi verso l’innovazione non sono conclusi, siamo immersi in una complessa e fruttuosa fase di transizione. Ogni trasformazione richiede impegno, entusiasmo, scelte e perdite. Modificare i nostri comportamenti, le nostre idee, abituarci a nuove metodologie è un percorso articolato e complesso che conduce verso rotte mai esplorate prima. Lo spirito d’avventura, la curiosità e la flessibilità devono appartenerci, ma ancora più importante è non procedere da soli nella nebulosa incertezza del viaggio.

La bellezza di questa esplorazione è data anche dal lavoro comune di formatori, psicoterapeuti, esperti della comunicazione, sociologi, giuristi, umanisti, che si confrontano passo dopo passo, procedendo insieme con un sentire comune. Si arriva a piccole scoperte con spirito di gruppo, con passione e rigore. La riflessione su una nuova visione della persona e della comunità sta coinvolgendo differenti professioni in un confronto entusiasmante e costruttivo. Il lavoro procede gradualmente, costantemente e con determinazione, per individuare strumenti e principi che possano contribuire a migliorare la vita della persona e della comunità.

2. L’arte del buon vivere che, armonizzata nella comunità, migliora la vita quotidiana

3. Consolidare l’appartenenza

4. Le Life Focus Communities

Quaderni di Gestalt, Vol XXV, 2012-1, La psicoterapia della Gestalt con i gruppi
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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Omosessualità e riflessioni gestaltiche


– Carmen Vázquez Bandín

In questo articolo l’autrice fa un breve excursus nel mondo dell’omosessualità, proponendo alcune ipotesi a partire dalla teoria del sé della psicoterapia della Gestalt. In primo luogo offre una descrizione dei concetti di inclinazione, identità e comportamento sessuale. Successivamente riassume il pensiero di Freud sull’argomento e analizza l’omosessualità come parte nella costruzione e funzionamento della personalità del sé. Conclude con una breve considerazione sull’interazione tra la società attuale e l’omosessualità.

Se non mi avessero chiesto di scrivere su questo argomento non avrei mai pensato di fare una lettura dell’omosessualità inserita all’interno del quadro di riferimento teorico-clinico della psicoterapia della Gestalt. In primo luogo, perché l’omosessualità copre un ampio spettro di sfumature e possibilità; in secondo luogo, perché è come cercare di descrivere perché ci sono uomini che si innamorano di donne bionde, o perché ci sono donne che sono attratte da uomini alti. Un mondo di scelte individuali e personali che non può sempre essere spiegato dalla teoria della Gestalt!

Ma accettata la sfida focalizzerò i miei pensieri sull’omosessualità come un’identità specifica che comprende il modo di essere e di relazionarsi.
La teoria della psicoterapia della Gestalt non cerca e non crea risposte definitive ma stimola la ricerca di spazi di riflessione sugli argomenti. È così anche per l’omosessualità.
Lo studio della sessualità, per lo psicoterapeuta della Gestalt, ha senso solo quando è relativo alla comprensione dell’individuo nel suo insieme, all’interno di una visione olistica ed integrata dell’esperienza.

Negli esseri animali, non esiste funzione alcuna che si svolga indipendentemente dall’oggetto o dall’ambiente, sia che si tratti di funzioni a carattere vegetativo, come la nutrizione e la sessualità, o di natura percettiva, o di origine motoria, o ancora dell’atto di sentire o di ragionare (Perls, Hefferline, Goodman, 1997, p. 38).

Ciò significa che la sessualità non è qualcosa di istintivo, considerando la definizione di istinto offerta dalla biologia, come qualcosa di ereditato, rigido e fissato all’interno di una specie. L’identità sessuale è una delle identità che sviluppiamo nel corso della vita, come l’identità professionale, di figlio, di padre, di madre, ecc. E, ancora, la sessualità è qualcosa di inerente al piacere. A mio parere, l’omosessualità, dovrebbe essere, quindi, intesa come un possibile modo di rapportarsi a se stesso, agli altri e alla vita. In un certo senso si può dire che è un modo in cui un individuo può esprimersi, interagire e proporsi come persona.

I concetti di inclinazione, identità e comportamento sessuale

Prima di entrare nel dettaglio dell’argomento, ritengo funzionale porre l’accento sulle differenze di significato di alcuni termini. L’orientamento sessuale è definito «come l’inclinazione o la preferenza per il sesso opposto (eterosessualità), per lo stesso sesso (omosessualità), o per gli entrambi sessi (bisessualità)» (Soler, 2005, p. 7). Se guardiamo alla storia della umanità vediamo che l’orientamento sessuale è stato considerato in vari modi a seconda dei diversi periodi storici e culture. «La concezione dell’omosessualità si è evoluta nel corso della storia. All’inizio è stata considerata come normale e naturale, poi come peccato, delitto, malattia o disturbo mentale. La concezione attuale la ritiene una variante del comportamento sessuale normale» (Campo, 2005, p. 22).

L’identità sessuale è data dalla dimensione biologica e psicologica che permettono all’individuo di riconoscersi come appartenente ad un sesso, maschile o femminile, indipendentemente dall’identità di genere (sentirsi maschio o femmina) o dall’orientamento sessuale (trend o inclinazione sessuale). Questo concetto è strettamente legato all’identità di genere, al punto che spesso vengono utilizzati come sinonimi.

Il comportamento sessuale umano è il comportamento che gli esseri umani sviluppano per trovare partner sessuali, ottenere l’approvazione di potenziali compagni, stringere relazioni, e dare voce al desiderio sessuale. Si riferisce ad un ampio spettro di comportamenti che vanno dai più usuali ai meno frequenti, dalle relazioni di coppia agli abusi sessuali.

(…)

L’articolo affronta i seguenti temi:

  • L’origine del concetto di identità sessuale
  • Freud e l’omosessualità
  • La psicoterapia della Gestalt e l’omosessualità
  • Una breve riflessione psicologica

 

 

Quaderni di Gestalt, Vol XXVII, 2014-1, I vissuti sessuali in psicoterapia
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt, edita da Franco Angeli

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Ricerca, consapevolezza del campo, coscienza: dall’ermeneutica, all’estetica, al campo


I Quaderni si raccontano: 2017-1. Nuova pubblicazione 

Il numero 2017-1 dei Quaderni di Gestalt segna dei passaggi importanti per la Rivista e per l’Istituto. Il primo riguarda la decisione di non fare un numero monotematico. Gli avvenimenti nel primo semestre di quest’anno sono stati diversi, e abbiamo preferito testimoniarli nella loro diversità. Un primo avvenimento è il Convegno della FISIG, svoltosi a Catania dal 27 al 30 aprile 2017, che ha visto un movimento di tutta la Federazione delle Scuole italiane di psicoterapia della Gestalt verso la ricerca: le quindici scuole confederate hanno accolto questo tema (che oggi attraversa in modo significativo tutte le psicoterapie) come uno stimolo per la riflessione sulla possibilità di fare ricerca senza snaturare il nostro essere gestaltici, con il supporto di importanti lavori internazionali.

Ma prima ancora che un convegno incentrato sulla ricerca, questo evento è stato un movimento di tutte le scuole – uno studio congiunto e una condivisione di un clima disteso e collaborativo. Con tutto il gruppo dei direttori della FISIG e con alcuni didatti ci siamo impegnati nello studio critico delle Scale di Fedeltà elaborate da Madeleine Fogarty, la ricercatrice australiana che è stata anche l’ospite d’onore del convegno. Pur consapevoli dell’importanza di questo lavoro di definizione condivisa di “cosa fa un terapeuta della Gestalt”, abbiamo potuto esprimere le nostre perplessità e anche i nostri apprezzamenti per l’uso di queste scale sia nella didattica che nella supervisione.

Abbiamo studiato per un anno nei nostri incontri FISIG, a volte con la presenza virtuale della stessa Fogarty, criticando alcuni aspetti e apprezzandone altri, ma sempre rispettandoci a vicenda, comprendendo gli uni le motivazioni dell’altro. Questo ha consentito lo sviluppo di un clima collaborativo che continua ad animare le nostre riunioni.

È con piacere dunque che i Quaderni di Gestalt dedicano ben due sezioni di questo numero a quel convegno: la sezione Dialoghi, che ospita una mia intervista a Madeleine Fogarty (“Epistemologia, ricerca e clinica in psicoterapia della Gestalt”), e la sezione Studi e modelli applicativi, che ospita la versione italiana dell’articolo sulla Gestalt Therapy Fidelity Scale (GTFS) della Fogarty, “Che cosa fanno i terapeuti della Gestalt nella pratica clinica? Il consenso degli esperti”. La GTFS è stata costruita attraverso il metodo “Delphi” e si è avvalsa del contributo di un gruppo internazionale di terapeuti esperti delle principali correnti di psicoterapia della Gestalt, chiamati a esprimersi, nelle diverse tappe della stesura della Scala, sulle varie dimensioni proposte come peculiari del modello.

Da questo tentativo, necessario e del tutto nuovo nel nostro mondo, nasce la GTFS, una scala di fedeltà che misura il grado di adesione e di coerenza del terapeuta al modello della psicoterapia della Gestalt. Come emerge nel corso dell’intervista, la GTFS si rivela un prezioso strumento ermeneutico nell’ambito della supervisione e della didattica, costituendo per i didatti e per gli allievi non solo uno strumento di formazione clinica, ma anche di confronto continuo per sviluppare un senso di radicamento e di appartenenza. Infine, la GTFS fornisce la possibilità di irrobustire la validità scientifica delle ricerche condotte in ambito gestaltico, in quanto rappresenta una “prova” della coerenza del modello e di chi lo pratica.

Con l’emozione di ritrovarmi in un campo condiviso e di rappresentare questa realtà in qualità di presidente, ringrazio Madeleine e i colleghi della FISIG, con cui abbiamo realizzato un bel momento della Gestalt italiana.

Un secondo passaggio importante di cui questo numero dà contezza è lo sviluppo nel nostro Istituto del concetto di consapevolezza in chiave estetica e di campo. Gli incontri annuali dei didatti e dei collaboratori del nostro Istituto (siamo circa 90 ormai), come pure le riunioni locali delle tre sedi di Milano, Palermo e Siracusa, mi hanno consentito di mettere a fuoco un concetto su cui lavoravo da tempo, la conoscenza relazionale estetica (CRE), come la competenza del terapeuta della Gestalt che include il proprio sentire nel campo – nei suoi aspetti empatici e di risonanza.

Il concetto sviluppa in chiave fenomenologica ed estetica la partecipazione del terapeuta/ambiente alla percezione e al cambiamento del paziente. È presentato nel primo articolo della sezione Relazioni, “La conoscenza relazionale estetica del campo. Per uno sviluppo del concetto di consapevolezza in psicoterapia della Gestalt e nella clinica contemporanea”, con una introduzione sui nuovi disturbi psicopatologici, che spiega l’importanza di questo strumento nella clinica attuale.

A seguire, un articolo di Dan Bloom, “Il continuum consapevolezza-coscienza e l’ambiente come mondo-della-vita. La terapia della Gestalt compie una nuova svolta fenomenologica”, colloca i concetti di consapevolezza e coscienza nella prospettiva fenomenologica, a partire dal testo fondante di Perls, Hefferline e Goodman. L’autore newyorkese fa una stimolante analisi dei due concetti e delle ragioni teoriche che portarono i fondatori a usare un nuovo termine, quello di consapevolezza, distinguendolo dalla coscienza. Egli esprime anche la necessità di rivalutare il concetto di coscienza.

Nella sezione La Gestalt in azione, la trascrizione di una seduta da me condotta e commentata da Teresa Borino, “La fenomenologia del contatto in una seduta”, vuole essere un esempio di come l’approccio fenomenologico, attraverso il riconoscimento dell’intenzionalità di contatto della paziente, non spingendo verso movimenti né soluzioni, ma semplicemente stando con ciò che è, possa portare ad un cambiamento percettivo dei propri schemi relazionali.

Per la sezione Storia e identità, Bernd Bocian presenta un articolo di Serge Ginger su Sándor Ferenczi e la terapia della Gestalt, “Sándor Ferenczi: allargare i confini della psicoanalisi… e preparare il terreno per la terapia della Gestalt”. Nel 2018, ad aprile, ci sarà a Firenze un convegno internazionale su colui che viene qui definito come il “nonno” della terapia della Gestalt. Ci sembra appropriato dunque pubblicare le riflessioni del collega francese scomparso su un autore importante per la nostra identità.

Per la sezione Congressi, Fabiola Maggio e Marilena Senatore ci raccontano il convegno di studio con Miriam Taylor “Terapia del trauma, corpo, neuroscienze e Gestalt”, svoltosi a Palermo il 3 e 4 febbraio 2017.

Per la sezione Recensioni, pubblichiamo due contributi scritti da colleghi internazionali per la nostra Rivista. Il collega del New York Institute for Gestalt Therapy, Kenneth Meyer, ci racconta la sua esperienza del recentissimo libro Advances in Contemporary Psychoanalytic Field Theory. Concept and Future Development, curato da Katz S.M., Cassorla R., Civitarese G., preannunciando così il dibattito che si svolgerà al convegno sul campo in psicoterapia della Gestalt e in psicoanalisi, il 16 novembre a Milano.

Inoltre, il collega australiano Alan Meara, direttore della rivista australiana GANZ, recensisce il recente libro curato da Jean-Marie Robine Self. A Polyphony of Contemporary Gestalt Therapists, di prossima pubblicazione in italiano nella collana della FrancoAngeli.

Chiude il numero un ricordo della collega del New York Institute for Gestalt Therapy recentemente scomparsa, scritto dall’amico Dan Bloom: “Parliamo di Karen. Per continuare il processo di chiarificazione e riaffermazione della psicoterapia della Gestalt. Un elogio per Karen Humphrey (1941-2017)”.

Questo numero esprime dunque molti aspetti della vita del nostro Istituto e dei suoi collegamenti internazionali.

Ma c’è un altro passaggio importante: da questo numero Teresa Borino, che ha collaborato con la Rivista come coordinatrice editoriale per 7 anni, dal 2009 al 2016, lascerà il posto a Maria Luisa Grech. Teresa, una didatta importante della sede di Palermo, ha guidato la Rivista in un momento in cui c’era bisogno che esprimesse sia la coesione e la novità del modello dell’Istituto di Gestalt HCC Italy, sia il dialogo e il confronto con la comunità scientifica e psicoterapica. La ringrazio per avere messo a disposizione della Rivista la sua sapienza teorica e la conoscenza profonda degli sviluppi ultimi dell’Istituto. Occuparsi di una Rivista come la nostra è un sacrificio enorme nella vita di uno psicoterapeuta, è un atto di amore verso il modello e di generosità verso i colleghi e gli autori. Grazie Teresa per averci fatto crescere sotto il tuo occhio attento.

Do il benvenuto a Maria Luisa, psichiatra psicoterapeuta della Gestalt, didatta in formazione presso la sede di Milano, con la sua chiarezza e competenza professionale, guiderà la rivista verso altre sfide.

Vi auguro quindi una buona lettura!

Margherita Spagnuolo Lobb
Giugno 2017

Quaderni di Gestalt, Vol XXX, 2017-1
Rivista semestrale di Psicoterapia della Gestalt, edita da Franco Angeli

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Afferrare l’altro. Intervista a Vittorio Gallese


-Piero A. Cavaleri

Vedere è attivare la via visiva, ma guardare vuol dire “afferrare l’altro”, mettersi in un rapporto di apertura nei confronti dell’altro. Vediamo non solo con la vista, ma anche con il tatto, con l’udito, con l’azione. L’isomorfismo non è la riproduzione di una struttura, ma è “l’afferramento” di un corpo che si emoziona. L’emozione si è evoluta come uno strumento di negoziazione interpersonale. Emozionarsi non è solo sentirsi, ma sentire nell’esprimersi. Occorre guardare all’uomo partendo non dal cervello, ma dalla persona. L’identità è un pro- cesso di co-costruzione in cui l’altro gioca un ruolo fondamentale. Se l’altro manca, sono mutilate le potenzialità di individuazione di ognuno.

(…)

Pietro A. Cavaleri. Per riassumere quello che stai dicendo dalla nostra angolatura gestaltica, possiamo affermare che l’emozione è “relazionale”, l’emozione è il corpo che, relazionandosi, esprime qualcosa.

Vittorio Gallese. Dirò di più! Se noi usiamo il cervello come un modo per arrivare all’emozione e capire che cosa è quello che si sta vedendo, basta farsi certe domande e qui si ottengono delle risposte interessanti. C’è un lavoro del gruppo di Giampiero Arciero, pubblicato quest’anno, che dimostra come in soggetti con personalità diversa, quando vedono il volto del partner che esprime il dolore, anche se cognitivamente sono esattamente identici nel valutare l’intensità del dolore attribuito all’altro, il grado di spiacevolezza verosimilmente provato dall’altro, si attivano in loro parti del cervello diversissime.

Questo vorrà pur dire qualcosa! Ciò vuol dire che è impensabile sostenere che, per tutti noi che siamo qui dentro, provare paura significhi attivare la stessa area del cervello. Mi stupirei moltissimo! Sarebbe bello se avessi la bacchetta magica e, schioccando le dita, riuscissi a vedere contemporaneamente cosa succede nel cervello di ognuno di noi, me compreso, mentre lei (riferendosi a Margherita) ci evoca un’emozione di un certo tipo.

Questo oggi apre scenari, io credo, inimmaginabili, anche dal punto di vista della psicofarmacologia. Quando si stancheranno di fare ricerche sulla working memory, e invece cercheranno di mettere a fuoco l’esperienza, la presenza, queste cose che mi sembra di capire siano molto importanti anche per voi, allora non è così fantascientifico ipotizzare, se c’è la volontà di farlo, dei trattamenti psicofarmacologici, non dico calibrati e costruiti su misura come l’abito che ti fa il sarto, ma qualcosa di molto simile. E così lasciare alle spalle un’epoca in cui si cura la depressione con farmaci che, dopo vent’anni, si scopre non essere antidepressivi.

Adesso vanno di moda gli stabilizzatori dell’umore, fra dieci anni sarà di moda qualcos’altro. Adesso iniziamo ad imbottire i bambini di “Ritalin”. Arriviamo 15 anni dopo gli americani, che già da qualche tempo hanno capito che forse è meglio darsi una calmata! Ecco, c’è un mondo da scoprire, però solo se si è disposti a guardare all’uomo attraverso lo studio del cervello, partendo però non dal cervello, ma dalla persona.

Pietro A. Cavaleri. Un’ultima domanda. Margherita al paziente: “mi vedi”? “senti che ti vedo”? La relazione intersoggettiva è alla base di ogni forma di psicoterapia. La scoperta dei neuroni-specchio ha contribuito a dare una base neurofisiologica all’esperienza intersoggettiva. Come è possibile che, rispecchiando l’altro, io riconosco me, definisco meglio me? Cosa accade?

(…)

Tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXIV, 2011/2, Psicoterapia della Gestalt e Neuroscienze
Rivista semestrale di Psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli, pag. 27

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  1. Video seminario: Le neuroscienze applicate all’esperienza estetica con il prof. Vittorio Gallese
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Terapia della Gestalt e corpo


-Bernd Bocian

Bernd Bocian ricorda le due fonti principali dell’approccio olistico e integrativo in riferimento al rapporto tra mente e corpo della terapia della Gestalt. Da una parte il lavoro sul corpo, sul movimento e sul respiro del cosiddetto “movimento di riforma della vita”, iniziato in Germania già prima della prima guerra mondiale, la cui influenza risale essenzialmente a Laura Perls; e, dall’altra, una tradizione clinica all’interno della psicoanalisi freudiana, che coinvolge in modo più forte il linguaggio corporeo e le emozioni, rappresentata più che altro da Fritz Perls.

Il saggio di Susan Gregory pubblicato in questa rubrica chiarisce il significato – poco conosciuto – che il lavoro di Elsa Gindler ha per la nostra prassi di terapia della Gestalt. Vorrei qui aggiungere ancora alcune informazioni, perché diventi più chiaro a quali fonti si alimenta il nostro approccio olistico e integrativo in riferimento al rapporto fra psiche e corpo.

È abbastanza semplice individuare due fonti.

Da una parte, il lavoro sul corpo, sul movimento e sul respiro del cosiddetto “movimento di riforma della vita”, la cui influenza risale essenzialmente a Laura Perls; e, dall’altra, una linea di pensiero e di pratica clinica, all’interno della tradizione psicoanalitica freudiana, che coinvolge in modo più forte il linguaggio corporeo e le emozioni, rappresentata più che altro da Fritz Perls.

Vorrei qui sottolineare che la terapia della Gestalt, anche in quest’ambito, ha integrato, e in tal modo mantenuto, nozioni e conquiste perdute all’interno della psicoanalisi in seguito all’avvento al potere dei nazisti nel 1933, alla persecuzione, all’emigrazione negli USA e all’adattamento, per lo più poco creativo, al modello medico, che lì ha avuto luogo.

L’approccio Gindler, chiamato dalla stessa Arbeit am Menschen (lavoro sull’essere umano), faceva parte del cosiddetto “movimento di riforma della vita”, già iniziato in Germania prima della prima guerra mondiale, ed impegnato a trovare uno stile di vita alternativo ed olistico. Sotto l’influsso di teorie spirituali (in particolare della teosofia) e di filosofie e pratiche orientali (yoga ed esercizi sulla respirazione), proponeva un nuovo rapporto con il proprio corpo.

Non si trattava di un “addestramento corporeo”, in cui un insegnante, in ultima analisi autoritario, prescriveva dall’esterno esercizi o posizioni corporee prefissate, piuttosto al centro del lavoro si collocava «l’essere umano come integrità, in tutte le sue possibilità di relazione verso di sé, il proprio corpo, la propria vita e nel suo ambiente» (Gind- ler, 1931).

Dal lavoro di Gregory si evince come concetti e pratiche della terapia della Gestalt (ad esempio la concentrazione o awareness, oppure il significato della respirazione) abbiano subito una forte influenza direttamente da Gindler.

Poliedrica è stata la formazione di Laura Perls: pianista concertista, già a otto anni iniziò a frequentare i corsi di Emile Jaques-Delcroze di “ginnastica/educazione ritmica”, incentrati sull’integrazione di musica e movimento. Nel periodo berlinese si aggiunsero i corsi di Gindler e negli anni di emigrazione in Sudafrica le lezioni sul “metodo Loheland”, una scuola di movimento fondata sul modello antroposofico di Rudolf Steiner e collegata con l’“euritmia”, un’arte di movimento ed espressione ritmica (vedi L. Perls, 2005).

(…)

Tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVII, 2014/2, La psicopatologia in psicoterapia della Gestalt
Rivista semestrale di Psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli, pag. 137

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Marta e i “buchi nel cielo”: la sofferenza borderline


– Paola Zarini.

Odi et amo. Quare id faciam Fortasse requiris Nescio,
sed fieri sentio et excrucior.
Gaio Valerio Catullo (Liber, Carme 85)

(La) percezione di arrivare all’altro intero è ciò che il paziente con disturbo borderline di personalità cerca per tutta la vita e che chiede al terapeuta.
Margherita Spagnuolo Lobb (2014)

Quando ho immaginato di scrivere un articolo sulla mia esperienza clinica con la sofferenza borderline, nella mente, tra numerosi volti, ha preso forma quello di Marta, una donna di quarant’anni che seguo da oltre dieci. Il viaggio terapeutico con questa paziente, è forse quello che più mi ha consentito di esplorare i vasti territori di questo tipo di sofferenza. È stato per me un viaggio trasformativo, come terapeuta e come persona che mi ha chiamata in primo luogo ad una sottile ed accurata modulazione della presenza nella relazione terapeutica e ad una estrema chiarezza dei miei confini.

Con lei ho imparato inoltre l’importanza del profondo rispetto dei confini dell’altro, confini feriti da definizioni intrusive e manipolatorie all’interno dei campi relazionali primari (cfr. cit. From, in Spagnuolo Lobb, 2014, pp. 666- 668), e la cura puntuale nel sospendere qualunque forma di giudizio e di definizione dell’esperienza se non in modo cauto e pienamente co-costruito

Aspetti diagnostici e storia personale

Marta, come dicevo, è oggi una donna di quarant’anni. La sua domanda di aiuto coincide con la nascita del primo figlio, 10 anni fa, e nasce a partire da un profondo stato di malessere e senso di vuoto acutizzatosi nel periodo del post partum. In precedenza aveva sofferto di attacchi di panico per i quali era stata seguita farmacologicamente da uno psichiatra. Tale sofferenza era stata a tratti così invalidante da non permetterle di lavorare o da costringerla a ripetuti cambi di mansioni e ambiti professionali.

Quando la incontro per la prima volta la terapia farmacologica è stata sospesa da più di un anno e, con l’inizio della terapia, non sarà più necessario ricorrervi. Il quadro personologico di Marta rientra nella classificazione di Kernberg di organizzazione borderline della personalità (BPO), in particolare in quello che Kernberg (Clarkin, Yeomans e Kernberg, 2000) descrive come «il gruppo meno grave, con una maggiore capacità di relazione di tipo dipendente con gli altri significativi, maggior capacità di investimento nel lavoro e nelle relazioni sociali e un minor numero di manifestazioni non specifiche di debolezza dell’Io» (p. 8).

Marta nasce da una madre abbandonata il giorno del matrimonio all’ottavo mese di gravidanza, e da un padre che la riconosce e poi scompare, lasciandole in eredità un cognome alieno e senza volto (nelle fotografie che le mostrano da piccola al posto del volto paterno, ritagliato, restano visibili solo dei buchi). Ancora oggi il tema della verità dell’origine della sua storia resta per certi versi insondabile, e benché sia arrivata molto vicina, da adulta, a conoscere il padre, a colmare quei “buchi nel cielo”, la sola presenza in vita della madre continua a rappresentare per lei la non legittimazione ad avere accesso alla propria storia.

Nella vita di Marta-bambina l’esperienza dell’“altro assente” si costruisce all’interno della relazione con la madre in termini di presentificazione dell’abbandono, e si riattiva in ogni successiva relazione secondo due schemi esperienziali inconciliabili: il primo fondato sull’amore sconfinato e l’idealizzazione dell’altro (il padre che avrebbe desiderato esserle accanto più di ogni altra cosa, ma che forze avverse hanno tenuto lontano), il secondo sull’odio, la rabbia e la svalutazione dell’altro (il padre che l’ha abbandonata alla nascita senza mai più interessarsi a lei e di lei).

Marta cresce nella famiglia della madre, accudita nel quotidiano dai nonni, aggrappata e risucchiata insieme in un campo relazionale materno caratterizzato da giochi manipolatori e intrusioni emotive molto potenti, veri e propri abusi. Inizia presto, e in questo tipo di campo, l’esperienza di oscillazione tra desiderio di raggiungere l’altro ed esserne raggiunta, e bisogno di respingerlo, nel tentativo di proteggere i propri confini.

Se l’infanzia trascorre nella penosa ricerca di una presenza materna stabile e rassicurante, l’adolescenza vede palesarsi in forme nette ed esplosive gli aspetti più confusivi, manipolatori ed aggressivi della loro relazione; la madre coinvolge Marta nella propria irrequieta vita sentimentale, in una gara competitiva verso gli uomini, chiamandola seduttivamente “all’altezza del proprio mondo adulto” e nel contempo squalificandola per il “non esserne all’altezza”, in uno scenario a dir poco confusivo e disorientante per l’identità adulta emergente della figlia.

Raggiunta presto l’indipendenza economica e attraversate numerose relazioni affettive turbolente e sofferte, Marta approda ad un legame più stabile, si sposa e mette al mondo un figlio. Malgrado l’acutizzarsi della sofferenza dopo la maternità, che porta Marta alla decisione di intraprendere una psicoterapia, la relazione col figlio rappresenterà per lei una risorsa e un’occasione trasformativa straordinarie.

(…)

Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVII, 2014-2, La psicopatologia in psicoterapia della Gestalt
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt, edita da FrancoAngeli, pag. 109

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Processi evolutivi in psicoterapia: lo sguardo terapeutico tra passato, presente e futuro


I Quaderni di gestalt si raccontano: 2012-2

A Daniel Stern

Molta acqua è passata sotto i ponti da quando gli psicoterapeuti della Gestalt consideravano l’interesse per lo sviluppo umano come antitetico al proprio approccio, in quanto foriero di un allontanamento dal qui e ora, dall’esperienza immediata del paziente in seduta.

Oggi sappiamo che il passato, lo sviluppo del paziente, è parte integrante del suo modo di essere nel qui e ora e che è importante che lo psicoterapeuta abbia una mappa per leggere i processi evolutivi.

In particolare, oggi la psicoterapia della Gestalt trova appropriato rivolgersi allo sviluppo come a uno sfondo da cui emergono le figure che il paziente crea per la situazione attuale. In linea con la determinazione dei fondatori di studiare – piuttosto che processi dinamici intrapsichici che non trovano evidenza nel piano della realtà presente – ciò di cui siamo testimoni, ossia il modo in cui terapeuta e paziente declinano adesso il loro contatto terapeutico, il terapeuta della Gestalt necessita di strumenti teorici e metodologici per leggere come il passato è presente nel farsi del sé nel contatto, ossia come la percezione attuale del paziente si infutura nell’intenzionalità di contatto.

Al terapeuta fenomenologo serve comprendere l’esperienza che adesso il paziente ha del passato e dei vissuti relazionali che hanno condizionato il suo sviluppo. Gli serve capire i livelli di resilienza (del paziente) davanti agli stress, l’efficacia delle modalità adattive adoperate e il grado di consapevolezza (l’apertura dei sensi) che egli ha mantenuto nel tempo.

Allora, se prima della svolta degli anni ’90, che ha portato tutte le psicoterapie a interessarsi dei pazienti gravi e degli aspetti evolutivi relazionali, la psicoterapia della Gestalt si dimostrava scettica o addirittura contraria allo studio dei processi evolutivi umani, oggi non abbiamo alcun dubbio sulla necessità di attingere allo sviluppo come strumento di contestualizzazione dell’intenzionalità e delle risorse del paziente.

La domanda che ci facciamo, e che anima tutti i contributi di questo numero, è se lo psicoterapeuta della Gestalt nel suo lavoro clinico necessiti di una teoria evolutiva o se non abbia invece bisogno di uno strumento per cogliere, per come si presentano nel qui e ora, le modificazioni evolutive che il paziente ha attraversato e che adesso contribuiscono a determinare la figura del suo contatto terapeutico.

Il professor Daniel Stern, a cui questo numero dei Quaderni di Gestalt è dedicato, aveva lottato sin dall’inizio dei suoi studi contro il vizio che una errata impostazione epistemologica aveva imposto alla teoria evolutiva psicoanalitica.

In realtà, la costruzione di una teoria evolutiva non può avvenire per deduzione dai racconti dei pazienti: le teorie dello sviluppo devono rifarsi all’osservazione dei bambini “veri”, non ai racconti di persone adulte nel momento in cui descrivono la loro sofferenza.

Stern aveva sostenuto fortemente la necessità di creare una teoria evolutiva che partisse dal bambino osservato, dal bambino sano. L’Infant Research, a cui hanno collaborato i più grandi psicoanalisti intersoggettivi e relazionali, proprio sviluppando questa necessità rilevata da Stern, ha consentito di rivoluzionare il presupposto evolutivo della psicoanalisi, mettendo in questione il cuore stesso della tecnica psicoanalitica, l’interpretazione. Essa infatti non considera la “comunicazione relazionale implicita” (come l’ha definita Stern), non attinge ad una profondità dell’essere-con del paziente che passa innanzitutto attraverso processi relazionali non verbali di sintonizzazione reciproca, ma piuttosto analizza il racconto del paziente sulla base di una teoria suggestiva che a volte non ha nulla a che vedere con l’esperienza concreta del paziente (Stern et al., 1998; 2004; 2010). Stern valorizza così le capacità relazionali implicite dell’analista, più che il bagaglio tecnico appreso.

(…)

Siracusa, Dicembre 2012
Margherita Spagnuolo Lobb

Quaderni di Gestalt, volume XXV, 2012-2, La prospettiva evolutiva in psicoterapia della Gestalt
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli, pag. 4

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L’utilizzo dell’approccio sensomotorio nel lavoro con il trauma


-Miriam Taylor

Ispirandosi alle intuizioni legate alla ricerca neuroscientifica – nello specifico sull’eccitazione autonomica, sulla struttura cerebrale e la plasticità neuronale – l’articolo prende in esame i recenti sviluppi in materia di trattamento del trauma e le modalità d’integrazione delle nuove conoscenze con la metodologia gestaltica. 

La terapia sensomotoria del trauma offre alcuni nuovi concetti attraverso i quali è possibile riconsiderare il trattamento in una modalità che lo renda più sicuro ed efficace. Attraverso l’uso di esempi clinici, l’articolo illustra l’applicazione di tre concetti sensomotori, integrandoli con la pratica gestaltica. Descrive inoltre brevemente il ruolo del sistema difensivo nel trattamento del trauma in una prospettiva sensomotoria. In tutto il testo vengono considerati gli aspetti relazionali di questa tipologia di lavoro.

La terapia sensomotoria per il trattamento del trauma è nata sulla scia dei principi della Hakomi Therapy (Kurtz, 1990; 2007), a sua volta influenzata da Fritz Perls e Wilhelm Reich. Sebbene le sue basi teoriche, ispirate alle ricerche sul trauma, siano diverse da quelle della terapia della Gestalt, molti sono gli aspetti condivisi. La terapia sensomotoria ricava alcuni elementi dalle neuro- scienze e li elabora al fine di formulare una metodologia coerente per il trattamento del trauma (Odgen, Minton, Pain, 2006). Essa ci consente di attingere ad alcuni concetti teorici, diagnostici e metodologici interconnessi fra loro, quattro dei quali saranno discussi in questo articolo.

La psicoterapia sensomotoria enfatizza il ruolo del corpo nella cura finalizzata al superamento del trauma (vedi anche van der Kolk, 1994) e considera il fatto che il fallimento nell’integrazione dell’esperienza fa parte del lavoro con il trauma (Janet, in Ogden, Minton, Pain, 2006, p. 36). Personalmente ho trovato il metodo sensomotorio prezioso ed efficace quando l’ho integrato nella mia pratica gestaltica, per quanto esso presenti alcune “sfide” per gli psicoterapeuti della Gestalt e malgrado, ad una prima impressione, la psicoterapia sensomotoria sembri avere poco da offrire ai terapeuti della Gestalt, per la presenza di numerosi aspetti comuni.

La psicoterapia sensomotoria si esprime in termini di monitoraggio, speri- mentazione, contatto e mindfulness. Descrive con chiarezza e precisione per- ché questi atteggiamenti supportano la terapia del trauma, cosa che invece non è esplicitata nella letteratura della Gestalt. Il terapeuta sensomotorio è più selettivo nello scegliere le figure da trattare, più ripetitivo nell’applicare le tecniche e ha uno scopo ben preciso quando lavora con il trauma.

Ciò può essere applicato anche alla pratica gestaltica, ma è nell’attenzione a certi dettagli dell’esperienza che sta la differenza. La psicoterapia sensomotoria potrebbe essere criticata in quanto eccessivamente tecnica e stereotipata, troppo “io-esso”, ma in realtà richiede una grande maestria perché le sue competenze siano usate in modo fluido e «incorporate nella spontaneità relazionale» (Bromberg, 2011, p. 123). Nelle mani di un terapeuta relazionale esperto diventa un approccio altamente flessibile, efficace e singolare.

(…)

L’articolo affronta i seguenti temi:

2. La finestra di tolleranza

3. Risorse somatiche

4. La risposta orientativa

5. I sistemi difensivi

Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVIII, 2015-1, La psicopatologia in psicoterapia della Gestalt parte II
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli, pag. 9

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Daniel Stern: possibilità inesausta di confronto e dialogo


I Quaderni di Gestalt si raccontano: 2013-2

Questo numero dei Quaderni di Gestalt è dedicato ad un grande maestro e amico scomparso nel novembre 2012, Daniel Stern. Con lui l’Istituto di Gestalt HCC ha intessuto nove anni di dialogo fecondo, grazie alle sue docenze presso la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia, alla sua disponibilità al confronto, all’apertura verso linguaggi diversi. La sua vicinanza ci ha spronati a crescere e a trovare modi sempre più fenomenologici di descrivere ciò che facciamo.

Al di là del dialogo con gli psicoterapeuti della Gestalt, Stern ha rappresentato, per il mondo della psicologia evolutiva e della psicoterapia in genere, la nascita di qualcosa che fa una differenza nella storia: uno sguardo che integra molte delle prospettive emerse negli ultimi decenni in una Gestalt armonica, una proposta teorica destinata a generare significativi sviluppi in diversi ambiti, non solo nella psicoterapia e nella psicologia ma anche nell’arte e negli approcci che hanno a che fare con il movimento corporeo.

Per quanto ci riguarda, le ricerche e gli studi di Daniel Stern hanno consentito al nostro Istituto di riformulare concetti fondamentali della teoria della psicoterapia della Gestalt, e di sviluppare aspetti teorici e clinici importanti, come la prospettiva evolutiva e la co-creazione dell’incontro terapeutico.

Nel pensare questo numero a lui dedicato, da uno sfondo di gratitudine e di affetto, ci siamo chiesti quali domande animerebbero ancora il nostro dialogo con lui. Per esempio, considerando il tentativo di Stern di applicare i risultati della infant research alla terapia degli adulti, come possiamo definire il suo specifico contributo alla psicoterapia odierna?


Stern considera l’esperienza del “momento presente” come il cuore del pro
cesso terapeutico e focalizza la sua attenzione sugli aspetti fenomenologici ed estetici della relazione terapeutica. In quale epistemologia possiamo collocare questo contributo alla psicoanalisi certamente innovativo?

Se i now moment sono imprevedibili, e se ciò che il terapeuta fa quando questi momenti cruciali si presentano dipende dalla sua capacità di stare nella relazione, da ciò che lui “è” piuttosto che da ciò che “sa”, quali risvolti immaginiamo per l’insegnamento della psicoterapia?

Secondo i fondatori della psicoterapia della Gestalt, quando l’individuo vive l’esperienza in maniera piena e spontanea, sperimenta, proprio da questa totalità percepita dell’incontro con l’altro, la nascita del sé, i confini della propria individualità. Stern contesta l’esistenza di una prima fase autistica nello sviluppo psicologico del bambino, che già alla nascita, a suo avviso, è capace di entrare in relazione con la madre. Possiamo affermare, allora, che lo sviluppo psicologico non consiste nel riuscire a separarsi e individuarsi, bensì nel diventare sempre più capaci di relazionarsi, o, in altri termini, nel diventare sempre più capaci di sperimentarsi come un sé nell’incontro co-creato?

Queste domande emergono dalle idee, ricche di futuro, che Daniel Stern ci ha donato, ma anche dagli scambi con colleghi con cui ci ha messo in contatto, e con cui è possibile svilupparle. Questo numero è stato costruito attraverso il ricordo di suoi amici italiani, e la testimonianza di terapeuti della Gestalt che lo hanno conosciuto personalmente. Nei loro contributi è possibile rintracciare alcune delle risposte alle domande da noi formulate.

Apre il numero una breve ma significativa testimonianza della moglie, Nadia Bruschweiler Stern, le cui parole, pronunciate alla fine del convegno organizzato a Roma dal professor Massimo Ammaniti, danno la cornice di senso a tutto ciò che si può dire o scrivere su Stern.

Nella sezione Dialoghi, abbiamo il piacere di ospitare le testimonianze di quattro suoi colleghi italiani, che gli sono stati particolarmente vicini: Massimo Ammaniti, Nino Dazzi, Graziella Fava Vizziello e Vittorio Gallese. Sollecitati dalle mie domande, raccontano come hanno conosciuto Stern e l’influsso che egli ha avuto sul loro pensiero e sul loro impegno professionale.

Chiude la sezione il contributo di Angela Maria Di Vita sulla clinica del materno. L’autrice, per anni garante della nostra Scuola, nel 2006 ha promosso il conferimento al professor Stern della laurea ad honorem in Psicologia clinica dello sviluppo, presso l’ateneo palermitano. Anche se non pubblicato in forma editoriale di dialogo, questo contributo testimonia uno degli scambi scientifici che l’Istituto ha instaurato con docenti accademici in occasione delle visite di Stern presso il nostro Istituto.

Nella stessa sezione, un mio articolo sul contributo di Daniel Stern alla psicoterapia della Gestalt sviluppa i punti di incontro e le differenze tra il pensiero dello psicoanalista intersoggettivo e l’epistemologia gestaltica, così come li ho intesi negli anni dei nostri incontri, densi di sviluppi sia nelle sue teorie che nel nostro Istituto.

Daniel Stern ci ha lasciato un’eredità immensa da condividere e sviluppare tra tutti noi innamorati della vitalità umana.

È anche grazie a lui che ci ritroviamo fratelli tra psicoterapeuti di approcci diversi: sia nei convegni che nella letteratura, in molti, pur appartenendo a epistemologie diverse, ci riferiamo agli stessi passaggi teorici di Stern, condividendoli profondamente, come una conferma a ciò in cui crediamo e alla possibilità di dialogare.

Il suo linguaggio ci ha uniti. E sapere questo sicuramente gli avrebbe fatto piacere. Inoltre, il suo sorriso e la sua curiosità intellettiva sono stati un connubio di amore e novità che resterà per sempre nella nostra anima.


Margherita Spagnuolo Lobb

Quaderni di Gestalt, Volume XXVI, 2013-2, Il pensiero di Daniel Stern e la psicoterapia della Gestalt
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli, pag. 5

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Co-creare una psicopatologia gestaltica


– Giuseppe Sampognaro

L’autore rivolge ai docenti internazionali dei corsi di psicopatologia gestaltica dell’Istituto di Gestalt HCC Italy alcune domande, allo scopo di rivisitare e definire il concetto di psicopatologia nel nostro modello. Le loro risposte convergono sul valore intrinseco della diagnosi estetica e sul concetto di campo relazionale sofferente. Allo stesso modo, sottolineano l’importanza della svolta teorica dello “sviluppo polifonico dei domini” come chiave di lettura diagnostica e traccia terapeutica da seguire nel contatto col paziente. A conclusione, un commento del fenomenologo Gilberto Di Petta e il suo auspicio di una psicopatologia sempre più aderente all’atteggiamento fenomenologico oscillante tra oggettivo e intersoggettivo.

Da tempo la psicoterapia della Gestalt sembra essersi “riconciliata” con il concetto di psicopatologia. Dopo l’iniziale periodo di insofferenza e il tentativo di rifiutare la dipendenza da ogni inquadramento nosologico anche la psicoterapia della Gestalt ha accolto la necessità di “leggere” la patologia e di individuarne la forma e l’origine. Sappiamo infatti che, negli anni, la diffusione del nostro modello anche all’interno delle istituzioni pubbliche relative alla salute mentale ha determinato la necessità di dialogare sia con psichiatri (legati a un’impostazione medica) sia con colleghi di altre Scuole, formati a una mentalità nosografica tradizionale.

L’Istituto di Gestalt HCC Italy è stato dagli anni ’80 ed è tutt’ora leader internazionale in questo processo di integrazione della psicopatologia e della clinica contemporanea nella prassi e nella teoria del nostro approccio. Organizza dal 2012 l’International Training in Psychopathology and Contemporary Disturbances, rivolto a psicoterapeuti della Gestalt di tutta Europa, Russia e Paesi dell’Est. Il riscontro positivo di questa formazione è tale da creare un vero e proprio movimento nella comunità gestaltica internazionale. Abbiamo intervistato i quattro docenti di questo Training, Margherita Spagnuolo Lobb, Gianni Francesetti, Carmen Vázquez Bandín, Jean-Marie Robine. Dalla loro voce possiamo intuire i concetti fondamentali su cui si basa questo modello psicodiagnostico gestaltico.

Abbiamo poi chiesto a Gilberto Di Petta, psichiatra fenomenologo, Vice presidente della Società Italiana per la Psicopatologia Fenomenologica e Socio fondatore della Società Italiana di Fenomenologia Clinica e di Psicoterapia, di commentare tali risposte, al fine di mantenere il modello dell’Istituto in dialogo con la corrente della psichiatria fenomenologica e con la sua tradizionale pro- spettiva sulla sofferenza della relazione.

Margherita Spagnuolo Lobb
Parlare di psicopatologia, e ancor più di diagnosi, è stato certamente un grande passaggio per il nostro approccio che, come tutti gli approcci umanistici, rifiutava, fino agli anni ’80, di occuparsi delle psicosi e dei disturbi gravi. Ricordo un seminario di scambio tra il nostro Istituto e il New York Institute for Gestalt Therapy (l’Istituto in cui la psicoterapia della Gestalt è stata fondata, quello che più di tutti dà valore alla ricerca e allo sviluppo teorico), in cui parlammo di psicopatologia e di sviluppo infantile, suscitando curiosità e conflitti.

La fedeltà al qui e ora era diventata negli anni un ostacolo a parlare di tutto ciò che potesse portare fuori dalla freschezza del momento. Il passaggio alla considerazione del mondo della patologia si rese necessario dopo gli anni ’80, quando i disturbi gravi aumentarono e ci fu bisogno di capire come la percezione psicotica sia diversa da quella nevrotica, insomma di avere strumenti per fare una diagnosi differenziale. Le tecniche gestaltiche, come per esempio chiedere di amplificare un sintomo, risultavano rischiose in alcuni casi (fino a provocare un esordio psicotico) e utili in altri (tanto da fare sentire le persone libere di essere se stesse). La psicoterapia della Gestalt era nata per sostenere le risorse, per apprezzare la bellezza. Il rifiuto di Perls stesso a trattare pazienti gravi, quando era a Esalen, rispecchiava l’interesse della società e della psicoterapia di sostenere la potenzialità umana celata da una società massificante, impositiva, cieca alla creatività individuale.

I cambiamenti sociali degli anni ’80 avevano dunque registrato un aumento dei disturbi gravi. Il bisogno di liberare il potenziale umano creativo e autonomo lasciava il posto ad un bisogno di definirsi. Lo sfondo relazionale sicuro, fatto di ruoli chiari e certezze affettive, lasciava il posto a “intermittenze” relazionali che generavano il senso di inaffidabilità dell’altro, e ad una ricerca di sé attraverso provocazioni (penso ai disturbi alimentari, alle tossicodipendenze, per esempio). Occorreva tradurre i principi gestaltici, nati in una società più solida, nel linguaggio di queste nuove sofferenze. Non ci si poteva più esimere dal trattare i pazienti gravi.


Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVII, 2014-2, La psicopatologia in psicoterapia della Gestalt
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli, pag. 9

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Vieni a conoscere il programma del Master Internazionale organizzato dall’Istituto di Gestalt HCC Italy 

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