Afferrare l’altro. Intervista a Vittorio Gallese


-Piero A. Cavaleri

Vedere è attivare la via visiva, ma guardare vuol dire “afferrare l’altro”, mettersi in un rapporto di apertura nei confronti dell’altro. Vediamo non solo con la vista, ma anche con il tatto, con l’udito, con l’azione. L’isomorfismo non è la riproduzione di una struttura, ma è “l’afferramento” di un corpo che si emoziona. L’emozione si è evoluta come uno strumento di negoziazione interpersonale. Emozionarsi non è solo sentirsi, ma sentire nell’esprimersi. Occorre guardare all’uomo partendo non dal cervello, ma dalla persona. L’identità è un pro- cesso di co-costruzione in cui l’altro gioca un ruolo fondamentale. Se l’altro manca, sono mutilate le potenzialità di individuazione di ognuno.

(…)

Pietro A. Cavaleri. Per riassumere quello che stai dicendo dalla nostra angolatura gestaltica, possiamo affermare che l’emozione è “relazionale”, l’emozione è il corpo che, relazionandosi, esprime qualcosa.

Vittorio Gallese. Dirò di più! Se noi usiamo il cervello come un modo per arrivare all’emozione e capire che cosa è quello che si sta vedendo, basta farsi certe domande e qui si ottengono delle risposte interessanti. C’è un lavoro del gruppo di Giampiero Arciero, pubblicato quest’anno, che dimostra come in soggetti con personalità diversa, quando vedono il volto del partner che esprime il dolore, anche se cognitivamente sono esattamente identici nel valutare l’intensità del dolore attribuito all’altro, il grado di spiacevolezza verosimilmente provato dall’altro, si attivano in loro parti del cervello diversissime.

Questo vorrà pur dire qualcosa! Ciò vuol dire che è impensabile sostenere che, per tutti noi che siamo qui dentro, provare paura significhi attivare la stessa area del cervello. Mi stupirei moltissimo! Sarebbe bello se avessi la bacchetta magica e, schioccando le dita, riuscissi a vedere contemporaneamente cosa succede nel cervello di ognuno di noi, me compreso, mentre lei (riferendosi a Margherita) ci evoca un’emozione di un certo tipo.

Questo oggi apre scenari, io credo, inimmaginabili, anche dal punto di vista della psicofarmacologia. Quando si stancheranno di fare ricerche sulla working memory, e invece cercheranno di mettere a fuoco l’esperienza, la presenza, queste cose che mi sembra di capire siano molto importanti anche per voi, allora non è così fantascientifico ipotizzare, se c’è la volontà di farlo, dei trattamenti psicofarmacologici, non dico calibrati e costruiti su misura come l’abito che ti fa il sarto, ma qualcosa di molto simile. E così lasciare alle spalle un’epoca in cui si cura la depressione con farmaci che, dopo vent’anni, si scopre non essere antidepressivi.

Adesso vanno di moda gli stabilizzatori dell’umore, fra dieci anni sarà di moda qualcos’altro. Adesso iniziamo ad imbottire i bambini di “Ritalin”. Arriviamo 15 anni dopo gli americani, che già da qualche tempo hanno capito che forse è meglio darsi una calmata! Ecco, c’è un mondo da scoprire, però solo se si è disposti a guardare all’uomo attraverso lo studio del cervello, partendo però non dal cervello, ma dalla persona.

Pietro A. Cavaleri. Un’ultima domanda. Margherita al paziente: “mi vedi”? “senti che ti vedo”? La relazione intersoggettiva è alla base di ogni forma di psicoterapia. La scoperta dei neuroni-specchio ha contribuito a dare una base neurofisiologica all’esperienza intersoggettiva. Come è possibile che, rispecchiando l’altro, io riconosco me, definisco meglio me? Cosa accade?

(…)

Tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXIV, 2011/2, Psicoterapia della Gestalt e Neuroscienze
Rivista semestrale di Psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli, pag. 27

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