L’Istituto e la formazione internazionale: Training for Gestalt Supervisors


L’Istituto di Gestalt HCC Italy è attento alla formazione internazionale per garantire ai propri allievi un confronto con i maggiori esponenti della psicoterapia della Gestalt.

Nella terapia della Gestalt la supervisione è un processo fondamentale, un ambiente di apprendimento e un supporto necessario per la pratica clinica.
Questo processo è un mezzo per comprendere meglio i casi clinici, per riflettere sulla situazione terapeutica e sulla relazione, per orientarsi nel processo terapeutico.

Il training aumenta la consapevolezza dei campi creati dal terapeuta, dal paziente e dal supervisore. Inoltre supporta l’appartenenza alla comunità professionale per essere in grado di offrire la migliore pratica possibile per i clienti.

Questo programma di formazione fornisce una formazione teorica ed esperienziale che mira a sviluppare le capacità di un supervisore della Gestalt.
Ogni seminario sviluppa un quadro teorico e un metodo per supervisionare gli psicoterapeuti dalla prospettiva gestaltica. Fornirà anche hypervisions (supervisione della supervisione).

L’impostazione del gruppo di formazione è di tipo gestaltico: consentirà a tutti i partecipanti di contribuire con la loro creatività e competenza, supportando la riflessione critica sia a livello teorico che pratico.
Il supporto e la presenza di colleghi provenienti da molte parti del mondo e la bellezza dell’Italia forniranno l’ambiente migliore per nutrire le proprie capacità di supervisore della Gestalt.

Chi sono i didatti?

Miriam Taylor, Gestalt psychotherapist, Academic consultant, London (UK)
Jean-Marie Robine, Institut Français de Gestalt-Thérapie, Bordeaux (France)
Jan Roubal, Gestalt Studia and Masaryk University, Brno (Czech Republic)
Margherita Spagnuolo Lobb, Istituto di Gestalt HCC Italy, Siracusa (Italy)

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Congratulazioni ai nuovi psicoterapeuti della Gestalt!


Auguri ai nuovi psicoterapeuti della Gestalt che il 15 Giugno presso la sede di Palermo dell’Istituto di Gestalt Hcc Italy hanno discusso la tesi di laurea, completando il loro percorso formativo.

Con orgoglio vi consegniamo al mondo e vi auguriamo un percorso professionale degno della vostra sensibilità ed umanità.

CEREDA ALESSANDRO Titolo Tesi “La fototerapia in pdg: il ruolo delle immagini nel sostegno e nel qui ed ora delle relazioni terapeuticheRelatore: Dott. Michele Cannavò

GIGANTE FRANCESCO Titolo Tesi “Dalla Teoria alla Pratica Clinica. Un’ esperienza in una comunità residenziale per tossicodipendenti” – Relatore: Dott.ssa Teresa Borino

ITALIANO ROBERTA  Titolo Tesi “L’esperienza dell’attesa nei padri: una lettura gestaltica” – Relatore: Dott.ssa Susanna Marotta

LA PIETRA FEDERICA Titolo Tesi “Radici e Germogli. La PdG e il trauma trans generazionale” – Relatore: Dott.ssa Barbara Crescimanno

LO PORTO ORNELLA Titolo Tesi “Adattamento creativo e tumore al seno: imparare a prendersi cura di sè attraverso la malattiaRelatore: Dott.ssa Marilena Senatore

MIGLIORE CARLA Titolo Tesi “Neuroscienze e setting clinico in PdG: possibili integrazioni” – Relatore: Dott. Giancarlo Pintus

SANNA MARGHERITA Titolo Tesi “L’esperienza del silenzio in psicoterapia della Gestalt: dalla concentrazione alla creatività nella relazione” – Relatore: Dott.ssa Marilena Senatore

SORCE MARIA Titolo Tesi “E-migrare: la vita altrove. Aspetti psicologici e sociali del fenomeno migratorio” – Relatore: Dott. Giuseppe Cannella

VELLA AMELIA Titolo Tesi “Sostegno alla genitorialità in famiglie con figli con disabilitàRelatore: Dott.ssa Donatella Buscemi

“Che possiate sempre portare con voi la vostra casa in volo”!

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Le funzioni del sé e la lettura fenomenologica


Michele Lipani e Elisabetta Conte

Il sé, durante l’adolescenza, attraversa una fisiologica riorganizzazione, con importanti modificazioni della funzione es (trasformazioni corporee, percezione e riconoscimento di nuove sensazioni, emergere di nuovi bisogni ancora in via di definizione) e della funzione personalità (nuova definizione di sé e assimilazione dei cambiamenti connessi con il diventare adulti) (Perls et al., 1971).

Si rendono necessari nuovi adattamenti creativi relativi all’esperienza corporea, sfondo sempre presente nel processo di contatto, base sicura su cui poggiano sia il sentimento di esistere e di avere una identità (la pienezza del sentir- si un “io”), che il farsi azione di questa identità attraverso i gesti, le posture, le azioni che portano all’altro (Mione e Conte, 2012).

L’adolescente sembra oggi giungere più fragile di fronte a queste nuove sfide (Conte e Mione, 2013) e avrebbe ancora bisogno di un alto grado di holding, anche se di nuova qualità, da parte delle figure adulte (Levi, 2013). Se priva di sostegno (autosostegno e/o sostegno ambientale), la forte eccitazione tipica di questo tempo della vita si tramuta in ansia e, per non essere sentita, in desensibilizzazione corporea. Dalla funzione es anestetizzata non nasce alcun interesse, non si crea alcuna figura che sostenga l’intenzionalità. Possiamo allora affermare che: «L’esperienza depressiva è una condizione nella quale la dinamica figura/sfondo stenta a mettersi in movimento: lo sfondo è senza energia, non vi sono stimoli, interessi, slanci di intenzionalità (…)» (Francesetti, 2011, p. 83).

Si respira un’aura da «ottundimento dei sensi» (Spagnuolo Lobb, 2011, p. 39) difficile da condividere, come per Luca, sedici anni, che nel tentativo di raccontare come si sente accenna al suo corpo “zavorrato”, al senso di impossibilità di fare le cose «come in certi sogni in cui vuoi correre, scappare, ma non riesci a sollevare le gambe». Quando non trova parole, cita testi di brani musicali che possono avvicinarsi alle sue sensazioni e risvegliarle. Allora si riconosce nei versi di Open, brano dei The Cure, e trascrive:

… Non ce la faccio più, sono diventato così, Quando la vita perde ogni senso
Continuo a muovere la bocca
Continuo a muovere i piedi

Oh mi sento così stanco…
E come la pioggia cade a dirotto Così io mi sento dentro…

Altre volte gli adolescenti sembrano imbrigliati da sensazioni più cupe e fanno riferimento a percezioni visive in cui prevale il buio, il non vedere; le sensazioni tattili/epidermiche esprimono il freddo e il non sentire; spesso il silenzio diventa insostenibile. Francesca, spiegando che non ha voglia di uscire con gli amici, racconta che quando è con gli altri sente di essere «un’ombra insignificante: … se sono da sola, in silenzio posso riuscire a stare tranquilla, ma non sopporto il silenzio del mio mutismo quando sono con gli altri e non riesco a pensare nulla, a dire nulla. Allora molto meglio seppellirmi a casa». Le sensazioni di tipo cinestesico rimandano invece al senso di galleggiamento nel vuoto, al cadere, al sentire il peso e la stanchezza, oppure un senso di disorientamento spesso soffocato.

La funzione personalità, durante l’adolescenza così vivida e fertile nell’assimilare esperienze creative e affamate di novità, nell’impasse depressiva si connota di vissuti di inadeguatezza e di impotenza, come per Gianluca, quindici anni, che fino alle scuole medie era un alunno brillante, ma con l’ingresso nelle scuole superiori non comprende e non tollera il “tonfo” del suo rendimento scolastico. Nonostante il suo impegno, gli sembra che tutti siano più in gamba di lui e i suoi voti sono irrimediabilmente “da bocciato”: «Forse non sono così intelligente come gli altri credono, forse la scuola non fa per me».

L’adolescente che attraversa una fase depressiva si macera nel conflitto insanabile, tra ciò che vorrebbe essere e ciò che riesce ad essere, tra ciò che vorrebbe fare, i suoi sogni, le sue aspettative, e ciò che poi effettivamente fa. Ancora peggio se deve mettere in discussione le aspettative che gli altri hanno nutrito per lui e sostituirle con nuove aspettative più sue. Da ciò scaturisce il sentire la fatica di diventare se stesso, il senso di inadeguatezza e di inibizione, l’impotenza, la paura di non essere “visto”, di non valere abbastanza.

(…)

Tratto dall’articolo “Giovani funamboli:esperienze depressive in adolescenza”
in Quaderni di Gestalt, volume XXVII, 2014-2, La psicopatologia in psicoterapia della Gestalt
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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Lo sviluppo polifonico dei domini


Verso una prospettiva evolutiva della psicoterapia della Gestalt

-Margherita Spagnuolo Lobb.

Rispondendo alla domanda “quale prospettiva sullo sviluppo è coerente con i principi della psicoterapia della Gestalt e dunque utilizzabile a livello clinico dai gestaltisti?”, l’autrice afferma che ciò che serve al clinico non è tanto una teoria dello sviluppo in sé, ma una “mente evolutiva”, ossia una mappa per comprendere come il passato si rivela nel presente, che possa aiutarlo a intuire sia l’evoluzione delle modalità di contatto del paziente che il suo movimento interrotto, l’intenzionalità di contatto bloccata che chiede di essere liberata nel presente. Presenta dunque un modello per osservare come le risorse del paziente sono ancora disponibili nella relazione o sono dormienti.

La chiave concettuale di questo lavoro è lo sviluppo polifonico di domini, che l’autrice propone come una prospettiva epistemologicamente coerente di guardare, nel qui e ora della seduta, allo sviluppo del paziente, come una funzione del campo fenomenologico, allo scopo di sostenere l’eccitazione per il contatto che ha perduto la sua spontaneità, nel quadro di riferimento della domanda di terapia del paziente. Descrive i domini gestaltici, le loro caratteristiche e i rischi che implicano nel caso di un confine di contatto desensibilizzato.

Sebbene la psicoterapia della Gestalt sia nata proprio da un’idea innovativa rispetto alla teoria freudiana dello sviluppo (la ben nota fase dell’aggressione dentale, Perls, 1942), i suoi seguaci si sono tenuti distanti da una concettualizzazione dei processi evolutivi, almeno fino agli anni ’80, momento in cui tutte le correnti psicoterapeutiche si sono rivolte alla relazione e alla cura dei pazienti gravi. A quel punto, la critica all’approccio evolutivo sostenuta dagli psicoterapeuti della Gestalt – secondo cui guardare allo sviluppo del paziente era una distrazione dalla freschezza della relazione nel qui ed ora – fu sostituita dalla ricerca di una teoria evolutiva che fosse in linea con i principi epistemologici della psicoterapia della Gestalt.

In questo articolo intendo proporre una prospettiva gestaltica sullo sviluppo (più che una teoria evolutiva) che consenta al terapeuta di rimanere nella freschezza del contatto presente con il paziente, e di considerare nel proprio lavoro la profondità che emerge dalla “superficie” del loro incontro. Attingendo alle teorie evolutive contemporanee, descriverò il concetto di dominio come un ambito esperienziale che include alcune capacità di contatto. (…)

1. Un esempio di prospettiva gestaltica sullo sviluppo

Secondo la terapia della Gestalt, l’individuo contatta l’ambiente utilizzando le forme di sostegno fisiologico specifico di cui dispone. Queste sono parte della sua esperienza e sono necessarie per l’autoregolazione spontanea del suo essere-con. Ecco un esempio. Un bambino vomita la mattina quando deve andare a scuola; i genitori, già stressati perché faranno tardi al lavoro, lo rimproverano; il bambino si sente umiliato. Nella sua esperienza, vomitare rappresenta un sostegno fisiologico che gli consente di scaricare una tensione. Se si sente accettato dai genitori, con la sua angoscia e la sua confusione emotiva, sarà in grado di attingere al sostegno fisiologico che ne deriva. Tornerò nel corso dell’articolo a questo esempio.

L’attenzione al corpo che caratterizza il metodo gestaltico segna un passaggio importante per tutta la psicoterapia: da un concetto di profondità riferito a localizzazioni psichiche, ad una profondità intesa come incarnazione della relazione (Spagnuolo Lobb, 2005). Se per Reich il corpo era il luogo della repressione dei conflitti, e per Perls il mezzo privilegiato di espressione di un’esperienza olistica ed esistenziale, per gli autori gestaltici contemporanei (in particolare Kepner, 1993; Frank, 2001; Clemmens et al., 2008; Clemmens, 2011) il corpo è l’organo di contatto per eccellenza, che comprende tanto la memoria dei contatti passati, quanto la creazione di quelli presenti. Il linguaggio gestaltico dell’esperienza di contatto riformula la prospettiva psicodinamica nel codice fenomenologico dell’esperienza nel qui ed ora.

(…)

L’articolo tratta i seguenti temi:

2. La questione della teoria evolutiva in psicoterapia della Gestalt

3. La presenza concreta del paziente tra figura e sfondo

4. Le mappa gestaltica dello sviluppo polifonico dei domini in un campo

5. L’organizzazione gestaltica dello sviluppo polifonico dei domini

6. La prospettiva evolutiva della psicoterapia della Gestalt nell’evi- denza clinica

7. Un ricordo personale

Tratto da Quaderni di Gestalt, vol. XXII, 2009-2, Psicoterapia della Gestalt e psicoanalisi
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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Auguri ai nuovi psicoterapeuti della Gestalt!


Giorno 31 Maggio 2o18 presso la sede dell’Istituto di Gestalt HCC Italy di Siracusa hanno discusso la loro tesi di specializzazione in psicoterapia:

1. CROCE ALESSIA Titolo Tesi “Creatività e co-creazione in Psicoterapia della Gestalt con riferimento al gruppo terapeutico” – Relatore: Dott. Giuseppe Mirone
2. D’ANDREA FABRIZIO Titolo Tesi “Una Scheda Clinica per l’addiction” – Relatore: Dott. Giancarlo Pintus
3. FRASSICA GIUSEPPE SANTI Titolo Tesi “L’esperienza del dolore: La Psicoterapia della Gestalt e come processo relazionale di sostegno al contatto ” – Relatore: Dott. Giancarlo Pintus
4. IACONO BARBARA Titolo Tesi “Quando l’indicibile viene raccontato. Lo squarcio della relazione impresso nel sé del bambino abusato” – Relatore: Dott.ssa Rosanna Militello
5. TOMASELLO ALESSANDRA Titolo Tesi “Il tema della sessualità in psicoterapia della Gestalt” – Relatore: Dott. Giuseppe Mirone
6. XAXA ALESSANDRA Titolo Tesi “La Psicoterapia della Gestalt e i Disturbi Specifici dell’apprendimento: Un incontro al Confine di Contatto” – Relatore: Dott.ssa Giovanna Triberio

 

Tantissimi auguri da tutti noi per il vostro traguardo raggiunto con successo!

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Gruppi di Training Autogeno: cosa sono?


E’ necessario chiedersi: Cos’è il Training Autogeno? E’ una tecnica di rilassamento finalizzata a scaricare lo stress, al recupero delle energie psico-fisiche. È indicato:
• per gestire l’ansia
• per potenziare l’attività mentale, l’attenzione, la memoria e la concentrazione
• per migliorare le prestazioni lavorative e sportive
• per favorire il benessere psico-fisico
• per i disturbi psicosomatici: insonnia, ipertensione, cefalea, disturbi digestivi, tachicardia

Nasce il bisogno di offrire strumenti per gestire al meglio tali effetti negativi della quotidianità e per questo il Centro Clinico e di Ricerca in Psicoterapia organizza dei gruppi di Training Autogeno.
Gli incontri prevedono l’apprendimento di una serie di esercizi studiati allo scopo di raggiungere un rilassamento e favorire l’introspezione e la consapevolezza di sé. Il percorso è articolato in 8 incontri di gruppo di un’ora e mezza ciascuno. Il primo incontro di orientamento individuale è gratuito. Durante gli incontri si svolgeranno attività pratiche finalizzate all’apprendimento delle tecniche del Training Autogeno.

I conduttori dei gruppi sono:

Dott.ssa Luana Berlich, Psicologa e Psicoterapeuta della Gestalt e operatore in T.A.
Dott.ssa Perrone Mariacatena, Psicologa e Psicoterapeuta della Gestalt e operatore in T.A.

 

Recupera le tue energie, rigenera il corpo e la mente, riduci l’ansia e lo stress

Per saperne di più clicca qui 

 

 

 

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I disturbi delle relazioni sessuali: l’amore e il desiderio


-Nancy Amendt-Lyon.

La fenomenologia delle difficoltà nelle relazioni sessuali

Avendo scelto di esplorare i problemi delle relazioni sessuali dalla prospettiva della psicoterapia della Gestalt, quando penso alla portata di questo argomento, sento contemporaneamente eccitazione mista a timore. Il campo è vastissimo! So tuttavia di avere scelto un tema che mi sta molto a cuore e questo mi dà sostegno ed energia per affrontare un campo così grande, consapevole che solo una parte può essere affrontata all’interno di questo capitolo. Le difficoltà sessuali comprendono fenomeni che emergono nel momento in cui gli esseri umani si coinvolgono nella relazione con l’altro, all’interno del campo delle esperienze reciproche quando interagiscono e tentano di raggiungere e influenzare l’altro. Secondo la prospettiva gestaltica della teoria del campo, le difficoltà sessuali sono relazionali anche quando soltanto uno dei partner si sente sessualmente insoddisfatto, inadeguato, incapace di sperimentare piacere, inconsapevole dei suoi bisogni, confuso riguardo la scelta del partner, ansioso o depresso nel delinearsi del suo orientamento sessuale. Questo si riferisce alle esperienze di partner eterosessuali, omosessuali e bisessuali e va esplicitato che l’orientamento sessuale di per sé non può essere considerato un disturbo.

In sintesi, i problemi delle relazioni sessuali si manifestano con la difficoltà di percepire le sensazioni e l’eccitazione sessuale, di lasciar crescere la tensione sessuale, di sostenere il contatto durante il culmine dell’eccitazione sessuale, di lasciarsi andare all’orgasmo, così come rimanere e gustare il sentirsi appagati dopo la soddisfazione. Il disagio o la confusione sulla propria identità sessuale può far desiderare di vivere la vita come una persona del sesso opposto, sia vestendone gli abiti sia desiderando di cambiare sesso ricorrendo ad interventi chirurgici o cure ormonali. La sofferenza nella preferenza sessuale, includono le parafilie, esperienze violente, fantasie di eccitazione sessuale, impulsi sessuali intensi o episodi comportamentali che coinvolgono bambini, individui non consenzienti, oggetti o esseri non umani. Questi disturbi possono inoltre comportare l’umiliazione di sé stessi, del proprio partner o causare loro sofferenze fisiche o emotive.

La situazione co-creata

Quando approfondiamo i temi sessuali in psicoterapia, come professionisti o teorici, dobbiamo essere pronti a rivolgere la nostra attenzione all’attrazione sessuale, alla sensualità e ai momenti d’intimità che si vivono all’interno della situazione terapeutica. Un aspetto essenziale del modo in cui ci rapportiamo a questi aspetti in terapia è legato a come gestiamo la nostra identità sessuale e la nostra sessualità. Di conseguenza, le mie riflessioni sono quelle di una donna eterosessuale, di mezza età, impegnata in una relazione stabile e madre di due figli maggiorenni. Il modo in cui percepisco e mi relaziono ai miei pazienti riflette questa realtà, e viceversa. Ciò non mi ha proibito di lavorare con pazienti che non hanno il mio stesso orientamento sessuale, inclusi gay e lesbiche, bi- sessuali, ermafroditi e transessuali (ogni abitudine sessuale può produrre sentimenti di ansia, di ostilità, o discriminazione verso chi – siano essi una maggioranza o una minoranza – pratica forme di sessualità poco comuni). La capacità di sentire, contenere, affrontare ed esprimere in modo adeguato la nostra sessualità all’interno della situazione terapeutica è una competenza preziosa.

(…)

Tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVII, 2014-1, I vissuti sessuali in psicoterapia
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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Il sogno rivela parte di noi


Quante volte al nostro risveglio percepiamo felicità, angoscia o tristezza per un sogno appena emerso alla nostra memoria?
Hai mai pensato che ciò che sogniamo possa rivelare parte di noi stessi?
La Dott.ssa Laura Tirrò, specializzata presso l’Istituto di Gestalt HCC Italy, ha approfondito il tema del sogno evidenziando la sua importanza nella psicoterapia della Gestalt.

Il sogno è un’esperienza quotidiana che accomuna tutti gli esseri umani e che non si ferma mai durante tutto l’arco della vita.
Il sogno riflette ciò che è importante in un dato momento, sintetizzando i ricordi del passato, i problemi del presente e i presagi per il futuro.

In psicoterapia della Gestalt, lavorare con i sogni è parte integrante e fondamentale del processo terapeutico. La terapia gestaltica non interpreta il sogno ma lo osserva, come manifestazione di parti di noi stessi.
Il sogno cerca di dirci qualcosa, si relaziona con noi e con il mondo in cui abitiamo. Il sogno ha radici nel presente e del nostro presente ci parla, fornendoci un’ottima occasione per scoprire i “buchi” della nostra personalità.

In un dialogo tra lo psicoterapeuta della Gestalt e il paziente viene chiesto di raccontare il sogno al tempo presente affinchè il paziente possa entrare in contatto con esso, rivivendolo, nel qui e ora della narrazione.
La bellezza del sogno sta nello scoprire, esplorandolo, che rappresenta un atto creativo ricco di significato.
Ogni aspetto del sogno, ogni personaggio coinvolto, ogni elemento, ogni stato d’animo, è parte integrante del nostro sè frazionato. Attraverso il sogno, raccontato durante la seduta,  il paziente comunica qualcosa che altrimenti non riuscirebbe a comunicare. Così il sogno aiuta il paziente a liberarsi di pensieri e sentimenti trattenuti e a comunicare in modo diretto con il terapeuta, senza doversi chiudere in se stesso.

Dott.ssa Laura Tirrò
Psicologa, Psicoterapeuta della Gestalt

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La mentalità evolutiva in psicoterapia


Conversazione tra Massimo Ammaniti e Margherita Spagnuolo Lobb.

Margherita Spagnuolo Lobb: Buongiorno Massimo, grazie per avere accettato di dialogare con me sull’approccio evolutivo della psicoterapia. Lungi dalla pretesa di parlare di una teoria evolutiva, questo dialogo vuole essere un tentativo di creare un confronto tra la mentalità evolutiva proposta dal nostro Istituto e il tuo pensiero.

La terapia della Gestalt è nata proprio da una critica alla teoria evolutiva freudiana. Il suo fondatore, Frederick Perls, propose il concetto di aggressione dentale per indicare quella fase nello sviluppo in cui il bambino, mettendo i denti, diventa capace non solo di aggredire il cibo, ma anche il mondo, nel senso che riesce a destrutturare la realtà con un ad-gredere che implica un’energia fondamentale per la sua sopravvivenza. A quei tempi era una cosa abbastanza nuova all’interno della psicoanalisi; gli impulsi venivano considerati fondamentalmente come qualcosa da sublimare, e non da sostenere.

Questa nuova prospettiva implicava necessariamente una fiducia non solo negli impulsi, ma anche nell’autoregolazione dell’interazione individuo/società e uomo-natura, laddove queste realtà venivano per lo più intese in senso dicotomico, per cui impulso e regola sociale erano concepiti come inconciliabili. L’appartenenza appassionata a questa nuova prospettiva portò i terapeuti della Gestalt a disinteressarsi deliberatamente dello sviluppo di una teoria evolutiva gestaltica, come se interessarsi al passato potesse distrarre da un qui e ora auto-regolantesi e dalla freschezza del contatto. Dagli anni ’80 in poi, però, quando i disturbi gravi iniziarono a diffondersi maggiormente, riferirsi ad un approccio evolutivo che aiutasse a costruire una mappa dell’evoluzione della personalità del paziente, è diventato importante, sia per una diagnosi differenziale che per impostare il tipo di trattamento. Tale mappa deve però consentirci di mantenere la spontaneità della relazione terapeutica, in modo da salvaguardare l’esperienza nel suo continuo divenire.

Le tradizionali teorie stadiali dello sviluppo cognitivo e affettivo si rivelano poco adatte al pensiero fenomenologico e alla descrizione dell’evoluzione della competenza relazionale al contatto.

Obbedendo ad un ordine cronologico, e ad una successione di funzioni progressivamente acquisite ed integrate gerarchicamente, il concetto di stadio implica il passaggio da uno stato di immaturità ad uno di maturità. A mio avviso, in psicoterapia, leggere lo sviluppo del paziente in termini di organizzazione stadiale maturativa limita il nostro pensiero a vissuti e comportamenti considerati aprioristicamente più o meno appropriati e maturi. Questo sguardo non ci consente di apprezzare la bellezza, l’armonia con cui sempre la persona affronta la propria crescita, che a mio avviso costituiscono il cuore dell’intervento terapeutico: il sostegno a ciò che già funziona e all’intenzionalità di contatto, concetti che rientrano in quello che sinteticamente chiamo il now-for-next.

Le moderne ricerche evolutive sembrano andare più sul versante del concepire le capacità relazionali del bambino come domini.

Man mano che noi vediamo il bambino, come uno spaccato nei vari anni della sua vita, non guardiamo a degli stadi, cioè a delle competenze stadiali che presuppongono le competenze precedenti, ma guardiamo a come queste capacità, queste competenze relazionali s’intrecciano tra loro. Il punto allora per noi clinici gestaltici è non tanto costruire una teoria evolutiva, quanto acquisire una “mente terapeutica evolutiva”, capace di vedere come l’intreccio di certe capacità si rivela nel qui e ora della seduta e include un “desiderio” di movimento, di evoluzione. Ciò che occorre allo psicoterapeuta della Gestalt è una “mente evolutiva estetica” (capace di vedere l’armonia, ciò che già funziona), più che una mappa epigenetica o uno schema fasico dello sviluppo.

Tu hai sviluppato nel tuo pensiero, in qualche modo, l’idea di una certa flessibilità nello sviluppo, di un’acquisizione di capacità sempre più complesse del bambino. Cosa pensi di questa che secondo me è una dicotomia tra la prospettiva stadiale e maturativa e la prospettiva che sottolinea la complessità e l’armonia insita nello sviluppo?

Massimo Ammaniti

Il concetto di stadio è stato molto utilizzato dalle teorie evolutive sia in ambito dello sviluppo affettivo che cognitivo.

Nella teoria psicoanalitica l’idea tradizionale era che l’individuo passasse attraverso una serie di fasi, che come sappiamo andavano dalla fase orale, alla fase anale, alla fase fallica, alla latenza per poi arrivare nell’età dell’adolescenza al primato della fase genitale. Soprattutto nelle teorie cliniche, lo stadio, e questo è uno dei limiti, veniva considerato un periodo rilevante anche ai fini di una vulnerabilità che si impiantava in una certa fase e che poi si sarebbe sviluppata successivamente.

(…)

Tratto da Quaderni di Gestalt, vol. XXV, 2012-2, La prospettiva evolutiva in psicoterapia della Gestalt
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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VIENI A CONOSCERE IL PIANO FORMATIVO DELL’ISTITUTO DI GESTALT HCC ITALY 

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Congratulazioni ai nuovi psicoterapeuti della Gestalt!


Giorno 11 Maggio 2018 presso la sede di Milano dell’Istituto di Gestalt HCC Italy, hanno completato il percorso formativo, discutendo la propria tesi di specializzazione:

 

CARLINI CINZIA Titolo Tesi “Sett-ing: evoluzioni e storia di navigazioniRelatore: Dott. Gianni Francesetti

IMPERATO ROBERTO Titolo Tesi “Primum non nocere: per una “Gestalt” etica. Riflessioni su come evitare di ritraumatizzare il paziente nell’incontro clinico” – Relatore: Dott. Bernd Bocian

SALA DANIELA Titolo Tesi “COME NUVOLE IN VIAGGIO: storie di corpi e anime tra terra e mare. Uno sguardo gestaltico all’incontro con giovani richiedenti asilo” – Relatore: Dott. Giuseppe Cannella

COLLI MARZIA Titolo Tesi “Il lavoro terapeutico gestaltico nel contesto ospedaliero: dall’etica della scelta all’estetica della relazione” – Relatore: Dott. Fabrizio Demaria

PAPPALARDO GIULIA NORA Titolo Tesi “Sintonizzazione genitoriale e vulnerabilità alle addiction: alcuni dati di ricerca” – Relatore: Dott. Giancarlo Pintus

MARTONE MELANIA Titolo Tesi “L’obesità: al di là del corpo visibile” – Relatore: Dott.ssa Elisabetta Conte

MARIANO CARLA Titolo Tesi “Dal respiro alla gestione delle emozioni attraverso la meditazione e la terapia della Gestalt” – Relatore: Dott.ssa Elisabetta Conte

LIMITI MATTEO Titolo Tesi “L’amore che non nutre ma che ammala: un’analisi bio-psico-sociale della dipendenza affettiva” Relatore: Dott.ssa Marialuisa Grech

MORDOCCO ELISA Titolo Tesi “Dilemma del porcospino e danza relazionale” – Relatore: Dott.ssa Elisa Profeta

Ai nuovi psicoterapeuti della Gestalt l’augurio di un prospero futuro personale e professionale, ispirato ai valori umani e terapeutici caratterizzanti il modello gestaltico ed improntato ad una crescita sempre arricchente.

Congratulazioni a tutti voi!

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