I vissuti sessuali: dal potere dell’io al campo fenomenologico


I quaderni di Gestalt si raccontano: 2014 1 in breve

Sarà giusto celebrare Eros, il quale sia nel tempo presente ci procura i più grandi benefici, conducendoci verso ciò che ci appartiene, sia per il tempo avvenire offre le speranze più grandi (…), ricostituendoci nella nostra natura antica e risanandoci, ci renderà beati e felici.
Platone, Simposio

I contributi di questo numero dei Quaderni di Gestalt sono dedicati ai vissuti sessuali, una tematica fondante in ogni percorso psicoterapico. Nonostante la sessualità sia centrale nell’epistemologia gestaltica, e sia stata posta al cuore della rivoluzione sociale e politica auspicata dai fondatori, c’è un vuoto paradossale in letteratura e nei programmi di formazione che, a volte, contribuisce a generare nel terapeuta il vissuto di essere impreparato, in bilico tra etica e spontaneità, nel gestire la relazione quando in seduta emergono vissuti sessuali ed emozioni intime.

Le storie di vita dei nostri fondatori, la rivoluzione epistemologica, politica e sociale da loro promossa parlano della fiducia in una sessualità che, alla stregua di tutti gli altri impulsi, se vissuta nella pienezza dei sensi e del contatto, si orienta verso una fisiologica e spontanea capacità di autoregolazione. È stata proprio la fiducia nell’autoregolazione che ha consentito ai fondatori, negli anni Quaranta, di superare i limiti dell’allora vigente prospettiva psicologica e culturale basata sulla dicotomia natura/cultura (cfr. Spagnuolo Lobb, 2011, p. 132 ss.). Oggi questa fiducia nella spontanea integrazione tra impulsi individuali e vivere sociale necessita di essere contestualizzata nei vissuti sessuali della società post-moderna, e declinata in una prassi psicoterapica che sia garanzia di etica e rigore deontologico all’interno delle relazioni di cura.

La formazione in psicoterapia della Gestalt addestra ad una relazione terapeutica autentica e reale, in cui il terapeuta è inserito a pieno titolo in ogni vissuto portato dal paziente. I concetti di campo fenomenologico e di confine di contatto, già presenti nel pensiero dei fondatori, sono diventati oggi la cifra ermeneutica che ci consente di dimorare nella complessità della società attuale. Essi costituiscono la cornice da cui ogni accadimento riceve senso, il punto in cui si verifica l’esperienza e il luogo dove avviene la crescita. I vissuti sessuali non sono esenti da questa formazione orientata al qui ed ora della relazione, al cambiamento generato dall’esperienza co-creata all’interno della “traità” terapeutica.

Eppure è come se per questi sentimenti, certamente più intimi e sfidanti le reazioni profonde del vissuto del terapeuta, fosse facile calare un sipario sedante, che appiattisce le potenzialità di cambiamento contenute nell’emozione sessuale del paziente (o del terapeuta). Come scrivono Perls et al. (1971, p. 42): «Il problema non è costituito da ciò che viene sperimentato, ricordato, fatto o detto, ecc., quanto da come viene ricordato ciò che ricordiamo, da come dicia- mo quello che diciamo, con quale espressione del volto, con quale tono della voce, con che tipo di sintassi, con quale postura, sulla base di quale emozione (…)».

Sappiamo che sostenere il come è la bussola dell’intervento terapeutico gestaltico, ma pensare che questo come nasce come figura dotata di energia intenzionale da un campo fenomenologico condiviso rappresenta uno sviluppo importante, capace di fornire senso e direzione all’energia portata in seduta dal paziente.

Inoltre, grazie al nostro sguardo fenomenologico, di campo ed estetico, che sostiene l’energia armonica e complessa verso una tensione alla cura, anche il sentimento sessuale del terapeuta può essere visto in modo contestualizzato al campo e dunque dotato di senso relazionale.

Lavorare all’interno di questa cornice implica avere elaborato, come terapeuti, la propria funzione personalità, ed essere giunti ad una chiara e solida risposta alla domanda “chi sono io qui ed ora?”. Implica avere attraversato un percorso personale psicoterapico, essere stati immersi ed avere elaborato il “fuoco sacro” dell’Eros, per giungere ai nostri pazienti consapevoli, liberi dal desiderio e da quote narcisistiche, e con l’unica intenzionalità che è quella della cura.

Margherita Spagnuolo Lobb e Teresa Borino

Quaderni di Gestalt, volume XXVII, 2014-1, I vissuti sessuali in psicoterapia
Rivista semestrale di Psicoterapia della Gestalt, edita da FrancoAngeli, pag. 74.

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La femminilità come emergere del sé al confine di contatto


– di Roberta La Rosa

Attraverso il racconto di due casi clinici, l’articolo presenta il lavoro terapeutico con le sofferenze in cui è impossibile avere un rapporto sessuale completo. Partendo dal principio che la sessualità è la trama di fondo del nostro desiderio di contattare l’altro, si è voluto evidenziare come, seguendo l’intenzionalità delle pazienti, la co-creazione tra terapeuta e paziente sia il luogo in cui è possibile sperimentare nuovi schemi relazionali. L’approccio gestaltico ha orientato il lavoro terapeutico con queste sofferenze focalizzando alcuni punti chiave come il radicamento nel corpo, i temi dell’energia e dei confini e il sostegno alla femminilità.

L’idea di scrivere sul tema della sessualità femminile è nata dalla psicoterapia di due donne arrivate nel mio studio con lo stesso sintomo: l’assenza di rapporti sessuali completi con il loro partner. La formazione in psicoterapia della Gestalt mi orienta a guardare la sessualità come desiderio di contattare l’altro, che si dispiega già a partire dal campo relazionale primario. È con questo sfondo che descriverò in breve la storia delle due donne, i temi e alcuni momenti salienti dell’intervento terapeutico.

Mara: 37 anni, primogenita di tre figli, è impiegata presso un’azienda. L’atmosfera nella famiglia d’origine è descritta come calda ma carica di tensione: racconta di conflitti con il padre, con la madre il rapporto è più sereno ma Mara si sente caricata delle sue ansie e guardata con gli occhi di chi vuole incoraggiarla senza la reale convinzione che lei possa farcela. La madre media i conflitti con il padre, chiedendole di essere comprensiva con lui. Ha un buon rapporto con il fratello, nato quando lei era adolescente e verso il quale si è sentita protettiva. Il rapporto con la sorella è stato caratterizzato dal confronto: per i genitori è quella meno critica, accomodante, da prendere ad esempio. L’energia di Mara è vissuta dai familiari come negativa perché porta le discussioni fino in fondo e vuole avere sempre ragione. Si sente la figlia non riuscita. È cattolica praticante e ha creduto nel valore della verginità, scegliendo di rinunciare a rapporti prematrimoniali. Si è sposata quindici anni fa, dopo un lungo fidanzamento, durante il quale lei e il compagno avevano cominciato ad avere un’intimità; Mara si sentiva coinvolta ed eccitata, e allo stesso tempo spaventata per quelle forti sensazioni in contrasto con i suoi valori religiosi.

Arriva in terapia perché, nonostante il desiderio, ha paura della penetrazione. Si squalifica per questo disagio stupido e incomprensibile ma, al contempo, drammaticamente incomunicabile. Nelle prime settimane di terapia il motivo della sua richiesta di aiuto, subito verbalizzato, rimane sullo sfondo. Solo dopo qualche mese, la questione della sessualità diventa la figura attorno cui ruota la sua sofferenza. Racconta del suo sentirsi in colpa per non riuscire ad avere rapporti con il marito, nonostante lui sia molto comprensivo: questo se da un lato la protegge dall’affrontare più seriamente il problema, dall’altro la fa sentire inetta ed incapace. Sul tema cominciano ad emergere anche le sue curiosità, i suoi non detti: “Avrei tante domande da fare alle donne che sento più grandi…vorrei essere rassicurata, vorrei chiedere cosa succede in quei momenti, se sentirò dolore e se riuscirò a sopportarlo…”.

Come scrive Amendt Lyon (2013), la dinamica figura/sfondo e il legame che la sessualità ha con il tema della vergogna permettono talvolta che le questioni sessuali retrocedano sullo sfondo, consentendo che argomenti meno minacciosi stiano in figura. Ciò in senso diacronico ha la funzione di sostenere la relazione terapeutica, e di costruire un ground di fiducia che consente al paziente di lasciarsi andare a confessioni più intime. Dalle sensazioni che provo stando di fronte a lei, ho il senso di un corpo vissuto come “sempre in allerta”, di un corpo sospeso. Mara riporta che in famiglia c’è spesso il senso di un qualcosa da cui ci si deve proteggere: un’improvvisa crisi economica, gli estranei, il mondo fuori casa pericoloso. È come se ciò si traducesse in iper-attenzione e in un allenamento costante ai segnali che arrivano dall’esterno: il nemico potrebbe arrivare, occorre prepararsi, il respiro si fa esile per aumentare la vigilanza e limitare la possibilità di essere distratti. Quando il corpo così desensibilizzato avverte sensazioni eccitanti o emozioni intense, ci si sente disorientati e impauriti, poiché queste non possono essere riconosciute come proprie.

Alcuni pazienti percepiscono l’ambiente come una forza che è pronta ad assalirli, mancando della capacità di sentirsi parte di un più vasto ambiente circostante. Nel percepire un’eccitazione sessuale, ad esempio, la vivono come il nemico che arriva da fuori: il corpo non può riconoscerla come propria, né contenerla. La poca confidenza che Mara ha con il corpo si traduce in curiosità e paura: «Ho una paura terribile delle mie parti intime, mi sembrano così delicate che ho il timore di potermi fare male anche quando mi lavo».

(…)

Articolo tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVI, 2013/1, L’emergere dell’esperienza somatica nel campo fenomenologico
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da FrancoAngeli, pag. 91

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