Quaderni di Gestalt volume XXVI 2013/2: Il pensiero di Daniel Stern e la psicoterapia della Gestalt


Iniziamo a raccontare Daniel Stern attraverso le testimonianze della moglie Nadia Bruschweiler Stern, e di quattro suoi colleghi italiani, che gli sono stati particolarmente vicini: Massimo Ammaniti, Nino Dazzi, Vittorio Gallese e Graziella Fava Vizziello.

Stralci di testimonianze tratte dal Quaderno di Gestalt, Volume XXVI,  2013/2:

Il pensiero di Daniel Stern e la psicoterapia della Gestalt

 

Da un punto di vista intellettuale Dan sapeva come cercare, osservare, descrivere, contestualizzare e mettere in evidenza elementi universali dell’esperienza umana. Questi aspetti sono necessariamente collegati a molte teorie e discipline diverse. Credo che il suo lavoro fosse al di sopra di queste differenze, sempre alla ricerca degli aspetti fondamentali delle interazioni e delle relazioni umane.

Da un punto di vista umano, aveva una squisita capacità di entrare in contatto con le persone, facendo sempre sentire speciali coloro che incontrava. Questo aveva a che fare con il suo bisogno di seduzione, ma soprattutto era la sua fonte di vitalità e il suo campo di ricerca. Era curioso nei confronti della gente e viaggiava impegnandosi intensamente in ogni scambio. E così, quando incontrava le persone era sempre molto coinvolto, facendole sentire valorizzate dalla luce che emanava, per poi scomparire altrove con il suo raccolto.

Nadia Bruschweiler Stern

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Ho ancora davanti agli occhi questa immagine: Daniel che proponeva un punto di vista e tracciava uno schemino su una lavagna con grandi fogli. Quando qualcuno obiettava qualcosa, lui non si contrapponeva, non combatteva per imporre a tutti i costi il proprio punto di vista. Cercava, piuttosto, di riformulare il suo pensiero accogliendo i suggerimenti, le sottolineature, i punti di vista dell’altro. Diceva: «Now you feel more happy». Aveva questa capacità di accogliere le idee altrui e di riformulare ogni volta il suo pensiero: una capacità incredibile che stupiva grandemente persone come me, come noi che viviamo in un paese in cui se uno esprime un parere punta i piedi e lo vuole mantenere a tutti i costi sino ad arrivare allo scontro; mentre lui (in questo, molto “americano”) aveva questa capacità di cogliere gli aspetti positivi dell’altro e di stimolarlo in modo che il suo interlocutore potesse esprimere il meglio di sé.

Massimo Ammaniti

Daniel creava un’atmosfera culturale estremamente “nutriente”, parlerei di questo più che di un influsso preciso in una specifica direzione (…).  si trovava in una situazione molto, diciamo così, di frontiera. (…). È stata una persona che proprio per la sua non collocabilità immediata in nessun comparto ben definito, e quindi limitato, non influenzava strettamente un ambito; piuttosto, lo attraversava.

Nino Dazzi

La sua visione era sì teorica, ma era alimentata dalle ricerche svolte in quegli anni da lui e da altri pionieri come Colwyn Trevarthen, Ed Tronick. Per un neurofisiologo come me (cioè una persona che per costituzione ha bisogno di ancorarsi fortemente al dato empirico) tutto questo rappresentava una sintesi bellissima di approccio empirico ma con un’apertura teorica molto avanzata, in anticipo sui tempi, senza la paura di mettere in dialogo l’impostazione psicodinamica con quella cognitiva, fisiologica o filosofica: dal mio punto di vista, una sintesi perfetta.

Vittorio Gallese

Io l’ho conosciuto negli anni ʼ80 e da allora  quando ci siamo incontrati abbiamo sempre ritrovato un discorso comune. Il ritrovare il discorso comune, credo sia proprio uno degli aspetti più importanti nella vita odierna. La civiltà “liquida” propone un modello che ci porta a dover continuamente vedere persone diverse, a lavorare in maniera diversa, e il fatto di avere la forza di mantenere un filo di contatto con gli altri, credo sia molto importante. Sono stata molto colpita dall’ultima cosa che lui ha fatto quando siamo andati in una chiesetta di una piccola isola della laguna, a Venezia. C’erano le candele accese dai fedeli e ne ha accesa una con grande rispetto della devozione locale, agente di un contatto sempre cercato ed ottenuto… questo per me è rimasto come un gesto emblematico del suo modo di vivere.

Graziella Fava Vizziello

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