Essere-con” nel mondo di oggi.


Dialogo sulla cultura della relazione

Pietro Andrea Cavaleri e Giancarlo Pintus.

I due psicologi dialogano sulla relazione umana nell’attuale contesto sociale e culturale, sviluppando una lettura in chiave fenomenologica dei cambiamenti epocali nelle relazioni di coppia, familiari, nei gruppi e nella polis. Sulla scorta della metafora post-moderna della relazione come di “una zattera senza timone”, i due autori si confrontano sulle opportunità offerte dal superamento del primato della società sull’individuo, ma anche sulle nuove paure e i nuovi quadri psicopatologici correlati a un’individualità sempre più sganciata dallo sfondo del proprio ground di sicurezze. La relazione si configura allora come uno spazio sacro all’interno del quale nasce la mente, evento relazionale e di confine, ed emerge il bisogno di una nuova alfabetizzazione relazionale.

(…)

Giancarlo Pintus: C’è nell’uomo contemporaneo una costante tensione verso la ricerca della felicità. Mi colpiva il paradosso provocatorio del titolo di un libro Il dovere della felicità (Carrera – La Porta, 2000). Citando economisti come Luigino Bruni (Bruni, 2004; Bruni, Porta, 2004; Bruni, Zamagni, 2004) poni una questione nuova, cioè la felicità non come una condizione dettata dal possesso e dal consumo di beni, ma dall’aver accesso e fruire del bene relazionale. Pensare alla felicità come a un bene relazionale è scardinante rispetto a un ventennio di cultura e di educazione centrate invece sulla ricerca del successo a tutti i costi; in cosa consiste questa nuova idea?

Pietro A. Cavaleri: Viviamo una cultura post-moderna in cui ci culliamo del fatto che tutti possono avere tutto, tutti possono essere ricchi, tutti si possono realizzare, ma presto scopriamo che questo non è vero, perché la crisi, le ingiustizie sociali svelano l’inganno. Per alcuni studiosi questo “inganno” è all’origine della sofferenza mentale oggi più diffusa: la depressione (Erhenberg, 1999). Scopriamo, infatti, che per un verso ci viene data la certezza di poterci realizzare al meglio, ma per un altro, in modo molto ambiguo, questo dovere della felicità ricade interamente solo sulle nostre spalle. Se falliamo la responsabilità non è del mondo, ma interamente nostra. La depressione dell’uomo di oggi è dovuta a questo surplus di responsabilità: ognuno di noi è lasciato solo davanti ai propri fallimenti.

Per diventare qualcuno c’è sempre bisogno degli altri e non solo del proprio genio; purtroppo in un mondo assetato del sostegno dell’altro, ma privo di esso, perché la relazione è negata, essere felici è un dovere il cui fallimento è interamente responsabilità del singolo. Gli stessi economisti, andando contro il senso comune, hanno scoperto che non sono solo i soldi a fare felice l’uomo. Kahneman (2003), psicologo cognitivista che si occupa di dinamiche psicologiche applicate al mercato e Nobel per l’economia, ha scoperto, ad esempio, che il mercato viene retto da fattori di tipo emotivo e non solo da variabili a carattere matematico-probabilistico: le persone non sono felici se posseggono di più. Insomma, viviamo in una sorta di “implicito collettivo” che ci fa dire ai nostri figli di studiare e di impegnarsi nella vita per fare carriera così da assicurarsi la felicità.

Molti studi (Seligman, 2003; 2004) dimostrano invece che, superato un certo livello di benessere materiale, la persona comincia a desiderare una situazione ancora migliore nella quale però il benessere economico appaga limitatamente. Il benessere non sarebbe dunque frutto di un’equazione economica tout-court, ma anche espressione di beni immateriali come la qualità delle relazioni, del clima sociale che fa da sfondo al nostro quotidiano. Tutto questo non ha prezzo, e ha invece un rilievo economico fondamentale a livello produttivo e ancor più nella nostra vita personale e di relazione. La felicità è data da un buon tenore di vita, ma c’è qualcosa di “ulteriore”: la felicità è figlia di altro e specialmente della relazione “con” l’altro (Spagnuolo Lobb, 2008).

Giancarlo Pintus: Usi spesso termini come “riconoscersi” ed “essere riconosciuti”, quasi una funzione essenziale per uno sviluppo psico-fisico sano della persona e delle relazioni. È possibile fondare su queste abilità relazionali una nuova cultura della sanità, del benessere personale e collettivo?

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Tratto da Quaderni di Gestalt, vol. XXIII, 2010-1, Psicoterapia della Gestalt e fenomenologia
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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Amore e il mistero dell’altro


.Dedicato al giorno di San Valentino e a tutti gli innamorati.

Si dice che la scintilla dell’amore scatti in modo imprevedibile.
Ciò che ci attira nell’altro rompe gli argini della nostra quiete razionale, e diventa ossessione quotidiana, finché il mistero che ci attrae non si svela a noi.

Ciò che ci fa innamorare è il mistero dell’altro, la parte che l’altro, senza rendersene conto, tiene chiusa al mondo. L’innamoramento è possibile grazie a un intuito profondo: vediamo nell’altro ciò che ha nascosto, il suo mistero appunto. E la forza amorosa ci porta a svelare questo mistero, con una forza terapeutica naturale (che è l’innamoramento), per rivelare all’altro la bellezza che ha celato.

Allo stesso modo, sentirsi toccati dallo sguardo dell’innamorato ha l’effetto di una carica vitale: ci si sente rinati a nuova vita, ricaricati di un’energia buona e primaria che fa riappropriare di tutta la vitalità di cui si è capaci. L’innamoramento è un grande momento terapeutico della vita, in cui è possibile riprendersi le parti di sé che sono state sacrificate per risolvere situazioni difficili.

Erving Polster, un professore psicoterapeuta della Gestalt, dice che la nevrosi consiste nell’offuscare la propria bellezza, il proprio essere interessante. Nel corso della vita, a volte si fanno delle scelte di annullamento di se stessi, per adattarsi alle situazioni difficili. Un bambino smette di giocare con il fratellino perché la mamma è sempre nervosa e ha bisogno delle sue attenzioni. Quel bambino diventa un baby sitter della madre, e deve nascondere l’interesse per il gioco. La nevrosi è una rinuncia all’interesse spontaneo per la vita. Si diventa così, a vari livelli, noiosi e annoiati. Si perde il gusto per la vita, la capacità di essere interessati/interessanti. Qualsiasi forma di cura deve ridare l’interesse per la vita propria e altrui. L’innamoramento è una cura istantanea, potente, e proprio per questo a volte rischiosa. Oggi, in particolare, è difficile da sperimentare, per la desensibilizzazione diffusa di cui soffrono le nuove generazioni (non ci si sente, nel corpo, nell’anima, nelle emozioni..).

L’esperienza amorosa, spesso vicina all’esperienza mistica, è esperienza del mistero dell’altro. Amare l’altro vuol dire amare l’armonia che egli ha reso invisibile, sapere intuire il dolore e la bellezza più profonda che hanno forgiato l’anima errante dell’altro, le domande che dirigono la sua vita, e fornire una casa per questo errare, un luogo che contiene.

Per questo l’esperienza del mistero è esperienza d’amore, sia verso gli uomini che verso Dio.

Tratto da Essere nel tempo, Rubrica quindicinale a cura di
Margherita Spagnuolo Lobb
Direttore Istituto di Gestalt HCC Italy – Scuola di Specializzazione in Psicoterapia
www.gestalt.it

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