Flussi migratori tra clinica e società.


Metamorfosi culturale, conflitto e bisogno di radicamento

– Sebastiano Messina

Il tema è stato trattato durante un convegno a Siracusa nelle date del 5 – 6 giugno 2015 avviando una riflessione sul fenomeno della migrazione, analizzandolo nella sua complessità, come fenomeno di respiro internazionale, ma con particolare attenzione alle forti ricadute locali. Il convegno ha ospitato un dialogo con l’etnopsichiatra Piero Coppo sul tema. 

La prof.ssa Margherita Spagnuolo Lobb con l’intervento dal titolo Dal bisogno di autonomia al bisogno di radicamento della società post-moderna: la continuità culturale possibile oggi, ha da subito tracciato le coordinate utili alla comprensione del fenomeno. Continuità culturale o frattura? Radicamento o desensibilizzazione? Senso estetico o pregiudizio? Secondo la prof.ssa Spagnuolo Lobb prendersi cura del rapporto con la diversità, in questo momento di grande metamorfosi culturale, vuol dire aiutare le persone a riconoscere la tensione al contatto, così da sentire nella relazione con l’altro il proprio corpo in un modo non desensibilizzato. La società è, inoltre, chiamata a prestare maggiore attenzione ai riti di passaggio dalla famiglia alla polis, così da assicurare maggiore sostegno al bisogno di radicamento.

L’intervento del prof. Coppo, Continuità culturale, ibridazioni, metamorfosi, ha dato prosecuzione alle riflessioni sul tema della “continuità versus frattura culturale” e ha evidenziato come benessere o malattia risentano fortemente della presenza di fattori protettivi o di rischio, connessi alla presenza o alla perdita dei propri riferimenti sociali e personali. L’etnopsichiatria indaga le modalità attraverso cui sostenere i soggetti nel recupero del proprio benessere, mediante il ricorso a quegli ausili, procedure, codici che costituiscono lo sfondo culturale di provenienza del migrante. «Non potremmo fare il nostro lavoro se chi entra nei nostri ambulatori deve lasciare fuori il suo mondo, i suoi pensieri, i suoi dei, la sua concezione della salute, della malattia e della cura».

Un importante contributo al dialogo è stato fornito dal dott. Pietro A. Cavaleri con un intervento dal titolo Conflitti e processi di riconoscimento, nel corso del quale le riflessioni emerse sono state coniugate con esperienze socio-politiche locali, legate al doppio ruolo del dott. A. Cavaleri, psicoterapeuta della Gestalt e assessore alle Politiche Sociali e all’Interculturalità del Comune di Caltanissetta. È stata illustrata la condizione migratoria vissuta nel territorio del Comune di Caltanissetta, dove risiedono stabilmente molti stranieri e l’amministrazione comunale, in collaborazione con alcune associazioni, ha aperto una “Casa dei popoli”, luogo di mediazione e incontro tra i bisogni di identità e di continuità culturale dei residenti, sia italiani che stranieri. (…)

L’Istituto di Gestalt HCC Italy, sempre attento ai mutamenti sociali, nel voler organizzare il convegno Flussi migratori tra clinica e società, ha perseguito l’obiettivo di favorire il confronto clinico su un tema complesso e attuale, dagli importanti risvolti sociali, che ridisegnano il ruolo rivestito della psicoterapia oggi. Gli interventi si sono articolati tenendo conto di diverse figure e sfondi: dalla lettura dei vissuti del migrante ai mutamenti sociali; dalla sfida del far incontrare le diversità a quella di riflettere sul ruolo della psicoterapia come cura delle appartenenze. Di particolare importanza è stata l’attenzione dedicata, da parte dei relatori, alla partecipazione sociale e politica come tassello indispensabile nella cura del singolo e della comunità.

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Tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVIII, 2015-1, La psicopatologia in psicoterapia della gestalt II Parte
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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Il trauma dell’abuso e il delicato processo della riparazione


come ridare voce e corpo al bambino violato

-Rosanna Militello intervista Marinella Malacrea.

Marinella Malacrea, in questa intervista risponde con ampiezza ed accuratezza a precise domande su un tema delicato, complesso e drammatico, che seppur “vecchio come il mondo”, continua a sconcertare, a stimolare e ad affascinare il lavoro di ricerca e clinico, di chi si occupa di bambini violati. Il lavoro sul trauma sessuale all’infanzia, oggi in continua evoluzione, richiede la necessità di modelli terapeutici efficaci per poter rielaborare e riparare quei blocchi evolutivi e quelle pesanti cicatrici che hanno arrestato in modo dirompente la normale spontaneità che è insita nel cuore di ogni bambino.

(…)

Rosanna Militello: (…) 

I nostri piccoli pazienti ci insegnano grandi verità su noi stessi e sul mondo. Cosa le ha insegnato lo stare in contatto con il dolore dei tanti bambini che ha incontrato in questi anni?

Marinella Malacrea.

Sperimento una grande sintonia tra la mia vita personale e quella professionale, quello che attraverso nella prima, anche doloroso, mi aiuta per la seconda e viceversa. Faccio cose che riescono ancora ad appassionarmi e trovo appassionati compagni di strada. I bambini sanno essere profondi e divertenti allo stesso tempo: mi ricordano che noi esseri umani siamo sorprendenti “gioielli”, che Dio si oppone a che l’orrore di cui siamo anche capaci vinca, dotandoci di infinite risorse vitali. Vorrei citare, per la sua capacità di commuovermi e di farmi pensare “è proprio così!”, l’ultima frase del capitolo 7 del libro di Judith Herman “Trauma and recovery”. Parlando della relazione terapeutica, dice: “Promuovendo costantemente la capacità di integrazione, in se stessi e nei loro pazienti, i terapeuti appassionati approfondiscono la propria integrità. Come la fiducia di base è il risultato dei primi stadi di sviluppo, l’integrità è il risultato evolutivo della maturità. …L’integrità è la capacità di affermare il valore della vita in faccia alla morte, di essere riconciliati con la finitezza della propria vita e con i tragici limiti della condizione umana, e di accettare queste realtà senza disperazione”.

Tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXIIV, 2011-1, Concentrazione, emergenza e trauma
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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Le esperienze dissociative in psicoterapia della Gestalt


– Margherita Spagnuolo Lobb e Valeria Rubino.

L’articolo spiega la diffusione attuale delle dissociazioni come nuove sofferenze del “tra” considerando l’evoluzione del sentire sociale. Partendo dalla categorizzazione del DSM 5, descrive poi le varie forme cliniche delle dissociazioni. Infine, per ciascuna di esse, presenta un breve caso clinico. Conclude identificando due competenze fondamentali del terapeuta della Gestalt nel lavoro con le dissociazioni: la diagnosi differenziale tra uno sfondo esperienziale turbolento e uno sfondo confuso e l’attenzione alla fase espiratoria della respirazione del paziente-in-contatto-con-il-terapeuta, al fine di costruire il ground relazionale che consente poi al paziente di fare emergere nuove figure dallo sfondo della sua esperienza.

1. L’esperienza dissociativa in un continuum tra sanità e patologia

Esperienze occasionali di dissociazione costituiscono un fenomeno molto comune: immergersi nella lettura di un libro, fino a perdere la cognizione del tempo, perdersi nelle note di una melodia, sognare ad occhi aperti, sono esperienze che non hanno alcun significato psicopatologico, ma rappresentano la capacità dell’organismo di lasciarsi sedurre dalle proprie fantasie e di concentrarsi su un problema da risolvere o su un ricordo o un’idea che contiene una novità da integrare. Inoltre, l’esperienza dissociativa può essere raggiunta volontariamente, attraverso l’assunzione di sostanze o anche esperita con esercizi comportamentali, quali la scrittura automatica, il training autogeno, gli esercizi di yoga o danze parossistiche, le pratiche ascetiche o le meditazioni trascendentali (Di Fiorino, Del Debbio, 2009).

In altri casi, invece, l’esperienza dissociativa può configurarsi come una risposta difensiva dell’organismo verso situazioni stressanti. Anche questa rappresenta una modalità “sana” di risposta all’ambiente: dimenticare alcuni episodi emotivamente pregnanti, o ovattare le proprie sensazioni di fronte ad emozioni intense è un comportamento adattivo che protegge da esperienze ingestibili. Quando invece il ricorso alla dissociazione diventa la modalità esistenziale e relazionale primaria, la flessibilità del processo adattivo viene perduta e si crea una assenza al confine di contatto, che può essere esperita anche come perdita del senso di sé.

Nell’approccio gestaltico oltre a vedere queste forme dissociative in un’ottica dimensionale, aggiungiamo una lettura relazionale che le colloca lungo un continuum che va dalla spontaneità del contatto (capacità di adattarsi nel contatto con l’ambiente senza perdere la flessibilità e la presenza, la consapevolezza) all’assenza di consapevolezza al confine, alla desensibilizzazione del sé-in- contatto provocata da processi ansiogeni.

Una peculiarità dell’ottica dimensionale della psicoterapia della Gestalt è lo sguardo alle dissociazioni come adattamento creativo del processo di contatto con l’ambiente. Esso consente di leggere l’esperienza dissociativa all’interno di un accadimento relazionale: “Mi dissocio con te”. Questa peculiare ottica colloca l’intervento gestaltico nella cornice di una necessaria relazionalità: il terapeuta deve innanzitutto fornire quel ground relazionale che consente al paziente di recuperare la spontaneità del processo di contatto rimasto per così dire “sospeso”.

2. la dissociazione nella pratica clinica

3. La lettura gestaltica delle esperienze dissociative

4. la clinica gestaltica delle dissociazioni

5. la specificità dell’intervento gestaltico con le esperienze dissociative

Tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXVIII, 2015-1, La psicopatologia in psicoterapia della gestalt II Parte
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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Il sé, l’io, l’es e la personalità


La teoria del sé in Gestalt Therapy.

– Mercurio Albino Macaluso

La teoria del sé, cui generalmente i terapeuti della Gestalt fanno riferimento, è la rilettura che Isadore From ha fatto della teoria del sé di Goodman. In realtà, tra la teoria del sé di Goodman e la rielaborazione che ne ha fatto From vi sono importanti differenze. In questo lavoro viene ripercorso in maniera dettagliata il decimo capitolo di Gestalt Therapy (Perls, Hefferline, Goodman, 1951), in cui Goodman presenta la propria concezione del sé e delle sue principali strutture. Quindi vengono esaminati alcuni aspetti e implicazioni di tale concezione e le principali differenze tra essa e la lettura che ne ha proposto From.

Il nucleo di Gestalt Therapy (Perls, Hefferline, Goodman, 1951; trad. it. 1971, 1997), il testo fondativo della psicoterapia della Gestalt, è la teoria del sé, formulata da Paul Goodman sulla base delle idee di Perls. Goodman elabora la teoria del sé prendendo le mosse non dalla patologia, come fa la psicoanalisi, bensì dalla condizione di funzionamento sano dell’organismo, considerato in senso olistico e nel suo costante rapporto con l’ambiente. In un’ottica fenomenologica, egli guarda all’esperienza umana così come si manifesta, nella sua immediatezza e concretezza, e considera le diverse forme che essa assume a seconda della situazione del momento. In particolare esamina quattro fondamentali modalità dell’esperienza: il , l’es, l’io e la personalità.

Il sé è la modalità spontanea dell’esperienza. Nella modalità spontanea, l’attenzione è pienamente concentrata sul momento presente e tutte le funzioni del sé percettive, motorie e affettive sono attive e integrate. Il sé spontaneo rappresenta la condizione di consapevolezza, di pienezza dell’esperienza.

Attento anche ai fattori sociali, che sono parte integrante del campo organismo-ambiente, Goodman rileva la paura che la società ha della spontaneità. Affetta da nevrosi epidemica, la società giudica la spontaneità come infantile e irresponsabile. E la nostra cultura la trascura o la inibisce, contribuendo a perpetuare la nevrosi della società. Anche le teorie psicologiche e psicoanalitiche, afferma Goodman, hanno ignorato il sé spontaneo, occupandosi piuttosto dell’io, dell’es e della personalità. Ciascuno di tali concetti, di volta in volta, secondo i diversi approcci teorici e metodologici, è stato considerato erroneamente come la totalità del sé, o comunque come la sua parte più rilevante. Ma il sé non può essere ridotto all’io intenzionale, né all’es inconscio, né alla personalità, la cui natura è sostanzialmente verbale.

Goodman rilegge l’io, l’es e la personalità in chiave processuale, consi- derandoli specifiche modalità di funzionamento parziale del sé, distinte dal suo funzionamento spontaneo, integrato e totale. In determinate circostanze il sé inibisce alcune sue funzioni, assumendo particolari configurazioni, che Goodman definisce strutture parziali del sé. L’io, l’es e la personalità sono le principali strutture parziali del sé. L’io rappresenta la modalità di funzionamento del sé caratterizzata dalla volontà, dalla scelta deliberata e dalla manipolazione dell’ambiente. L’es consiste nella modalità di rilassamento del sé, in cui riemergono le eccitazioni rimosse. Nella modalità personalità il sé attinge esclusivamente al bagaglio delle esperienze passate, senza nutrirsi di alcuna novità ambientale. (…)

L’articolo tratta i seguenti temi:

  • Definizione del sé
  • Il sé come realizzazione della potenzialità del presente
  • Le proprietà del sé
  • Le strutture del sé
  • L’io
  • L’es
  • La personalità

Quaderni di Gestalt, Vol XXVIII, 2015-2, Il sè e il campo in psicoterapia della Gestalt
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt, edita da Franco Angeli

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L’uso del verbatim nel processo formativo


Giuseppe Sampognaro

Il lavoro è centrato sulle funzioni del verbatim (la trascrizione delle sedute terapeutiche). Sono indicate le finalità di questo strumento, i modi in cui può essere utilizzato in psicoterapia della Gestalt, le peculiarità narrative e creative. Il verbatim rappresenta la co-creazione del processo terapeutico nei suoi momenti salienti. Per questo, si rivela uno strumento efficace, per certi versi insostituibile, sia in ambito clinico che in quello formativo-didattico.

Finalità del verbatim nel processo formativo

A cosa serve trascrivere un colloquio terapeutico? Fondamentalmente, le finalità sono:

  • permettere al terapeuta di fissare momenti-chiave della terapia e di riflettere sul suo andamento, per poter cogliere ridondanze di situazioni e per analizzare i contenuti e la dinamica del linguaggio adoperato dal paziente;
  • condurre una ricerca a carattere scientifico per validare un modello terapeutico e le modalità intrinseche nell’impostare il lavoro con il paziente;
  • trasmettere a terapeuti in formazione il “mestiere” (Cavallero, 1999). Circa quest’ultimo punto, sembra che il verbatim evidenzi la rappresentazione concreta della terapia secondo il modello che si intende illustrare. Questo ha origine dalla constatazione per cui è possibile distinguere tra una prassi clinica valida e una carente o non efficace. La trascrizione della seduta dà modo di verificare la corrispondenza dell’azione terapeutica e dei principi metodologici a cui si attiene, e a cui gli allievi (che leggono il verbatim) dovranno uniformarsi.«La possibilità di trasmettere il mestiere si basa sulla convinzione che è possibile distinguere procedure inefficaci da procedure efficaci e che, al di là dell’abilità straordinaria di alcuni, tali procedure e metodi sono acquisibili mediante una formazione» (ibidem, 72).

La rilettura del trascritto consente al terapeuta che desidera approfondire la propria abilità/capacità di entrare in contatto con il paziente di osservare la dinamica del proprio lavoro «per verificare le discrepanze tra le [sue] intenzioni e gli interventi realmente effettuati» (ibidem, 73).

2. Il verbatim in psicoterapia della Gestalt: il colloquio come co- creazione di una forma narrativa

La psicoterapia della Gestalt considera l’incontro esistenziale Io-Tu come il cuore dell’esperienza clinica. Un incontro che vede come protagonisti il terapeuta, il paziente e anche il “tra”, lo spazio/confine che entrambi sono impegnati a occupare e a costruire in un’azione sinergica. Questo aspetto della co-creazione della figura nel contatto è ormai un caposaldo teorico (cfr. Spagnuolo Lobb, Amendt-Lyon, 2003), che diventa anche uno strumento per monitorare ogni interazione.

I protagonisti vivono momento per momento il loro procedere verso il contatto, per cui percepiscono i colori emotivi e le eventuali difficoltà lungo l’iter. Il loro colloquio, parte integrante del “tra”, come linguaggio verbale e non, rappresenta il “sublimato” dell’esperienza, il dicibile che racchiude (ma non esaurisce) la comunicazione a livello tanto esplicito quanto implicito (cfr. Spagnuolo Lobb, 2006).

Per questo, il trascritto del colloquio in psicoterapia della Gestalt assume i connotati del resoconto di un’opera d’arte, e diventa opera d’arte anch’essa.

Cosa c’è di “artistico”, e quindi di creativo, nella riproduzione scritta di un dialogo terapeutico?

(…)

Quaderni di Gestalt, Vol XXIII, 2010-2, La formazione in psicoterapia della Gestalt
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt, edita da Franco Angeli

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Il ri-emergere del sé


La storia della relazione terapeutica con un paziente con grave cerebrolesione acquisita.

-Rosanna Biasi

In questo lavoro viene presentato un intervento riabilitativo multidisciplinare, quale sostegno relazionale e ambientale all’emergere del sé, con un paziente che ha subito una grave cerebrolesione in seguito ad incidente stradale. Intervento psicoterapico, contenimento ambientale e ritmo della stimolazione sono stati i facilitatori di una nuova organizzazione, che ha aumentato progressivamente la permanenza del sé, rendendo prevalenti i momenti in cui, da frantumato, si disvelava e si componeva in unità in grado di entrare in contatto con l’ambiente.

La relazione psicoterapeutica di cui voglio dare testimonianza fa parte di un intervento riabilitativo, che ha coinvolto un’équipe multiprofessionale, nel trattamento di un paziente con grave cerebrolesione acquisita, a pochi mesi dall’evento traumatico. Sin dai primi momenti è stato proposto un sostegno al ri-emergere del Sé autobiografico (Damasio, 2012), ponendo attenzione non solo agli aspetti comportamentali e funzionali, ma anche a quelli di natura affettivo-emotiva: ascoltare il paziente, al di là dei suoi messaggi frammentari, coglierne i bisogni e assumersi il carico del suo dolore, ha consentito, sin da subito, di introdurre nella relazione terapeutica anche l’elemento della cura di queste dimensioni (Chinosi, 2010).

I riferimenti teorici, nell’applicazione clinica, sono stati i lavori di Goldstein (2010) e la sua teoria “olistica” dell’organismo umano che attinge ad alcune intuizioni della psicologia della Gestalt per una comprensione del funzionamento del cervello. Fondamentali per la progettazione dell’intervento sono stati anche gli studi sulla coscienza di Damasio (2012) che ha affrontato, da una prospettiva antidualistica, il discorso sul Sé, inteso come processo che emerge, in un flusso incessante, dalla corteccia cerebrale e dalle strutture sottocorticali, ma a cui concorre il tronco encefalico che è profondamente legato al corpo. Infine, il progetto si è fondato sull’epistemologia della psicoterapia della Gestalt e in particolare sulla dinamica figura/sfondo e sulla teoria del Sé come funzione emergente nel farsi dell’esperienza.

L’articolo si compone di tre parti: nella prima viene descritto il progetto riabilitativo (e lo sfondo da cui emerge) che costituisce l’elemento organizzante dei vari interventi specialistici; nella parte centrale dell’esposizione viene narrata la relazione psicoterapica; infine, prima delle conclusioni, viene data voce ai vissuti dell’équipe. Attenzionare i vari attori dell’intervento (terapeuta, équipe, struttura, ambiente), in questa sede, è un modo per ricomporre ad unità anche la riflessione sulla cura dei pazienti con grave cerebrolesione acquisita.

  • Gli antefatti

Mario, un uomo di 50 anni, è arrivato nella nostra comunità nel giugno del 20133. Nella notte tra il 24 e il 25 dicembre 2012 era stato vittima di un grave incidente stradale. La relazione di dimissione della struttura riabilitativa da cui proveniva presentava un paziente vigile, incapace di eseguire ordini semplici a causa di una elevata distraibilità, deterioramento cognitivo persistente, con globale deficit di memoria a breve e lungo termine, disorientamento nel tempo e nello spazio, mancanza di consapevolezza, deficit di attenzione. Dal punto di vista emotivo venivano descritti repentini sbalzi d’umore (da euforico a sereno, a ostile e aggressivo, indipendentemente dall’ambiente circostante) e reazioni emozionali sproporzionate rispetto agli stimoli. Nella prognosi veniva riportato un quadro di grave disabilità da sindrome psico-organica post-traumatica in via di stabilizzazione.

Come équipe non potevamo accettare che la storia di Mario si concludesse così.

(…)

Quaderni di Gestalt, Vol XXVIII, 2015-2, Il sè e il campo in psicoterapia della Gestalt
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt, edita da Franco Angeli

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Stress e benessere organizzativo


Un modello gestaltico di consulenza aziendale
-Margherita Spagnuolo Lobb

Ogni essere umano, se riconosciuto nell’intento di essere di aiuto
con la propria unicità, ha piacere di dare il meglio di sé
all’organizzazione a cui partecipa.

Viene presentato un modello di consulenza aziendale gestaltica, basato sul modello di gruppo già pubblicato dall’autrice (Spagnuolo Lobb, 2011). Vengono distinti criteri sincronici e diacronici di osservazione del benessere del gruppo aziendale. Viene presentata una griglia di osservazione dei gruppi, utilizzabile dagli esperti in consulenza aziendale gestaltica, e un’intervista attraverso la quale è possibile fare un’analisi qualitativa della cultura del/i manager sul gruppo di lavoro. I risultati dell’intervista vengono integrati con i risultati dell’osservazione del clima del gruppo aziendale da parte dei consulenti, allo scopo di dare una restituzione (consulenza) alla committenza. Questo modello di consulenza aziendale è basato su una prospettiva estetica, fenomenologica e relazionale. Questo lo rende sintonico con le logiche aziendali, centrate sul “next”, cioè sulla soluzione dei problemi più che sulla loro comprensione analitica, e incoraggiante perché focalizzato sulla capacità di vedere l’armonia che già esiste (e che in alcuni casi vorrebbe essere sostenuta) nelle relazioni del gruppo.

  • La psicoterapia della Gestalt e il mondo aziendale

Qualsiasi struttura organizzativa non può prescindere dalla realtà degli individui che la compongono e dal bisogno che essi avvertono di riconoscersi e di sentirsi riconosciuti nel gruppo in cui lavorano.
Il vuoto relazionale che caratterizza la vita delle nostre comunità sociali diventa, nelle strutture organizzative, un “disturbo di base” che porta velocemente alla demotivazione lavorativa e alla disappropriazione dell’obiettivo comune.

Descriverò in questo lavoro la nascita e l’evoluzione di un modello gestaltico per il benessere organizzativo. Metterò in luce come la peculiarità dell’approccio gestaltico, centrato sull’esperienza del contatto, sulla prospettiva fenomenologica, estetica e integrativa, può dare un contributo originale agli studi sulla consulenza aziendale. Il linguaggio gestaltico, infatti, essendo centrato sul sostegno alle risorse più che sull’analisi delle dinamiche gruppali, sulla “bellezza”già insita negli sforzi organizzativi più che sulle cause del malessere, risulta ego-sintonico con la mentalità aziendale. Essendo la prospettiva fenomenologica della psicoterapia della Gestalt focalizzata sul next, essa si accorda bene con la mentalità propositiva delle aziende.

Dall’altra parte se ne discosta abbastanza, tanto da risultare arricchente, per la considerazione integrata e positiva del fattore emotivo: la psicoterapia della Gestalt vede le emozioni come un supporto necessario per la creatività di ciascuno e per il desiderio di dare il meglio di sé all’azienda a cui ci si sente appartenenti. Questa ottica restituisce dignità alle “emozioni in azienda”, laddove la logica della tecnologia occidentale vorrebbe farle intendere come un “bastone tra le ruote”.

L’articolo tratta i seguenti temi:

  • Come è nato il modello
  • Il modello operativo di consulenza aziendale

 

Quaderni di Gestalt, Vol XXV, 2012-1, La psicoterapia della Gestalt con i gruppi
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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La formazione in psicoterapia della Gestalt


L’evoluzione del metodo

-Margherita Spagnuolo Lobb

Dalla sua fondazione, la psicoterapia della Gestalt è passata da una metodologia della prassi formativa “ingenua” ad una prassi ben articolata e varia. Sono lontani ormai i tempi in cui la formazione dello psicoterapeuta di orientamento umanistico avveniva fondamentalmente attraverso metodiche esperienziali (il lavoro personale in gruppo) e dimostrative (l’osservazione dal vivo del lavoro clinico dei “maestri”). Il concetto di essere centrato sul paziente (o sull’allievo), che 50 anni fa esprimeva il superamento della logica interpretativa, nei decenni si è evoluto nella conoscenza sempre più dettagliata delle emozioni che si sviluppano nella relazione terapeutica (e formativa) e nel suo sviluppo temporale.

In Italia, in particolare, il riconoscimento giuridico della professione dello psicoterapeuta (all’interno della legge n. 56/89 sull’ordinamento della professione dello psicologo) ha portato tutte le scuole ad una regolamentazione ufficiale della formazione, da depositare presso il Ministero dell’Università, che le ha condotte ad una riflessione sulla teoria della prassi. Questo “obbligo” da una parte ha migliorato la performance dei servizi formativi erogati, dall’altra ha fatto evolvere il pensiero sulla formazione, che, in linea con i trend culturali, ha decisamente abbandonato la formula del maestro come unico referente di un modello da apprendere. Oggi sono le scuole a proporre modelli formativi, comunità di insegnamento/apprendimento che crescono sia nel dialogo interno – tra i didatti e tra i didatti e gli allievi – che esterno, tra approcci diversi. La regolamentazione ufficiale dei programmi formativi ha anche favorito lo scambio tra metodi rispetto

alle prassi formative, con una evidente apertura dei didatti verso terre di confine, quali la condivisione di ricerche e il dialogo sui casi clinici da epistemologie diverse.

Parallelamente a questo processo di evoluzione della prassi formativa gestaltica italiana, la fondazione degli Ordini degli Psicologi ha consentito l’istituzione di un codice etico della psicoterapia, che ha ben definito i confini del setting psicoterapico, escludendone possibili manipolazioni narcisistiche: ciò che guida l’intervento e la formazione è la domanda del paziente/allievo, non l’idea che il terapeuta o “maestro” si fa di essa.

In Italia dunque il confronto con le definizioni imposte dalla legge e dal codice deontologico ha portato le scuole di specializzazione in psicoterapia a erogare servizi formativi con standard altamente qualificati.

Oggi sappiamo che formare implica:

  •  aspetti giuridici: il riconoscimento formale della professione;
  •  aspetti amministrativi e gestionali: la struttura organizzativa che consente all’allievo di impegnarsi nella formazione in modo significativo. Le facilitazioni amministrative, la possibilità di rintracciare materiale  didattico, la considerazione del punto di vista degli allievi sulla qualità, sono tutti strumenti che favoriscono il rispetto del bisogno formativo dell’allievo e le condizioni adeguate alla alta formazione;
  •  aspetti metodologici e didattici. L’aspetto metodologico-didattico della formazione gestaltica include a sua volta tre grandi categorie:
  •  la programmazione didattica (che deve essere in grado di trasmettere il modello in modo fluido e armonico);
  •  la qualità dell’ambiente umano didattico (che riguarda sia la qualità dei didatti che il clima tra di loro e il senso di appartenenza al modello e alla Scuola);
  • una mappa per osservare il processo di gruppo della classe, come evoluzione delle intenzionalità di contatto degli allievi. Ma, al di sopra di tutti questi aspetti, occorre collocare l’etica dell’azione formativa, come definizione sovraordinata a cui tutto ciò che riguarda la formazione va ricondotto, dalle dinamiche relazionali che emergono nel campo fenomenologico formativo alle pratiche amministrative e didattiche. L’etica garantisce il raggiungimento dello scopo “contrattato” tra le parti, ossia la realizzazione dell’obiettivo formativo, il “dare forma” all’intenzione dell’allievo di diventare psicoterapeuta e all’intenzione del formatore di trasmettere un modello favorendone l’“incarnazione” in persone concrete.

La maggiore complessità e articolazione della formazione in psicoterapia della Gestalt deve tuttavia convivere con l’epistemologia gestaltica basata sulla spontaneità dei processi relazionali: per questo, formare nel nostro approccio diventa una sfida molto interessante. La prassi della formazione in gruppo – a differenza degli inizi storici del modello, in cui la formazione avveniva attraverso seminari molto significativi ma sporadici – è diventata un processo a lungo termine e si è arricchita della considerazione dei processi di gruppo. La “novità, eccitazione e crescita” che, come nel titolo del testo fondante di Perls, Hefferline e Goodman, erano considerate necessarie per la crescita individuale, oggi sono considerate necessarie per il processo di crescita del gruppo in formazione. Il processo di gruppo, mai preso in considerazione nel modello formativo di Perls, è diventato uno specifico gestaltico della formazione psicoterapica dagli anni ’80 in poi, grazie soprattutto alle riflessioni all’interno del New York Institute for Gestalt Therapy3 e da parte di altri colleghi.

I contributi raccolti in questo numero dei Quaderni di Gestalt intendono offrire ai lettori il punto di vista di alcuni psicoterapeuti contemporanei. (…)

Ed è su questa nota di passione per il dialogo e per la trasmissione dell’arte terapeutica che vi auguro buona lettura, dandovi appuntamento per i prossimi numeri del 2011, che saranno dedicati, il primo, a “trauma ed emergenza” ed il secondo a “neuroscienze e psicoterapia”.


Quaderni di Gestalt, Vol XXIII, 2010-2, La formazione in psicoterapia della Gestalt
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt, edita da Franco Angeli

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Le Life Focus Community e l’arte del buon vivere


la proposta avanguardista di ErvingPolster

Maria Menditto

Nella società della modernità liquida, il legame duraturo nel tempo è in bilico a favore di un inquieto sciame di consumatori che, per la propria voracità, produce una infinita moltitudine di esclusi, dei quali non può sentire la responsabilità, dovendo privilegiare la ricerca spasmodica di sempre nuovi consumi (Bauman, 2007). Il gruppo, che solitamente realizza confine, identità, appartenenza, cultura del territorio, collegamento con la comunità, viene sostituito dallo sciame che si raccoglie e si lega solo per l’atto del consumo.

Questa inquietante e attuale forma di aggregazione, che produce ansia, isolamento, aggressività, dipendenza, si scontra con il nostro destino di creature portatrici di riflessioni sull’agire etico, che sono alla base di qualsiasi agglomerato e civiltà. Il riconoscimento della propria e altrui soggettività rende la persona capace di consapevolezza, sentimenti, riflessioni, scelte, rinunce.

1. Il paradosso contemporaneo

Come risolvere il paradosso contemporaneo tra la raggiunta relatività rispetto ad una autorità assoluta e la tiepida responsabilità rispetto a una ricaduta sugli altri delle nostre scelte? Come possiamo combinare la libertà della scelta individuale con la responsabilità connessa con la comunità?  Come far convivere in impossibile equilibrio la ricerca di una migliore qualità di vita della persona con un benessere più equamente distribuito?

Questi interrogativi hanno generato opportunità di confronto e di riflessione tra diverse discipline accomunate dall’attenzione diretta e indiretta all’individuo e al gruppo, alle diverse forme funzionali o disfunzionali del legame, del vivere comune, alle possibili modalità di miglioramento della qualità di vita degli abitanti del pianeta.

Molteplici professioni, e in particolare la psicoterapia, in un momento di così complessa e profonda trasformazione, alla quale si è aggiunta la crisi dal 2008, stanno vivendo una transizione verso una terra insolita, non segnata nelle mappe. Esse stanno traghettando i saperi verso un indispensabile cambio di rotta sulla visione della persona, delle relazioni, della comunità. Da più parti si avverte un forte bisogno di condivisione di nuove soluzioni, di occasioni per il dialogo nella differenza, per contribuire a riscrivere nuove caratteristiche per la persona che vive nella complessità delle società contemporanee. Tra queste caratteristiche gli studiosi delle discipline psicologiche e psicoterapeutiche, sempre più, individuano strumenti che facilitino l’individuo a far convivere ed armonizzare in sé la tendenza alla realizzazione personale e contemporaneamente il vivo e partecipato rapporto con la comunità (Menditto, 2006,2008, 2010).

Nel libro Psicoterapia del quotidiano, migliorare la vita della persona e della comunità, Erving Poster (2007) offre il suo contributo all’attuale e sempre crescente dibattito. Il focus delle sue riflessioni teoriche culmina mettendo in luce come la psicoterapia, a poco più di 100 anni dalla sua nascita, pur continuando a farsi carico della cura di disturbi specifici, dovrebbe ampliare il suo intervento, offrendo alle persone comuni un orientamento e alcune linee guida per la vita di tutti i giorni. Sottolinea che già 34 anni prima, nel 1972, aveva scritto che nella sua prassi cominciava a integrare la cura del disturbo mentale con la ricerca del miglioramento della vita comune delle persone. Da quel momento la sua teoria ha intrapreso un viaggio che, con successi e imprevisti, oggi approda in una terra non segnata sulle mappe, una terra insolita in cui la psicoterapia accoglie la tendenza umana di base della persona verso una realizzazione di sé più piena, che include il senso di connessione alla comunità (Menditto, 2007).

Come già accennato, gli sforzi verso l’innovazione non sono conclusi, siamo immersi in una complessa e fruttuosa fase di transizione. Ogni trasformazione richiede impegno, entusiasmo, scelte e perdite. Modificare i nostri comportamenti, le nostre idee, abituarci a nuove metodologie è un percorso articolato e complesso che conduce verso rotte mai esplorate prima. Lo spirito d’avventura, la curiosità e la flessibilità devono appartenerci, ma ancora più importante è non procedere da soli nella nebulosa incertezza del viaggio.

La bellezza di questa esplorazione è data anche dal lavoro comune di formatori, psicoterapeuti, esperti della comunicazione, sociologi, giuristi, umanisti, che si confrontano passo dopo passo, procedendo insieme con un sentire comune. Si arriva a piccole scoperte con spirito di gruppo, con passione e rigore. La riflessione su una nuova visione della persona e della comunità sta coinvolgendo differenti professioni in un confronto entusiasmante e costruttivo. Il lavoro procede gradualmente, costantemente e con determinazione, per individuare strumenti e principi che possano contribuire a migliorare la vita della persona e della comunità.

2. L’arte del buon vivere che, armonizzata nella comunità, migliora la vita quotidiana

3. Consolidare l’appartenenza

4. Le Life Focus Communities

Quaderni di Gestalt, Vol XXV, 2012-1, La psicoterapia della Gestalt con i gruppi
Rivista semestrale di psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli

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Dall’enteroception al sostegno dell’intenzionalità di contatto.


Simulata di una seduta dal vivo

-Margherita Spagnuolo Lobb e Vittorio Gallese

L’articolo consiste nella trascrizione di una seduta dal vivo condotta, durante un convegno, da Margherita Spagnuolo Lobb, e nel commento da parte del neuroscienziato Vittorio Gallese, che ha assistito alla seduta. Il risultato è un originalissimo confronto su temi che riguardano l’interfaccia tra psicoterapia e neuroscienze. La partecipazione del terapeuta, il suo sentire in maniera “incarnata”, diventa possibilità per il paziente di consapevolezza di sé e strumento terapeutico per coglierne e sostenerne l’intenzionalità di contatto. In una prospettiva estetica e processuale, la seduta è stata incentrata sull’esperienza percettiva e propriocettiva in cui la dimensione corporea e le risonanze sensori-motorie e affettive del qui- ed-ora hanno giocato un ruolo fondamentale.

Il neuroscienziato ha inoltre collegato l’enterocezione usata dalla terapeuta (la consapevolezza del battito cardiaco) ai recenti studi sul sistema nervoso autonomo e sistema nervoso centrale, e ha ricordato gli studi sul fenomeno della “mano di gomma”, che rilevano come una maggiore capacità di sentirsi dentro correli con un confine del sé corporeo più stabile, meno facilmente violabile da illusioni.

(…)

1. Commento del professor Vittorio Gallese

Vittorio Gallese. Questo è un tema di grandissima attualità nelle neuroscienze cognitive, la “parola magica” oggi è Enteroception, cioè “enterocezione”, il “sentirsi”. Per esempio, un aspetto affascinante del fumare è quello che attiene al sentirsi da dentro, cioè a sentire i polmoni che si dilatano, che accolgono il fumo, e questa è una sensazione che se viene a mancare, “è il venir meno di qualcosa che contribuisce a farmi sentire quello che sono, il venir meno di una componente che contribuiva a darmi un senso di presenza e di identità”.

Oggi si utilizza il parametro dell’enterocezione, cioè, ad esempio, la capacità di leggere e di diventare consapevoli del proprio battito cardiaco. Questa capacità cambia da individuo ad individuo e si utilizza come oggettivazione dell’esperienza soggettiva, da mettere in relazione con profili di personalità o con quadri psicopatologici.

In un lavoro pubblicato recentemente in cui si impiegava la cosiddetta “illusione della mano di gomma”, si è visto come le persone con un alto grado di consapevolezza enterocettiva, che quindi hanno una percezione della propria frequenza cardiaca che è molto vicina a quella effettiva, sono anche quelle meno prone a questo tipo di illusione. Una maggiore capacità di sentirsi dentro, correla con un confine del sé corporeo più stabile, meno facilmente violabile da questo tipo di illusioni. Nella psicosi schizofrenica, invece, l’essere esposti a questo tipo di illusioni è aumentato. Questa è un’altra prova dell’importanza dei confini del sé corporeo

…Mi chiedo dove si arriva, c’è poi una progressione; hai fatto qualcosa di condensato?

Margherita Spagnuolo Lobb. No, non ho fatto qualcosa di condensato, ma di contestualizzato. Quello che accade …

(…)

Tratto da Quaderni di Gestalt, volume XXIV, 2011/2, Psicoterapia della Gestalt e Neuroscienze
Rivista semestrale di Psicoterapia della Gestalt edita da Franco Angeli, pag. 90

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