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La psicoterapia della Gestalt
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La psicoterapia della Gestalt si inserisce tra le terapie umanistiche. Nasce a New York, nel 1950 circa, dalle intuizioni di Friedrich Perls, uno psicoanalista ebreo tedesco, emigrato negli Anni Quaranta per motivi razziali in Sudafrica e poi negli Stati Uniti, e per opera di un gruppo di intellettuali statunitensi, profondi conoscitori della psicoanalisi, che elaborò le intuizioni di Perls. Di essi citiamo i nomi di maggiore spicco: Paul Goodman, Laura Polsner (moglie di Perls), Isadore From, Paul Weisz, Lotte Weisz, Elliott Shapiro, Allison Montague, Sylvester Eastman. La nascita della psicoterapia della Gestalt espresse la sintesi creativa di varie correnti culturali, filosofiche e psicologiche, che nel dopoguerra rivelarono con pienezza nuovi paradigmi culturali. Oltre alla psicologia della Gestalt, di cui F. Perls aveva avuto esperienza diretta quando era stato assistente di Goldstein, e alla psicoanalisi naturalmente, contribuirono alla formulazione del suo pensiero le esperienze di analisi individuale con Wilhelm Reich (Salonia-Spagnuolo Lobb, 1988) e con Karen Horney (Salonia, 1990; Cavaleri, 1990; 1991), la teoria di Otto Rank sulla centralità della contro-volontà per la crescita differenziata e creativa della persona umana (Rank, 1932; Muller, 1991; Davidove, 1993) e ancora l’Olismo nella teorizzazione di Jean Smuts (Robine, 1993), l’Esistenzialismo e la Fenomenologia, a cui Perls fu addestrato da Isadore From (Rosenfeld, 1987), le filosofie orientali, in particolare lo Zen.

Friedrich Perls, inserito nel fervore degli studi della psicologia della Gestalt, e partendo da una insoddisfazione verso la teoria freudiana dell’Io, intuì che l’introiezione termina il proprio compito evolutivo fondamentale molto prima di quanto avesse teorizzato Freud e indicò nello sviluppo dei denti (fase dentale) l’evidenza fisiologica di tutto ciò. Infatti, se la suzione del latte materno da parte del neonato crea (o sostiene) la capacità umana - a livello fisiologico come psicologico - di introiettare, lo sviluppo dentale deve pure creare (o sostenere) una capacità fisiologica e psicologica del bambino, ovvero quella di destrutturare sia il cibo che la realtà, di aggredirli per poterli poi assimilare (se nutrienti), o rifiutare (se nocivi o non nutrienti). La capacità di masticare e di mordere che nasce nell’organismo con lo sviluppo dentale dà assoluto rilievo all’aggressività in un momento evolutivo significativamente anteriore a quello teorizzato da Freud. Inoltre, l’aggressività stessa venne intesa da Perls in termini positivi, di sopravvivenza e di crescita fisica ed esistenziale dell’organismo: il naturale attualizzarsi della spinta all’autorealizzazione. La prospettiva positiva dell’impulso all’auto-attualizzazione di Goldstein influenzò in maniera fondamentale il pensiero di Perls, che si poneva quale modalità di superamento del dualismo presente nella metapsicologia freudiana tra impulsi dell’individuo e necessità dell’organizzazione sociale. Infatti, dal momento che l’individuo è soggetto che destruttura e ristruttura, gli si apre la possibilità concreta di vivere nel proprio mondo con pienezza.

Le tre parole-chiave del titolo del primo libro di Perls, scritto nel 1945, prima ancora della fondazione della psicoterapia della Gestalt - l’Io, la fame, l’aggressività (Perls, 1995) - sintetizzano la sua critica alla teoria freudiana sulla natura umana: non aver dato il giusto e fondamentale rilievo alla capacità dell’Io di soddisfare i propri bisogni (la fame) attraverso un’attività autoaffermativa (l’aggressività), che gli consente di assimilare o rifiutare l’ambiente, a seconda che esso gli si presenti come nutriente o nocivo. L’Io, la fame, l’aggressività diventarono quindi gli elementi portanti di questo nuovo modello di psicoterapia, i cui fondamenti sono contenuti nell’opera di F. Perls, R. Hefferline e P. Goodman, Gestalt Therapy: Excitement and Growth in the Human Personality (1951). Si sostiene fondamentalmente che ogni esperienza non può che avvenire al confine del contatto tra un organismo animale umano (così si esprimevano, in termini organicistici, i fondatori della psicoterapia della Gestalt) e il suo ambiente. E’ proprio ciò che avviene in questo confine che è disponibile alla nostra osservazione e all’eventuale intervento terapeutico. Il confine di contatto è il luogo in cui si dispiega il Sé, quella funzione dell’organismo umano che ne esprime la capacità/abilità di entrare in contatto con il proprio ambiente e di ritirarsi da esso. Il Sé in quanto funzione si articola in tre aspetti: la funzione es del Sé ("un dato sfondo che si dissolve nelle sue possibilità, comprese le eccitazioni organiche, situazioni inconcluse del passato (...)"; Perls et al., 1951, 433), la funzione personalità del Sé (ciò che il Sé è diventato assimilando all’organismo i risultati dei contatti precedenti) e la funzione Io del Sé (il progressivo identificarsi con e alienarsi da parti di sé e dell’ambiente, grazie all’uso della volontà) (Perls et al., 1951, 432 ss.). Il processo di contatto tra l’organismo umano e il suo ambiente, spiegato in psicoterapia della Gestalt in base al concetto dinamico di funzione - non più chiamando in causa istanze - consente all’individuo di imparare ad orientarsi nel mondo e ad agire su di esso al fine autoconservativo di assimilare la novità - il diverso da sé - e di crescere.

Il confine di contatto è pertanto il luogo in cui è possibile mettere insieme la creatività (che esprime l’unicità dell’individuo) con l’adattamento (che esprime la reciprocità necessaria al vivere sociale). Il modo in cui l’individuo fa (o non fa) contatto con il proprio ambiente descrive la sua funzionalità psichica. All’adattamento creativo, inteso come meta dello sviluppo sano dell’individuo, possiamo ricondurre il concetto di maturità in psicoterapia della Gestalt. Esso non risponde a un modello univoco di salute (From, 1985), ma consente la modulazione individuale su parametri di autorealizzazione e di accoglienza della novità portata dall’ambiente/altro. I bisogni individuali e quelli comunitari vengono integrati senza il sacrificio "a priori" di nessuno (Perls et al., 1951, 456 ss.). In psicoterapia della Gestalt, quindi, la crescita di una persona verso l’autonomia coincide con la sua capacità di decidersi per l’incontro con l’altro, con il Tu (Rosenfeld, 1986).

A livello clinico, dall’intuizione di Perls conseguirono alcune sostanziali differenze nella prassi psicoterapica: si pensi per esempio alla ridefinizione positiva dell’aggressività del paziente, al valore di recupero della spontaneità organismica dato alla capacità di concentrazione, che Perls sostituì alle libere associazioni, alla geniale sostituzione del concetto di causa-effetto con quello di funzione ( From, 1985).

Gli sviluppi successivi della teoria e della prassi della psicoterapia della Gestalt sono stati caratterizzati da una varietà di scuole, che purtroppo non hanno sempre dato il giusto rilievo alla teoria dell’esperienza di contatto, che rappresenta la fondamentale novità di questo approccio tra le terapie umanistiche (Wysong, 1994). Esse possono essere raggruppate in tre indirizzi - le tre "anime" della psicoterapia della Gestalt (Salonia, 1991). La scuola di New York, rimasta fedele alle intuizioni del gruppo fondatore, ha sviluppato queste nella teoria e nella prassi psicoterapeutica, con l’intento di dare sempre maggiore consistenza al corpo teorico originario. Il movimento cosiddetto "viscerale", sviluppatosi lungo la costa pacifica degli Stati Uniti, in seguito alle dimostrazioni "miracolose" (ossia non supportate da spiegazioni teoriche) fatte da Perls con gruppi di pazienti affascinati dall’uso della drammatizzazione nel setting terapeutico, individua nella consapevolezza lo strumento terapeutico e dà valore alla soggettività, al corpo e alle emozioni nella crescita della persona. Infine, la scuola di Cleveland rappresenta un orientamento più eclettico, che si focalizza sulla creazione di un linguaggio comune anche ad altri approcci terapeutici e sulle applicazioni della psicoterapia della Gestalt a vari campi delle interazioni sociali, per esempio alla famiglia, ai gruppi, alla consulenza aziendale, ecc.

Le prospettive pedagogiche che la psicoterapia della Gestalt può offrire a chi si occupa a vari livelli di educazione possono essere riportate a tre aspetti fondamentali. Anzitutto, l’importanza di dare spazio, nel processo educativo, alla forza aggressiva, all’espressione autonoma del "no" dell’educando, capace di dargli quell’esperienza umanamente significativa dell’esercizio della propria volontà, pur non essendo ciò in contrasto con l’importanza di dare un contenimento normativo al discente. Secondo, una prospettiva gestaltica (potremmo anche chiamarla olistica), secondo la quale individuo e gruppo sociale non sono più visti come entità a sé, ma come parti di una stessa unità in reciproca interazione, per cui la tensione che può esistere tra di esse non è da ritenersi l’espressione di un insolubile conflitto, ma il necessario movimento all’interno di un campo che tende all’integrazione e alla crescita. Terzo, la prospettiva relazionale come chiave di lettura del comportamento umano, per cui ogni esperienza trova il suo significato - anche in termini di intenzionalità - nella relazione in cui è inserita (Salonia, 1992). Essa ridà alle esigenze dell’individuo e del vivere sociale carattere di concretezza; infatti, ogni conflitto va affrontato nel "qui e ora" della situazione, perché solo nella specificità di un contesto è possibile trovare soluzioni "reali". La psicoterapia della Gestalt affida la regolazione del bisogno alla relazione stessa, perché è nel riconoscimento pieno di sé e dell’altro che i bisogni dei partners in interazione trovano sana espressione e risoluzione creativa.

Una critica che possiamo avanzare a questo modello di psicoterapia è la mancanza di unitarietà del suo corpo teorico e metodologico, che in ultima analisi deriva proprio da un aspetto intrinseco ai suoi fondamenti epistemologici: il sottolineare cioé l’importanza della capacità umana di destrutturare la realtà. Avere intuito l’apporto creativo e significante che la forza aggressiva dell’organismo dà alle relazioni umane ha sostenuto un "clima" teorico improntato a volte perfino su una ribellione fine a se stessa, che ha minato significativamente l’adesione ai paradigmi che con originalità caratterizzano i fondamenti dell’approccio stesso. Se da una parte ciò ha dato ai terapeuti della Gestalt la ricchezza e la flessibilità che deriva dal confronto continuo con le divergenze, dall’altra non ha garantito la differenziazione chiara e articolata della sua teoria rispetto ad altre teorie. Le conseguenze si sono risolte a vantaggio dello sviluppo di varie correnti al suo interno, spesso tra loro poco collegate.

 

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