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Presentazione della Gestalt Therapy
di Margherita Spagnuolo Lobb (Questo contributo fa parte del materiale didattico della Scuola di Specializzazione in psicoterapia della Gestalt, gestita dall'Istituto di Gestalt, H.C.C., e riconosciuta dal Ministero per l'Università e la Ricerca Scientifica e Tecnologica con D.M. 9/5/94. Una versione ridotta è stata pubblicata nel "Dizionario di Scienze dell'Educazione", curato dall'Università Pontificia Salesiana di Roma e edito dalla SEI, Torino, 1977. Ogni riproduzione è vietata.) "Gestalt" è una parola tedesca che corrisponde al significato di "struttura unitaria", "configurazione armonica". Questo termine è legato a due correnti di ricerca, nate in periodi e con obiettivi diversi: la psicologia della Gestalt, una scuola teorica tedesca che negli Anni Venti ha studiato la percezione e la psicoterapia della Gestalt, una scuola clinica post analitica, sviluppatasi negli Stati Uniti negli Anni Cinquanta, nell’ambito delle psicoterapie umanistiche. Tuttavia, come vedremo, il fatto che queste due scuole siano accomunate dal nome "gestalt" non è casuale. La psicologia della Gestalt La Gestaltpsychologie o Scuola di Berlino si inserisce tra le scuole strutturaliste della percezione, di cui rappresenta sicuramente quella che ebbe il maggiore influsso sullo sviluppo della psicologia (cfr. Ronco, 1977, 41 ss.). Gli studiosi più rappresentativi sono: Max Wertheimer, Kurt Koffka, Wolfang Köhler, e in seguito Kurt Lewin e Kurt Goldstein. Inoltre, W. Metzger e K. Gottschaldt in Germania, A. Michotte (1972) in Belgio, F. Metelli e G. Kanizsa (Kanizsa-Vicario, 1968) in Italia. Il funzionamento del processo percettivo è il tema che accomuna la ricerca e lo studio di questi autori.La nascita della psicologia della Gestalt si fa risalire al 1912, quando Wertheimer scrisse un articolo in cui identificava un processo percettivo unitario - da lui chiamato fattore "phi" - grazie al quale i singoli stimoli verrebbero integrati, nel soggetto, in una forma dotata di continuità. Ciò significava che quello che prima era stato considerato un processo passivo - il percepire - veniva ad essere pensato come qualcosa di gran lunga più attivo, come un’attività subordinata a certi principi organizzativi generali. Wertheimer intuì che non sono gli stimoli elementari ad essere colti dall’organismo che percepisce ma piuttosto le stesse configurazioni unitarie. In altre parole, per l’organismo che percepisce, l’insieme significativo è lo stimolo (Wertheimer, 1959). Da qui la legge gestaltica per cui il tutto viene prima delle parti (Koffka, 1935). Queste configurazioni unitarie o "figure" possono essere scomposte in parti ma, in questo caso, le parti diventerebbero esse stesse nuove figure. Inoltre, se la configurazione unitaria è scomposta in parti, o interrotta o comunque deficitaria, il soggetto tende a vedere in ogni caso un insieme unitario (köhler, 1922; Wertheimer, 1925) o a muoversi, ad agire al fine di completare ciò che manca; se fallisce in questo obiettivo, sperimenta tensione e frustrazione. Per gli psicologi della Gestalt la figura organizzata, significativa, diventava pertanto l’unità di misura della percezione e ad essa la ricerca doveva essere indirizzata. Conseguenzialmente, essi si chiesero, per esempio, come avviene che degli stimoli discreti, slegati tra loro, possono essere percepiti secondo forme concluse (esempio dei punti, disposti ai vertici immaginari degli angoli di un triangolo, che danno la percezione di un triangolo); o che si percepiscono in genere forme complete, anche se in realtà ciò che è a disposizione dei sensi è solo una parte di esse (esempio della figura umana a mezzo busto delimitata in basso da una linea orizzontale, percepita come una persona affacciata alla finestra). Si chiesero anche come mai uno stesso stimolo è percepito in modo diverso a seconda che si focalizzi una parte o un’altra come contorno della figura (esempio della figura "classica" gestaltica in cui è possibile vedere due profili o un vaso). Wertheimer individuò una serie quasi infinita di "leggi" sul funzionamento delle gestalt percettive, la più importante delle quali è la legge della pregnanza: ciò che viene percepito contiene una forma organizzata che è la migliore possibile, in date condizioni ambientali, ossia risponde ad un principio di economia dell’organizzazione (il massimo dell’informazione nella struttura più semplice). Gli psicologi della Gestalt si impegnarono in ricerche approfondite che potessero validare le loro intuizioni sul processo percettivo (Koffka, 1935) e, in questo percorso, il loro modello si spostò verso una accentuazione dei fattori interni all’organismo nella formazione delle gestalt, allontanandosi dalla prospettiva originaria di Wertheimer sulla possibilità di quantificare oggettivamente, nell’ambiente, le "buone gestalt". Il contributo di Kurt Lewin portò la psicologia della Gestalt fuori dal laboratorio, nella realtà molto più complessa della vita quotidiana, che egli considerò come "il campo" in cui l’individuo si muove per raggiungere i propri obiettivi. II campo percettivo è per Lewin una sorta di sfondo, di mappa mentale da cui emergono di volta in volta figure nuove, che poi ritornano nello sfondo per lasciare il posto ad altre figure, percepite dall’organismo come rilevanti per il raggiungimento dei propri scopi. Ciò implica che uno stesso oggetto può essere percepito con significati diversi a seconda degli obiettivi o del bisogno che l’individuo avverte in quel momento, così come essi interagiscono con il contesto situazionale in cui sono inseriti. In altre parole, per Lewin (1926) il bisogno organizza il campo. Ogni cosa percepita nel campo è considerata dal soggetto come più o meno significativa a seconda del bisogno da cui è spinto e pertanto può essere investita di energia, di valore positivo o negativo a seconda di quanto importante viene percepita per la soddisfazione di quel bisogno. Obiettivi e figure sussidiarie sono dunque organizzate dal soggetto in base agli obiettivi di rango più alto, di una "topologia" risultante dall’elaborazione di quel campo (Lewin, 1935). Per esempio, la percezione della scuola che ha uno studente motivato ad ottenere il diploma nel più breve tempo possibile e con il massimo dei voti è sicuramente diversa da quella che un altro studente, motivato dal bisogno gregario di instaurare buone relazioni, ha della stessa scuola. Si potrebbe dire che questi due studenti frequentano scuole diverse. Una importante implicazione del modello gestaltico di Kurt Lewin è dunque che il paradigma di tutta l’attività cognitiva del soggetto - inclusa la percezione - è improntata sul problem solving. Anche quello che potrebbe sembrare il semplice processo visivo di percepire delle forme o di valutare un colore è in effetti una complessa elaborazione risultante da un processo che può dare luogo a diverse soluzioni. La percezione è selettiva ed è organizzata in base al bisogno attuale del soggetto e al modo in cui esso interagisce con le condizioni ambientali. Possiamo allora dire che il problem solving come modalità percettiva di base dell’organismo esplicita la legge della pregnanza di Wertheimer, colmando con il concetto di soddisfazione del bisogno quel vuoto lasciato nel criterio per individuare la forma "buona" nella precedente formulazione. Queste intuizioni di Lewin diedero il via a tutta una serie di ricerche sul problem solving e sul concetto correlato di insight (Koffka, 1935; Köhler, 1940; 1947), così importante per la psicoterapia, e sul "carattere di richiesta" delle situazioni incompiute (Zeigarnik, 1927). Una ulteriore elaborazione della psicologia della Gestalt dal punto di vista dello sviluppo di una teoria della personalità e della psicoterapia fu il contributo del neurologo Kurt Goldstein, del quale fu assistente di laboratorio per un breve periodo Friedrich Perls, che poi avrebbe fondato la psicoterapia della Gestalt. Goldstein, come Lewin e Perls, fu al fronte durante la Prima Guerra Mondiale e molte delle sue ricerche furono condotte su ex-combattenti con danni cerebrali. Questi studi condussero Goldstein ad affermare che il comportamento è organizzato in modo da coinvolgere sempre l’intero organismo (Goldstein, 1939; 1940). L’unico impulso o istinto di cui si possa parlare nel comportamento umano è l’impulso a interagire con l’ambiente e a organizzare quella interazione in schemi. Goldstein affermò ciò con forza, opponendosi alla tendenza meccanicistica che caratterizzava alcuni studi psicologici, non ultimo il modello freudiano, e che vedevano nella riduzione della tensione il fine ultimo del comportamento umano. Goldstein (1939) chiamò impulso all’auto-attualizzazione questo unico vero impulso, che organizza tutti gli altri pseudoimpulsi e comportamenti dell’organismo in modo gerarchico. La critica che da più parti si muove alla psicologia della Gestalt riguarda l’imprecisione sull’origine (ambientale o organismica) delle "gestalten", gli insiemi organizzati su cui, come è ormai accettato da tutti gli studiosi, si basa il processo percettivo (Wheeler, 1991), mentre l’innegabile aspetto positivo consiste nell’accentuazione (un cambiamento del paradigma epistemologico con cui veniva studiata fino ad allora la percezione) della priorità del contesto, della significatività dell’organizzazione degli stimoli, della "buona forma" sulla parcellizzazione degli stimoli (Ronco, 1977, 43).
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